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Terza età: il diritto di essere autosufficienti con la protesi anca


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Terza età: il diritto di essere autosufficienti con la protesi anca

L’artrosi colpisce oltre 4 milioni di italiani (dagli ultraquarantenni in su), ma è soprattutto nella terza età che si subiscono i danni maggiori di questa patologia degenerativa, in particolare dopo i 75 anni.
Sulla base delle ultime statistiche, chi soffre di obesità, diabete, varici, iperuricemia e iperlipidemia è più soggetto ad artrosi.
Le cause principali sono legate alla degenerazione tissutale per invecchiamento, all’usura delle cartilagini favorita da sovrappeso, ereditarietà, ma anche malattie della circolazione, fratture, traumi da sport, lesioni articolari.
L’artrosi rappresenta la malattia osteo-articolare più diffusa, può compromettere una o più articolazioni ma, in ordine di importanza e frequenza, al primo posto ritroviamo la coxartrosi (artrosi dell’anca), la gonartrosi (artrosi del ginocchio), la spondiloartrosi (che coinvolge le articolazioni vertebrali).
Si sviluppa lentamente, gradualmente per, poi, degenerare in malattia cronica con le conseguenze peggiori: dolori, rigidità e limitazione nell’uso dell’articolazione danneggiata.

Protesi anca mini invasiva: la soluzione sicura per la terza età

Ogni anno, si contano oltre 170 mila interventi per l’impianto di protesi articolari in genere.
L’artrosi all’anca è una patologia tipica della terza età (indicativamente, dai 60 anni in su): solo nel 3% dei casi si tratta di soggetti in età compresa tra i 40 ed i 60 anni.
Sono a rischio anche gli sportivi o chi fa lavori pesanti e deve sopportare grossi carichi.
La causa che scatena la malattia è la degenerazione della cartilagine a seguito di traumi o microtraumi.
Sono le donne le più colpite per questioni legate alla menopausa ed ai cambiamenti ormonali che contribuiscono al processo degenerativo: tre pazienti su quattro sono donne.
È inevitabile, nei casi più gravi, ricorrere alla protesi anca totale mini invasiva per sostituire l’articolazione (osso e cartilagine) compromessa ripristinando il normale funzionamento dell’articolazione danneggiata.

Quando è necessario ricorrere alla protesi anca?

Quando l’artrosi dell’anca diventa grave e invalidante, quando si verifica la frattura del femore, l’unica soluzione possibile ed efficace viene offerta dalla chirurgia ortopedica mini invasiva per l’impianto di una protesi anca.
L’anca danneggiata da artrosi, frattura od altri traumi non consente attività come camminare o fare le scale a causa del dolore insopportabile e costante, anche a riposo. La terapia farmacologica, i farmaci antinfiammatori non bastano più, l’anca si irrigidisce al punto tale da rendere difficoltosi movimenti come spostare o sollevare la gamba.
In questo caso, diventa necessario l’intervento chirurgico per impiantare una protesi anca totale (detta anche artroplastica totale dell’anca) costituita da varie componenti protesiche realizzate in ceramica e polietilene che andrà a sostituire l’anca (osso e cartilagine).

La diagnosi

Affrontare un intervento, seppure mini invasivo e non traumatico, è sempre un passo importante, soprattutto per persone della terza età.
Oltre ad un’accurata visita ortopedica, prima di decidere per l’impianto di una protesi anca, occorre eseguire una corretta diagnosi: sarà necessario sottoporre il paziente ad un’accurata visita ortopedica, eseguire vari test a scopo diagnostico, effettuare raggi X e la RMN (Risonanza Magnetica Nucleare) per verificare nei minimi dettagli la condizione dell’osso e dei tessuti molli dell’anca.

