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Alzheimer: arriva la terapia genetica

 

Nonostante la medicina abbia fatto passi notevoli negli ultimi anni, con la sconfitta o l’attenuazione di patologie un tempo ritenute incurabili, una sindrome che elude a tutt’oggi ogni sforzo terapeutico è la malattia di Alzheimer, la nota forma di demenza che colpisce il sistema nervoso nel 5-10 per cento della popolazione in età avanzata o anche presenile. Le persone affette da questa patologia manifestano una perdita della memoria a breve termine, un'afasia di tipo principalmente motorio, una perdita della comprensione dell'uso degli oggetti usuali e un progressivo deterioramento della capacità di apprendimento, di pensiero, di pianificazione degli impegni e di mantenere l'attenzione su ciò che circonda il paziente. I primissimi segni sono a carico del tipo di memoria nota come memoria breve (o di lavoro), consistenti nella difficoltà a ricordare anche parole di uso quotidiano. In un secondo stadio l’individuo dimostra incapacità nel riconoscere i parenti e gli amici. In seguito si verifica la perdita dell’orientamento, cambiamenti comportamentali (ansietà, insonnia e mutamenti di personalità), sino al progressivo peggioramento e perdita delle capacità mentali.

 

Ma qual è la speranza di debellare questa sindrome neurodegenerativa? Ricerche recenti, dirette a saggiare l’azione del NGF (Nerve Growth Factor - fattore di crescita neuronale) e di altri fattori neurotrofici sulle cellule nervose preposte alle funzioni cognitive, hanno svelato che una sindrome del tutto simile all’Alzheimer si verifica in un roditore, deprivato con tecniche di ingegneria genetica dell’NGF in età avanzata. In queste sperimentazioni si sono manifestate evidenti modificazioni istopatologiche e turbe comportamentali del tutto simili a quelle manifestate in individui umani affetti dalla malattia di Alzheimer. Tali risultati fanno ritenere che la carenza o totale mancanza di determinati fattori neurotrofici siano la causa di questa patologia. Questi studi prospettano una possibile terapia preventiva che blocchi, ad uno stadio iniziale, il progredire di tale sindrome. In attesa che i risultati di ricerche in corso confermino l’ipotesi che la deficienza dei fattori trofici siano la prima di una delle cause dell’instaurarsi dell’Alzheimer, inizia la sperimentazione sull'uomo della terapia genica applicata al Morbo di Alzheimer.

 

L'esperimento coinvolgerà in un primo momento due persone e probabilmente altri sei volontari in un secondo momento. A questi pazienti verranno prelevate delle cellule della cute, che dopo essere state geneticamente modificate in laboratorio e rese così in grado di produrre NGF (in grado di riattivare anche i neuroni atrofizzati), dopo circa tre mesi saranno di nuovo impiantate nel cervello dei partecipanti. Questi ultimi saranno esaminati per un anno e mezzo, per valutare l'efficacia del trattamento, cioè la riduzione della perdita di memoria, la riacquisizione delle funzioni cognitive e gli eventuali effetti collaterali della stessa terapia.

 

Lo studio sull'uomo è stato approvato dall'ente americano per il controllo dei farmaci (FDA), dopo gli eccellenti risultati ottenuti sulle scimmie. L’équipe medica che ha condotto lo studio, è coordinata dal dottor Mark Tuszynski, il quale, nel 1999, aveva scoperto che, iniettando il gene del NGF vicino ai neuroni atrofizzati delle scimmie anziane, queste riacquistavano la vitalità avuta in gioventù. Un secondo esperimento, condotto su 18 macachi, ha inoltre mostrato che non solo le cellule della memoria si rigenerano ma che si riformano anche gli assoni, i prolungamenti delle cellule nervose, che consentono il passaggio dei messaggi fra i neuroni (le cellule del sistema nervoso). Nelle scimmie anziane, dove si ha la perdita di circa il 25% degli assoni, la terapia genica ha riportato alla formazione anatomica e funzionale di questi filamenti. Alla luce di tutto ciò il Morbo di Alzheimer potrebbe in un futuro non lontano essere debellato dalla terapia genica.

 

 

Marco Fasolino

 

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