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L’Età della Saggezza:
l'importanza degli ultimi anni di vita


L'Età della Saggezza: l'importanza degli ultimi anni di vita

Dalla vecchiaia all’Età della Saggezza

Lo sforzo compiuto in queste pagine è quello di uscire dall’idea di anzianità come deficit e declino e di abbracciare una visione del processo di invecchiamento connessa al concetto di cambiamento e di arricchimento.
Senza negare le possibili perdite a carico dei sistemi sensoriali o cognitivi, oppure nell’area delle autonomie e le inevitabili conseguenze, anche psicologiche, che l’età prevede, è utile tuttavia concentrare le nostre riflessioni su di un invecchiamento inteso come sviluppo, maturità, come raggiungimento della piena esperienza e della migliore comprensione degli eventi, messa a frutto sia attraverso passi di auto-consapevolezza individuale, che nei rapporti.
Giovanni Paolo II, nella “Lettera agli anziani” del 1999, affermava che “(…) la vecchiaia accresce la sapienza, dà più maturi consigli. In un certo senso, è l’epoca privilegiata di quella saggezza che in genere è frutto dell’esperienza, perché il tempo è un grande maestro”. Del resto, la vera saggezza non è questione di teoria, di semplice conoscenza, bensì di conoscenza applicata e vissuta nella quotidianità e nei rapporti, così da generare un vero e proprio ampliamento di coscienza.
E dunque, ecco perché gli anziani dovrebbero aiutarci a guardare alle vicende terrene con più saggezza, proprio perché le vicissitudini li hanno resi esperti e maturi. Essi sono custodi della memoria collettiva e perciò interpreti privilegiati degli ideali e dei valori comuni che guidano e reggono la convivenza sociale.
Platone affermava che solo alla fine della vita l’uomo acquista la saggezza e la conoscenza delle cose e Cicerone ribadiva che la vita si arricchisce in ogni età di qualità proprie e che sono aspetti quali la saggezza, la lungimiranza, il discernimento, proprie della vecchiaia, che consentono all’uomo di compiere grandi imprese (Cesa Bianchi, 1998). Tolstoj dichiarava con enfasi che “(…) il progresso morale dell’umanità lo si deve ai vecchi. I vecchi diventano migliori e più saggi, trasmettono la loro esperienza alle nuove generazioni. Senza di loro l'umanità rimarrebbe stazionaria, e aggiungeva: com’è bella, com’è meravigliosa la vecchiaia! Non ci sono più desideri, né passioni, né la minima agitazione, né vanità!” (Tolstoj T., 1976). Fromm considerava una persona sana e matura, quella in grado di intraprendere la via dell’essere, piuttosto che dell’avere ed Adler, riteneva maturo chi fosse capace di raggiungere l’auto­affermazione e di canalizzare la volontà di potenza per finalità di utilità sociale.
Molti grandi della storia sembrerebbero quindi testimoniare a favore dell’ormai noto concetto di “Invecchiamento positivo” così come teorizzato e proposto da Baltes a partire dai primi anni ’90; secondo l’autore (Baltes et al., 2006), in base al concetto di sviluppo permanente, la crescita continua fino alla maturità ed anche alla vecchiaia, così da garantire che quest’ultima possa essere una fase arricchente e positiva.
Ma dunque, invecchiare equivale sempre ad “invecchiare bene” e l’anzianità sottende implicitamente a concetti quali l’ auto-consapevolezza e la saggezza? Naturalmente no, dato che per una Terza Età vissuta in un modo che sia davvero fertile, intervengono una serie di variabili, ambientali, sociali, genetiche, di personalità e soprattutto la scelta personale, il così detto “libero arbitrio”, ovvero la volontà e l’intenzione di orientare la propria vita, le proprie scelte e quindi, anche la propria vecchiaia, verso una visione evolutiva e costruttiva dell’esistenza e dei rapporti.
Consideriamo ad esempio le tante possibili invalidità che l’anzianità comporta e che sono, inevitabilmente, realtà dolorose. Riuscendo ad andare oltre la visione comune, secondo la quale tutte le situazioni che limitano la nostra vita tolgono qualcosa al nostro piacere di vivere, nella fase della maturità e dell’anzianità, possiamo sforzarci di capire come gestire le opportunità offerte dalla sofferenza, sempre che scegliamo di utilizzare positivamente quest’ultima.
Nel libro “La forza del carattere”, James Hillman (2000) afferma che la patologia principale della vecchiaia è l’idea che ne abbiamo (p.20). Con queste parole, l’autore ritiene quindi che una parte delle sofferenze dell’età avanzata non dipenda dal tempo che passa, ma dal nostro modo di pensare e dall’idea che abbiamo della nostra vita in generale. Secondo Hillman, gli ultimi anni della vita confermano e portano a compimento il carattere; l’autore non utilizza il concetto di “carattere” nell’accezione più consueta in psicologia, ovvero come la struttura degli atteggiamenti individuali, ma concepisce il carattere come qualcosa che ha a che fare con l’anima, intesa come il terreno fondante dell’essere (p. 16).
Dunque, in una visione psicologica dell’uomo inteso quale entità evolvente, le cui molteplici potenzialità possono essere educate a svilupparsi ed esprimersi, migliorando progressivamente, la saggezza può essere considerata come la risultante dello stesso sviluppo umano e come una sequenza di passi che conduce all’armonico rapporto tra diverse dimensioni.


