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Il film, che è già reperibile in videocassetta, è
stato candidato, senza successo, dall'Italia per l'assegnazione degli Oscar 2001.
I cento passi corrispondono alla distanza che
separa la casa di Cinisi (Palermo), nella quale
Giuseppe /Peppino Impastato abita con la
famiglia, da quella del boss mafioso Tano
Badalamenti, organizzatore dei maggiori traffici
di droga fra Sicilia e mercato internazionale
negli anni settanta. Figlio di un mafioso
subalterno, il giovane Impastato, dopo aver
conosciuto un militante del Partito Comunista
che fa il pittore, diventa attivista politico
nello stesso partito per poi, negli anni
successivi al '68, assumere posizioni più
autonome e critiche. Fonda una radio, dalla
quale lancia accuse e sberleffi alla mafia e al
suo boss (chiama Cinisi Mafiopoli e Badalamenti
Tano seduto), trasmette musica americana e
raccoglie attorno a se un gruppo di giovani di
tendenze libertarie. Tutto ciò gli aliena il
padre e lo costringe ad andarsene di casa.
Quando, nella primavera del 1978, decide di
presentarsi alle elezioni comunali per la lista
di Democrazia Proletaria, il padre è morto in
un incidente da qualche mese. Lo stesso giorno
nel quale viene trovato il cadavere di Aldo Moro
nel centro di Roma, Peppino muore dilaniato
dall'esplosivo sui binari della ferrovia vicino
a Cinisi. Le autorità accrediteranno la tesi di
un suicidio indotto da delusioni esistenziali e
politiche, ma già dal funerale si capisce che
la madre Felicia, il fratello Giovanni e i
compagni di lotta non si faranno intimidire.
Marco Tullio Giordana, 50 anni, ha cominciato a
fare cinema nel 79. Nei film precedenti ha
sempre mostrato poca misura. Il suo era un
cinema ideologico che toccava temi anche
scottanti, come il 68, il terrorismo, la morte
di Pasolini (Maledetti vi amerò, 80 - La caduta
degli angeli ribelli, 81 - Notti e nebbie, 84 -
Appuntamento a Liverpool, 88 - La domenica
specialmente, 91 - Pasolini un delitto
italiano, 95). Ma ogni volta che ha toccato
questi temi Giordana lo ha fatto con molta
enfasi. Invece in questo film trova una misura
deliziosa.
Ogni volta che il film viene proiettato, alla
fine, il pubblico scoppia in un applauso
spontaneo e sincero. Perché? Il pubblico, per
merito del regista, entra dentro il tessuto
spirituale di questa storia.
Si tratta prima di tutto di una storia vera.
Impastato muore nel 1978, lo stesso giorno del
ritrovamento del cadavere di Moro. Alcuni fatti
e personaggi del film (Badalamenti, Rostagno, la
contestazione, il movimento giovanile degli
hippy, ecc.) sono entrati nelle cronache calde e
intense di quegli anni. In quel contesto la
storia del giovane Impastato andò via un po'
anonima, ma si tratta di una pagina della storia
italiana, una pagina importante. Alla fine degli
anni Sessanta a Cinisi, un piccolo paese
siciliano, la mafia domina e controlla la vita
quotidiana, oltre agli appalti per l'aeroporto
di Punta Raisi e il traffico della droga.
Peppino, figlio di un piccolo mafioso locale,
entra nel vortice della contestazione
piegandola, con originalità, alle esigenze
locali e riesce a contrapporsi ad uno dei
fenomeni più sotterranei, più inquinanti, più
balordi della nostra storia, della nostra società.
Quindi innanzi tutto il film è una pagina di
storia e la storia è di per sé educativa
quando riesce a dirci: "Non dimenticate! Se
dimenticate, vi allontanate da voi stessi, dalla
vostre radici."
Ma rievocando questa storia, che è una storia
di un uomo di sinistra, non c'è nel regista
nessuna enfasi ideologica, non c'è apologia
politica. Se lo si guarda con gli occhiali
dell'ideologia I cento passi con la chiusura
sulle bandiere rosse e i pugni chiusi del
funerale di Impastato, potrebbe sembrare un film
di propaganda. Ma quelle bandiere rosse ben
presto si scolarono nel bianco e nero dello
stupendo finale, quasi a volerci dire che la
lotta a quel complesso fenomeno che passa sotto
il nome di mafia non appartiene a una "parte".
Falcone e Borsellino non erano certo uomini di
sinistra, ma il loro impegno e il loro
sacrificio sono universalmente noti.
Giordana e i suoi sceneggiatori non hanno voluto
però fare solo un film "di
mafia". Hanno voluto mostrare una persona
che lotta anche contro se stessa e le proprie
radici. C'è nel film la voglia di descrivere il
senso umano della storia, di mostrarci la
psicologia esemplare di questa figura umana, di
questo ragazzo. Il regista ci rende partecipi,
con equilibrio, ma con lucidità, degli affetti,
dei rapporti e delle relazioni di questo ragazzo
- specie quelli tra lui e la madre - dei suoi
conflitti con il padre, del rapporto con il
fratello. Allora una storia di mafia diventa
un'occasione per riflettere su questi
sentimenti. Parte del merito di questo risultato
è della sceneggiatura, una sceneggiatura a sei
mani (ci hanno lavorato in tre: : Claudio
Fava, Monica Zappelli, Marco Tullio Giordana)
che è riuscita a costruire una storia che ha la
solidità e la profondità del racconto
dell'800, quando raccontare una storia non
voleva dire rimanere alla superficie, ma andare
dentro il cuore stesso delle vicende.