Chirurgia tradizionale e mini invasiva: le differenze

La protesi anca rappresenta l’intervento più eseguito in ortopedia, nel nostro Paese, ed interessa soprattutto pazienti della terza età, in età compresa tra i 68 ed i 75 anni.
La chirurgia tradizionale ha registrato, finora, diverse problematiche, complicazioni, perdita di sangue, problemi in fase di riabilitazione, nei tempi di recupero e conseguenze spiacevoli per il paziente.
L’innovativa chirurgia ortopedica mini invasiva, sempre più richiesta ed apprezzata, risulta più efficace, sicura al 100%, priva di rischi e complicazioni, più rapida (sia per l’intervento che per i tempi di recupero), ovviamente se ci si affida ad esperti chirurghi del settore.
Si ispira ai concetti della Tissue Sparing Surgery (TSS) che presenta due vantaggi: riduce il trauma chirurgico e preserva i tessuti non danneggiati, risparmia muscoli, cartilagine e parti ossee (che non vengono sezionati ma divaricati). Viene mantenuta buona parte del collo femorale, vengono ‘salvate’ le strutture periarticolari, rispettati vari e nervi.
Questa tecnica mini invasiva è meno traumatica, meno dolorosa ed aggressiva: non comporta il distacco di alcun muscolo, questo viene attraversato tramite un’incisione per divaricarlo senza provocare traumi.
In tal modo, si riduce il dolore post-operatorio e la perdita di sangue, l’intervento dura meno (senza ricorrere a trasfusioni), l’incisione dei tessuti è ridotta, la riabilitazione è rapida ed il rischio di lussazione è praticamente azzerato.
Per tutti questi vantaggi, la terza età ringrazia gli specialisti della chirurgia mini invasiva, cui possono ricorrere anche pazienti molto anziani ma sconsigliata a chi è in eccessivo sovrappeso.

La tecnica femur first e protesi bilaterale

Oltre alla bravura ed alla preparazione del chirurgo, la riuscita dell’intervento si deve alla femur first, una tecnica innovativa indicata per l’impianto di protesi anca totale attraverso cui si prepara prima il femore rispetto al cotile (ovvero la coppa) allo scopo di rendere l’intervento più mirato: migliora la precisione dell’angolo di lavoro tra parte femorale ed acetabolare rendendola più anatomica.
Femur first si traduce in inglese con “il femore, innanzitutto”: nella prima parte dell’intervento si prepara il femore, nella seconda si interviene sull’acetabolo.
Con questa tecnica è possibile ridurre le dimensioni della protesi calcolando in modo più preciso la lunghezza finale dell’arto da operare assicurando la stessa lunghezza alle due gambe.
Con l’intervento bilaterale è possibile impiantare contemporaneamente, attraverso un unico intervento, una protesi per ogni anca: in questo modo, il paziente potrà far fronte all’intero percorso riabilitativo una sola volta, accelerando ulteriormente i tempi.

La protesi anca mini invasiva vista da vicino

Per la curiosità e la corretta informazione rivolta tanto a pazienti della terza età quanto a sportivi o cinquantenni, conosciamo più da vicino la protesi anca.
Come è fatta? È più piccola di quella tradizionale, ad ancoraggio biologico, fissata all’osso.
È composta da 3 elementi: una testina in ceramica posta su uno stelo metallico che sostituisce la testa del femore compromesso, un cotile (o coppa metallica) che rimpiazza la cartilagine consumata, un inserto in ceramica (o polietilene) da inserire tra cotile e testina per formare l’elemento che contribuirà in gran parte al successo dell’intervento, ovvero la superficie di scorrimento.
Gli attriti fra gli elementi della testa femorale e l’acetabolo in ceramica sono ridotti al minimo e, perciò, dura di più.
Tale protesi di ultima generazione consente un’incisione minima (7-8 cm contro i 15-20 della protesi tradizionale), il che riduce anche le dimensioni della cicatrice.

Permanenza in ospedale e riabilitazione

Dopo l’intervento, la permanenza in ospedale del paziente può variare dai 4 ai 15 giorni. In seguito, potrà proseguire la fase di riabilitazione a casa sulla base di un programma di fisioterapia. Abbiamo detto ‘proseguire’ perché la fisioterapia inizia a 4-6 ore di distanza dall’intervento.
Una volta superato il periodo di riabilitazione, il paziente potrà riprendere le normali attività quotidiane nell’arco di 2-4 settimane.
Una protesi anca dura dai 20 ai 25 anni.

La terza età e il diritto all’autosufficienza

Il grande successo registrato finora dalla chirurgia ortopedica mini invasiva per l’impianto di protesi anca aumenta l’aspettativa di vita e migliora la qualità della vita anche e, soprattutto, per la terza età.
La rottura di un femore produce, nella vita di un anziano, un trauma in tutti i sensi.
Oltre al dolore fisico, subentra il dramma di non poter essere più autosufficiente. Inizia a sentirsi di peso agli altri, deve rinunciare alle sue piccole grandi abitudini, la sua vita diventa un punto interrogativo.
Con l’impianto di una protesi anca mini invasiva quella paura, quel dramma, resteranno solo un brutto ricordo.


Dott. Michele Massaro
Specialista in ortopedia e traumatologia
Senior surgeon, cliniche Humanitas, Milano-Bergamo
www.protesiginocchioanca.com
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