Psicologia ed invecchiamento: Evolvere verso la Terza Età

Ma cosa può e deve fare, la psicologia in campo geriatrico? Molti approcci psicologici odierni, quali la psicologia del Ciclo di Vita, la psicologia della Salute, l’approccio Transpersonale, compiono lo sforzo di ragionare in termini olistici, di puntare alla promozione del benessere piuttosto che alla cura della malattia, di considerare l’individuo come essere evolvente, in ogni fase di vita, compresa la senilità.
La Psicologia della Salute in particolare (Bertini, 1988) ritiene che la salute, così come la malattia e la disabilità, non esistano nel vuoto sociale, ma si inseriscano in contesti relazionali, sociali e culturali, nelle opinioni della gente, interagendo con i valori, le tradizioni, le immagini; così, il lavoro con la Terza Età si orienta a valorizzare le capacità residue, le risorse ed a potenziare il ben-essere, piuttosto che concentrarsi esclusivamente sulla cura ed il depotenziamento degli aspetti morbosi o psicopatologici (es., disturbi dell’umore), che tuttavia vengono considerati e presi in carico.
Alla base di tutto ciò, troviamo la così detta Life-Span Psychology (Baltes 1987), ovvero la psicologia del Ciclo di Vita, fondata sulla convinzione che lo sviluppo umano non si arresti al termine dell’adolescenza, ma prosegua attraverso l’età adulta, fino alla senilità: ciascuna fase della vita, compresa l’anzianità, ha quindi insite possibilità di modificazione ed accrescimento e si presenta come una attiva e densa possibilità di evoluzione e sviluppo.
È proprio in questa cornice teorica che nasce il concetto di “Invecchiamento Positivo” di Baltes, sopra citato. Molte sono le componenti ed i costrutti che contribuiscono ad un invecchiamento positivo (Mammarella, 2007): buona autostima, senso di sé, progettualità, humor, indipendenza, adattabilità, capacità di coping, ottimismo, locus of control interno, curiosità, autoefficacia, spiritualità.
In particolare rispetto alla spiritualità, molti studi sottolineano come l’appartenere a gruppi religiosi ed esprimere un impegno attivo in tal senso, ma anche la preghiera individuale, la meditazione, la lettura di testi sacri, siano tutti elementi che favoriscano la longevità (Crowther et al., 2002). Un’attitudine spirituale fornisce infatti un senso, uno scopo ed una direzione di vita, aiutando a contrastare la tendenza depressiva spesso presente in anzianità ed ampliando la visione e la possibilità a fronte della sensazione di perdita e di lutto proprie di questa fase (perdita reale del coniuge o di altri cari coetanei, perdita di alcune funzionalità, perdita delle autonomie, etc.). L’attitudine spirituale, migliorando la salute mentale ed avendo influssi positivi sui disturbi dell’umore, migliora anche la salute fisica, dal momento che la depressione e l’ansia possono aggravare la malattia coronarica, l’ipertensione, l’ictus e le malattie psicosomatiche.
Ma del resto, gia Maslow, nella sua così detta piramide, aveva suddiviso i bisogni in “fondamentali” e “superiori”, ritenendo quest’ultimi quelli psicologici e spirituali. Sulla stessa scia, l’approccio integrale della psicologia Transpersonale vuole essere uno stimolo e un contributo alla  realizzazione integrale del Sé, quale unità di corpo, emozioni, mente, anima e Spirito (Assaggioli, 1988). Applicata alla Terza Età, la psicologia Transpersonale propone il concetto di persona sana e matura, come di colei che abbia trovato una coerenza tra fatti e valori e senta una responsabilità verso la propria vita (Pischiutta S., 2013). Inoltre, per il raggiungimento di un invecchiamento positivo, questo approccio considera necessari la capacità di controllare gli impulsi irrazionali, di accettare i propri limiti, di riparare agli errori, di perdonare sé stessi e gli altri, di essere umili e saper accettare critiche senza reagire con frustrazione e risentimento, di essere pazienti, di dimostrare coraggio nelle avversità.
Una vecchiaia ricca e saggia, dunque, potrebbe essere quella in cui rintracciare il senso dell’esistenza aprendo lo sguardo ad una duplice dimensione: quella orizzontale delle relazioni e dei rapporti e quella verticale della tensione alla comprensione del fine più ampio delle proprie azioni, dello scopo più globale dell’essere. Potremo anche dire: coscienza individuale e coscienza universale.


