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Il mio matrimonio

 

Quando ero giovane mi incontravo con un ragazzo di qualche anno più vecchio di me che mi piaceva molto. Era il 1944, c’era la guerra e da noi si pativa la fame, ma nonostante tutti i problemi che potevamo avere ci incontravamo spesso ed eravamo felici assieme, come si dice "morosavamo".

Un martedì di luglio, il mio ragazzo doveva andare dal parroco del paese per provargli la tonaca che gli stava confezionando e mi chiese di accompagnarlo. Andammo da lui la sera, dopo aver indossato la tonaca, il prete ci chiese come andava tra noi due e se eravamo intenzionati a sposarci. Allora il mio "moroso" disse che lui era pronto anche a sposarsi subito, e anch’io dissi questo. Al che il parroco, che ci conosceva e sapeva del nostro amore, ci disse che subito non era possibile, che lui era solito celebrare il matrimonio durante tre giorni della settimana: lunedì, mercoledì e sabato.

Usciti dalla canonica il mio ragazzo ed io abbiamo subito cominciato a parlare su cosa dovevamo fare, dei nostri progetti, del nostro futuro, e subito siamo tornati dentro a riferire al parroco quanto avevamo deciso.

Il giorno dopo, mercoledì, alle cinque del mattino eravamo davanti alla canonica assieme a due nostri amici che dovevano fare da testimoni. Dovevamo stare attenti perché si era in guerra, e a quell’ora del mattino c’era ancora il coprifuoco: le strade erano pattugliate da militari tedeschi e nessuno dei civili poteva uscire se non aveva avuto il permesso dalle autorità tedesche. Così entrammo senza far rumore nella canonica dove ci stava aspettando il parroco, perché per il coprifuoco non potevamo entrare dalla porta principale della chiesa. Il parroco così officiò il matrimonio tra noi due a lume di candela.

Alla fine della cerimonia, che fu molto breve, ci disse che dovevamo almeno uscire dalla porta principale della chiesa, così come facevano tutti i cristiani. E così facemmo. Ma fuori della porta stava proprio una pattuglia di tedeschi che ci bloccò subito e ci tempestò di domande. Dopo aver esibito le carte di identità fummo accompagnati a casa e ci intimarono di presentarci dagli ufficiali nazisti verso le undici del mattino. A quell’ora ci presentammo con il prete e spiegammo tutta la faccenda. Poi ci portarono in municipio perché regolarizzassimo il matrimonio anche dal punto di vista civile, e lì sorsero alcuni problemi perché io ero ancora minorenne e i miei genitori lavoravano in Marocco. Anche i genitori del mio ragazzo erano all’estero, in Germania, ma almeno lui era maggiorenne. Per fortuna il prete, che ci aveva preso in simpatia, garantì per entrambi, e soprattutto per me. Così io e mio marito ci ritrovammo sposati dall’oggi al domani. E per un po’ di tempo non lo seppe nessuno, nemmeno i nostri familiari.

Nel frattempo dormivamo nella sua bottega, poi, dopo due mesi mio marito parlò del matrimonio ai suoi fratelli e a poco a poco riuscimmo a mettere via un po’ di soldi per pagare una casa in affitto dove abitare noi due soli.

 

 nonna Emma

 

 

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