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PARKINSON: "VIVERE E NON SOPRAVVIVERE" 

SENZA QUESTIONE DI ETà

 

Attualmente della malattia di Parkinson se ne parla di più. Molto meno si parla, invece, delle persone (malati e familiari) che si trovano direttamente ad affrontarla. Oggi la fatica di vivere nel quotidiano rappresenta  una costante comune giornaliera per molte persone. Un po' di storia non fa mai male per dire che la malattia di Parkinson esiste da molto tempo.

 

Nell'antichità, Galeno, il medico di Marco Aurelio, diagnosticò i sintomi della malattia di Parkinson al suo imperatore; molto più tardi anche Leonardo da Vinci li individuò in persone che lo circondavano. Tali sintomi, che affliggono persone in ogni parte del nostro pianeta non hanno risparmiato né risparmiano i potenti ed i personaggi famosi. Tra questi ricordiamo Adolf Hitler, Mao XeTung, Arafat, Reagan, il generale Franco, Mohammed Ali, J. Fox, Rita Haworth, il Santo Padre (personaggi questi di quattro diversi continenti), insieme alle 2OOmila persone che attualmente in Italia convivono quotidianamente con questa malattia.

 

Il Dottor James Parkinson la presentò come "paralisi agitante" e successivamente ad essa furono associate la "rigidità muscolare" e la "lentezza nei movimenti".

Il Parkinson è semplicemente una malattia degenerativa che non fa morire.

Dietro alle evidenti reazioni del corpo ed alla difficoltà di rimanere autonomi, la persona che ne è coinvolta perde la stima di se stessa, si chiude di fronte al "mondo sociale ed affettivo", diventa inattiva, peggiorando così il proprio stato di salute psico-fisico.

 

Come Psicologa volontaria che opera nella sede dell'AIP di Roma, sono ormai consapevole di quanto sia complessa, imprevedibile nelle sue reazioni, la problematica nella sfera emozionale ed affettiva per la persona che ne viene coinvolta e per i familiari che la circondano. Ci sono individui che preferiscono ignorare la malattia, altri la nascondono a tutti coloro che li circondano, perché preferiscono tacere su ciò che succede al proprio corpo o al corpo di un proprio caro; altre persone la rifiutano impedendo a chiunque di aiutarli, sostenerli, per "vincere" la malattia e non solo per sopravvivere al Parkinson.

 

Molto spesso, infatti, "chi" ne viene colpito si vergogna delle strane reazioni del corpo, della lentezza con la quale si interagisce agli stimoli esterni, nonché della sofferenza provocata dalle parti del corpo perché oggi la nostra società chiede al singolo la rapidità nella prestazione, l'efficienza ed una perenne salute psicofisica.

Ed è all'interno di questo tipo di società che esistono anche malati di Parkinson che lottano e vincono ogni giorno sulle strane e complesse manifestazioni della malattia; vincono da protagonisti soprattutto nel rapporto con il mondo esterno. Si riprendono, in altre parole, i ruoli di marito/moglie, padre, amico, lavoratore e cittadino, ruoli messi in discussione dalla diagnosi al prosieguo della malattia stessa. E vincono soprattutto perché superano la vergogna delle manifestazioni strane ed imprevedibili del loro corpo, dei loro limiti nella comunicazione e della lentezza delle loro prestazioni. Sono queste le persone  che si "scoprono", si aprono e vivono in mezzo agli altri ed alla società.

 

Chi contrae la malattia di Parkinson, infatti, spesso ha bisogno di essere sostenuto in questo processo di crescita e di cambiamento: non si aiuta il malato  se viene soltanto compatito, sopportato, rifiutato ed anche scambiato frequentemente per tossicodipendente, alcolizzato ecc. nel caso che il suo corpo si blocchi, tremi o si muova in modo strano ed insolito.

 

Si aiuta invece a vincere sulla malattia se, da una parte, il "parkinsoniano" diventa consapevole di essere un individuo ancora socialmente integrato, attivo senza distinzione di età e, dall'altra parte, la "collettività" si apre ad una costruttiva e corretta informazione sulla malattia stessa, in attesa che la ricerca scientifica dia una svolta soddisfacente alla sua soluzione.

 

Ed, in attesa che ciò avvenga, usciamo tutti, parkinsoniani e non, dall'apatia, dall' intolleranza, dalla passività e dalla nostra "non conoscenza" per rendere migliore anche la nostra vita.

 

 

Dott. Maria Zampiron

 Psicologo - Consulente A.I.P. sede di Roma

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