Sintetizzare la propria vita e donare Saggezza

La depressione è una tra le patologie psichiatriche di più frequente riscontro nelle persone anziane (Fasolo et al., 2001). Senza addentrarci sui numerosi studi in materia (es., Gala, 1990; Trabucchi, 1996; Bizzini, 1996) è utile soffermarci in particolare sulla carenza di autostima, sulla sensazione di inutilità, sulla mancanza di obiettivi e di progettualità e non ultima, sulla paura della morte, delle quali spesso l’anziano è preda.
La mancanza di un ruolo e di una collocazione sociale riconosciuti, anche a seguito del pensionamento, contribuiscono certamente in negativo: in passato, gli anziani erano i depositari del sapere e della saggezza e con esse, della possibilità di trasmetterle alle generazioni a venire; oggi, nella nostra società tecnologizzata, spesso frenetica e consumistica, la ricerca della “saggezza” sembra un concetto talora anacronistico, laddove anche il semplice “sapere” si acquisisce velocemente ed autonomamente, soprattutto attraverso internet. In questa cornice, gli anziani, privati di una loro collocazione e di uno scopo, afflitti da una generale mancanza di senso, sono maggiormente preda della paura, in particolare quella della morte, ma anche dei disturbi d’ansia e dell’umore.
La Psicogeriatria, che si occupa proprio dei problemi psichici degli anziani come la depressione, le difficoltà di adattamento, i disturbi cognitivi, ha come obiettivo principale quello di offrire agli anziani la possibilità di invecchiare mantenendo attive le proprie capacità fisiche e mentali. Ma non sempre è agevole distinguere l’organico dallo psichico o individuare i riflessi clinici di una condizione esistenziale.
Allo stato di malessere, si accompagnano infatti spesso progetti irrealizzati, delusioni, difficoltà relazionali, inquietudini, minore autonomia, difficoltà di accettare le limitazioni, fenomeni involutivi. Una diagnosi “netta”, non ha quindi senso, dato che la storia ed il vissuto dall’anziano connotano la sintomatologia. Depressione e declino cognitivo si confrontano tra mondo interiore e ambiente relazionale; le preoccupazioni o le ansie, i conflitti irrisolti, le difficoltà emotive non superate, giungono in vecchiaia a sintetizzarsi; il sentimento di sé e la tenuta psicofisica vengono sollecitati da varie prove, spesso impegnative; il desiderio vitale e la tentazione alla resa si alternano e caratterizzano il percorso esistenziale, in ogni suo passaggio.
È quindi in quest’ottica che si inseriscono gli interventi psicologici collegati all’espressione di sè, alla parola, all’auto-svelamento. In particolare, la tecnica della Life Review, ovvero della “Ricapitolazione di vita” (Butler, 1967), si fonda sulla naturale tendenza dell’anziano a rievocare il proprio passato; l’obiettivo consiste nel favorire questo processo spontaneo e di renderlo più consapevole e deliberato.
La revisione della propria esistenza, sia come specifica pratica psicologica, sia come attitudine relazionale di vita, calata in un contesto di accoglienza e reciprocità, aiuta a risolvere conflitti, solleva da sentimenti di colpa, diminuisce la paura, accresce la creatività e l’autostima. Sintetizzare la propria vita, capirne il senso ultimo anche riflettendo sul senso delle prove di vita affrontate e vissute, aiuta a sviluppare l’idea di chi siamo stati, di chi siamo ora e di cosa saremo (Markus, 1991), in una prospettiva di possibilità e potenzialità. Anche individuare gli errori compiuti, comporta la possibilità di rimediarvi, o semplicemente, di acquisire e compiere passi nuovi di consapevolezza, intimamente interconnessi alla creatività e alle sue molteplici forme di espressione.
Anche Jung riteneva matura la persona in grado di fare sintesi, ed in particolar modo, di sintetizzare gli opposti della psiche. La spinta alla sintesi e all’unificazione contrasta dunque la dualità e risana le scissioni interne, aiuta a contenere l’emotività, contribuisce a donare all’anziano un sentimento di completezza, di unità e di senso ritrovato.
Sintetizzare la propria vita ed accrescere la propria auto-consapevolezza, si trasforma però in saggezza, solo quando compare l’elemento relazionale, ovvero quando siamo pronti a donare, nello scambio con l’altro, la nostra conoscenza acquisita.
Possiamo immaginare un anziano come uno scrigno ricco di preziosi tesori: emozioni, storie, esperienze, acquisizioni. Uno scrigno che si arricchisce con il passare del tempo e che deve essere condiviso, donato e trasmesso, per aiutare anche altri ad arricchirsi interiormente; inevitabilmente, se trattenuto, si trasformerà nel tempo in metallo ossidato, rappresentando un potenziale non espresso, un’energia destinata ad implodere.
Del resto, non solo l’anziano, ma ciascun essere umano, si completa solo nello scambio con l’altro, nella relazione, nel contatto, ritrovando così quella unità interiore, che fornisce senso alla nostra esistenza.