Questo film, ad di là della nobile
ricostruzione di un periodo tanto importante
della nostra storia, è innanzi tutto,
nonostante il suo finale tragico, una toccante
poesia della giovinezza, è un inno alla
giovinezza restituita, un'elegia alla sua libertà,
alla sua insofferenza, alle sue intemperanze e
quindi alla sua creatività. Certo in Peppino ci
sono anche le utopie e gli idealismi, ma Peppino
è consapevole della battaglia che sta
combattendo. Pochi attimi prima del violento
scontro col padre ("Onora il
padre!") stava leggendo Don Chisciotte che
è un personaggio che ha la consapevolezza che
la sua battaglia è una battaglia ideale e vana:
Questo non cambierà niente; lui continuerà a
vivere la pienezza della sua giovinezza, anche
se sa benissimo che morirà. Peppino è un
ragazzo radicale nelle sue convinzioni, ma
solare, di una coerenza semplice e pura. In una
delle poche sequenze all'aperto del film Peppino
e il suo amico sul monte guardano dall'alto la
bellezza del mare e del paesaggio. Quel panorama
è l'emblema del rinnovamento, il simbolo della
pulizia morale e della santità laica. I due
amici non fanno in quel momento discorsi sulle
antinomie bene - male , giusto - ingiusto, ma
parlano della bellezza e Peppino dice:
" importante la bellezza: da
quella scende giù tutto il resto" Ecco,
questa è la pedagogia del bello, che non si
sposa mai col male; il bello è sempre buono; il
male è sempre fisiologicamente, necessariamente
brutto e nero. Non per niente, nel buio generale
che prevale quasi sempre in questo film Peppino
è sempre inquadrato nella luce, la luce
dell'innocenza e del bene.
Certo al centro c'è Peppino con la sua
radicalità, la sua solarità, la sua coerenza,
la sua onestà, ma il film salva tutti i
personaggi. Si pensi alla figura della madre.
L'intensità del rapporto tra madre e figlio
raggiunge il suo apice nella sequenza del
garage, quando i due, in uno straordinario
momento di intimità, leggono a due voci una
poesia di Pasolini dedicata a sua madre:
" difficile dire
con cuore di figlio ciò a cui nel cuore ben
poco assomiglio, tu sei l'unica al mondo che sa
del mio cuore ciò che è stato sempre prima di
ogni altro amore. Per questo devo dirti ciò che
è orrendo conoscere. Ma tu sei una
madre e il tuo amore è la mia schiavitù..
Felicia in quel momento, vestita di nero
nell'oscurità col solo volto dolorosamente
illuminato, ci appare come Maria e Peppino come
Gesù, lei una vera madre addolorata, lui l'ecce
homo, il cui corpo, come in un quadro di
Caravaggio, nel buio del garage è investito da
una luce tragicamente bella.
Il film salva anche la figura paterna. Luigi
non può essere diverso da quella che è,
condizionato com'è dalla cultura in cui vive.
Luigi Impastato è un piccolo mafioso, ma è
anche un genitore. Pensiamo al prologo del film
con quel bambino che recita la poesia. Quanta e
quale è la fierezza commossa di suo padre, che,
sarà pure un piccolo mafioso, ma mostra, con la
scelta delle poesia (L'infinito di Leopardi) da
far recitare al figlio durante un raduno
mafioso, una indubbia nobiltà d'animo. Quel
padre che, costretto dai codici mafiosi a certi
comportamenti, in una terribile sequenza, caccia
via il figlio gridando disperato "Onora il
padre! Onora il padre!", è lo stesso - lo
scopriranno dopo la sua morte i figli - . che
raccoglie con grande amore e con segreta gelosia
tutte le memorie del figlio in una scatola,
anche quello che lui apparentemente era
costretto a proibirgli: i suoi volantini e gli
articoli contro la mafia. Il rapporto di Peppino
col padre ha altri momenti toccanti. Come
dimenticare il loro ultimo colloquio nella
pizzeria, la sera della uccisione del padre? I
due, inquadrati ognuno tra le gambe
di due sedie capovolte, sembrano mostrare le due
facce di questa vicenda: la solitudine del padre
oppresso dai sofferti e pesanti condizionamenti
mafiosi e la risoluta ostinazione, tutta
giovanile, di Peppino di non sopportare, di non
volere sopportare quella condizione.
Il film salva e rispetta anche la figura
del fratello che si nobilita e si riabilita
nella sequenza in cui, dopo avere urlato dalla
finestra, in modo provocatorio: "Tano è un
mafioso", si avventa su Peppino gridando
"Pure io voglio fare l'eroe. Pure io lo so
fare." L'intensità del rapporta tra i due
fratelli sta tutta in quella inquadratura che,
dopo il litigio, mette in primo piano le loro
mani che si incrociano e si avvinghiano in una
disperata tensione d'amore.
Andrea
Cicognani
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