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NEI GENI IL SEGRETO DELLA LONGEVITà

 

Che la longevità fosse collegata a meccanismi genetici era cosa nota. Ma ora nuovi studi ci fanno intendere meglio quali siano le qualità specifiche che consentono ad alcune persone di raggiungere e superare il secolo di vita.

Le nuove ricerche, condotte da un neurologo italiano, il dottor Giovanni B. Frisoni, direttore del laboratorio di Epidemiologia e Neuroimaging del San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia, in collaborazione con un’equipe finlandese, hanno dimostrato che il gene che permette di arrivare anche a cent'anni ed oltre non sta nella sana alimentazione e nemmeno nel vivere in Sardegna, ma nel Dna, in quanto sembrerebbe che i centenari siano dotati di un particolare gene della longevità, una delle tre varianti dell'apolipoproteina E, "una proteina - afferma Frisoni, che ha presentato la ricerca sul numero di febbraio di Journals of Gerontology - prodotta da ogni persona e coinvolta nel trasporto dei grassi nel sangue".

 

Non tutti producono la stessa forma della proteina. "L'apolipoproteina E - sostiene Frisoni - è composta da 299 aminoacidi, dei quali 297 sempre dello stesso tipo e nella stessa posizione; in due punti del gomitolo possono essere presenti aminoacidi diversi che portano alle tre varianti: e2, e3, ed e4". Queste varianti sono normali e funzionanti, ma più o meno efficaci nel legame e nel trasporto dei grassi, ed ogni soggetto ne può produrre al massimo 2 tipi diversi.    

I ricercatori italiani e finlandesi, attraverso uno studio condotto su 179 finlandesi (28 uomini e 151 donne che nel '91 avevano compiuto almeno 100 anni), hanno scoperto che la forma e2 aumenta progressivamente con l'aumentare dell'età.
In pratica, la forma e2 è presente nel 9% dei soggetti con 100/101 anni, nel 21% di quelli con 102/103 anni e nel 25% di quelli con 104 anni o più. Questo starebbe a significare che "chi non produce questa forma della proteina - dice lo studioso italiano - tende a morire prima".

 

"La variante e2 - spiega - è stata collegata a una serie di eventi positivi: livelli inferiori di colesterolo nel sangue, minor rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, disturbi di memoria e malattia di Alzheimer. Pare sia associata anche a un miglior funzionamento del sistema endocrino e, in generale, a una maggior resistenza delle cellule e dei tessuti agli insulti del tempo e alle malattie in genere". 
Sarebbe, oltre a ciò, anche più efficace nel riparare i danni cerebrali in caso di patologie degenerative del cervello, di traumi cranici o di disturbi della circolazione sanguigna cerebrale. Frisoni, tuttavia, invita alla prudenza "nell'interpretazione dei risultati degli studi osservazionali. È necessaria ancora molta ricerca di base che, in laboratorio, dimostri come la forma e2 agisce sulle cellule dell'organismo. Solo quando il meccanismo d'azione sarà chiarito -osserva - si potrà pensare alla sintesi e, forse, alla somministrazione della proteina nell'uomo".

 

Marco Fasolino

 

 

 

DALL'ARCHIVIO DI TERZAET@.COM


 

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