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Dottrina (A.P.S.P.)

     

Ipab, la riforma emiliana ingabbia la sussidiarietà
 di Stefano Andrini  

  

 

Il governatore dell'Emilia-Romagna Vasco Errani peggio di Crispi? Il paradosso lanciato da due consiglieri della Casa delle libertà su una direttiva regionale relativa alle Ipab (Istituti di pubblica assistenza e beneficenza) sintetizza le preoccupazioni di chi la ritiene antisussidiaria, liberticida e per di più con qualche trucco giuridico.

 
Di che cosa si tratta? Lo scorso 1° marzo la Giunta regionale dell'Emilia-Romagna ha varato la direttiva sulla «trasformazione» delle Ipab che, dopo il dibattito in commissione previsto per domani, dovrà poi essere approvata dal consiglio regionale. Ufficialmente la Giunta ha voluto preventivamente ri-recensire le Ipab esistenti per individuarne i volumi di bilancio e di attività. A monte di tutto, l'art. 23 della legge regionale 2 fissa che «si trasformano» in azienda pubblica di servizi alla persona quelle Ipab nelle condizioni fissate dalla direttiva in questione. La direttiva tenta, a certe condizioni, di imporre la pubblicizzazione, fatta salva una via di fuga limitata, e impone la fusione delle Ipab a certe condizioni di bilancio.
Secondo l'opposizione in questa previsione c'è un trucco giuridico: la direttiva, infatti, fissa requisiti minimi (e singoli, sganciati cioè dalla legge madre) per la trasformazione in aziende pubbliche. Si tratta di requisiti così minimi che su 257 Ipab solo 27 sarebbero escluse dalla pubblicizzazione obbligatoria (più altre a rischio estinzione d'ufficio).

 
Addirittura la scelta sarebbe già stata politicamente pianificata e un documento non ufficiale, che gira tuttavia nei piani alti del palazzo regionale, avrebbe già previsto nel dettaglio quali Ipab resteranno pubbliche e quali private. Qualche esempio: settore anziani, bilancio di previsione 2003 superiore a 500mila euro oppure patrimonio superiore a 1,5 milioni di euro oppure utenza superiore a 65 unità; settore minori, bilancio di previsione superiore a 150mila euro oppure patrimonio superiore a 750mila euro oppure utenza su periore a 16 unità. Questi requisiti con l'«oppure» sono talmente minimi che quasi tutte le Ipab dovrebbero diventare aziende pubbliche.

 
Esiste però una modesta via di fuga: la direttiva non può scavalcare il Dpcm (decreto del presidente del Consiglio dei ministri) del 16 febbraio 1990 che fissa alcune condizioni per la scelta della privatizzazione. Il Dpcm è scaturito da una sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale il primo articolo della legge Crispi del 1890, che statalizzò oltre 21mila Opere pie perché non prevede appunto la possibilità di privatizzazione. C'è un altro aspetto controverso. Nella direttiva le Ipab operanti nella medesima zona sociale, di norma il distretto, e nello stesso settore di attività sono tenute a fondersi in un'unica azienda. Una mossa politica, secondo i critici della direttiva, per accentuare il controllo e incamerare patrimoni, creando una sorta di Asl funzionali al welfare locale. Sfuggono a questo destino le Ipab che abbiano un bilancio di previsione 2003 superiore a 8 milioni di euro. L'intento è evidente: le grandi Ipab, centri nevralgici di servizi, personale e persone di prestigio non hanno alcuna intenzione di accettare fusioni. Le fusioni obbligatorie rappresentano in molti casi anche un esautoramento del ruolo dei singoli Comuni che possono in tal modo perdere riferimenti importanti sul territorio e ritrovarsi esautorati dalle politiche sociali.

 
«Crispi - ricordano i consiglieri Gianni Varani (Fi) e Cristina Marri (Udc) - statalizzò le Opere pie ma non le chiuse e ne rispettò comunque le tavole fondative e l'autonomia, cioè il volere dei fondatori quanto alla finalità dell'opera. In Emilia-Romagna si vorrebbe di colpo cancellare decenni, quando non secoli di storia, con una manovra politica senza precedenti e fortemente illiberale». L'opposizione, dunque, chiede il ritiro di una direttiva che ritiene liberticida e anticostituzionale. L'alternativa? «La pubblicizzazione deve essere frutto di una libera sc elta». Ma non solo. «Chi opta per la privatizzazione - dicono i due consiglieri - deve essere comunque valorizzato nell'ambito del welfare come prevede con lucidità la riforma lombarda».

 

 

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