Sepe D., Onorati A., Folino F., Pecci F.



Bibliografia

  • Assagioli R. (1988). Lo sviluppo transpersonale, Roma: Astrolabio
  • Baltes P. et al.(2006). Lifespan development and the brain, Cambridge university Press
  • Baltes P. (1987). Theoretical propositions on life-span developmental psychology on the dynamics between growth and decline, in Developmental Psychology, 23
  • Bertini M.(1988). Psicologia e salute. Prevenzione della patologia e promozione della
  • Salute, Roma: La Nuova Italia Scientifica
  • Bizzini L. et al (2009). Curare la depressione negli anziani. Manuale di terapia cognitiva di gruppo, Roma: Franco Angeli
  • Butler R. (1967). The life review: an interpretation of reminiscence in the aged, Psychiatry, vol. 26, pp. 65-67
  • Cesa Bianchi (1998). Giovani per sempre, Dilani: Laterza
  • Crowther M. R., et al. (2002). Rowe and Kahn’s model of successful aging revisited: positive spiritually-the forgotten factor, Gerontologist, 42, pp. 613-620
  • Fasolo F. et al. (2001). Psicoterapia di gruppo, in Manuale di Psicoterapia dell’anziano, Torino: Bollati Boringhieri
  • Gala C. (1990). Psicogeriatria, Milano: Masson
  • Hillman J. (2000). La forza del carattere, Milano: Adelphi
  • Mammarella N. (2007). L’invecchiamento positivo, in Psicologia Contemporanea, 202, pp.43-48
  • Markus H. (1991). Culture and the Self: Implications for Cognition, Emotion, and Motivation, Psychological Review, vol. 98, n°. 2, pp.224-253
  • Pischiutta S. (2013). Crescere senza invecchiare, Editore Youcanprint
  • Sepe D., Onorati A., Rubino M. P., Folino F. (2011) La funzione evolutiva della crisi: dalla terapia alla ricerca, in Rivista di Psicologia Clinica, n. 1., pp. 70-76
  • Sepe D., Onorati A., Rubino M. P., Miggiano E., Folino F., (2011) La Psicologia Armonica del Sé: una visione sistemica dell’uomo ed una visione transpersonale delle relazioni”, in Psicosintesi, n. 15 Aprile, pp. 22-26
  • Sepe D., Onorati A., Rubino M. P., Zeppetella L., Folino F. (2012) La funzione della Psicologia nella lettura dei miti. Psicosintesi, n. 17 Aprile, 25-31
  • Sepe D., Onorati A., Rubino M. P., Zeppetella L., Folino F. (2012) La Restituzione come processo di cambiamento terapeutico. Rivista di Psicologia Clinica, n. 1, pp. 147-153
  • Trabucchi M. (1996). La depressione dell’anziano, Utet
  • Tolstoj T. (1976). Anni con mio padre, Milano: Garzanti

 

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