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La
vita personale del vecchio è troppo spesso ridotta a poche,
minime attività prive di contenuto sociale, la cui validità
non è ratificata per di più dalla fascia più ampia dei
giovani e degli adulti socialmente attivi. Questo dono del
tempo libero che la società elargisce all'anziano fuori
ruolo, questa età del riposo assoluto o, come si usa dire,
della meritata quiescenza, non è altro, a nostro parere,
che una sorta di pietosa ipocrisia, liberatrice forse dal
senso di colpa di cui la coscienza collettiva soffre per
l'espulsione coatta dell'individuo dal campo del lavoro e,
quindi, dalla vita attiva. Il tempo libero offerto al
vecchio, come abbiamo già osservato, è un tempo di forzata
inattività nella grande maggioranza dei casi, ragione
frequente di emarginazione sociale e di solitudine. Un
connotato comune della condizione senile è, infatti,
proprio la solitudine che fatalmente, direi, consegue a
tutta una serie di eventi che vanno dalla vedovanza alla
cessazione dell'attività lavorativa, dalla perdita
progressiva dell'autonomia alla lontananza dei figli, che,
come sappiamo, può essere geografica o anche semplicemente
affettiva. La solitudine del vecchio non si identifica,
comunque, con la condizione o lo stato di chi vive da solo o
appartato. Per tale situazione è da preferire il termine
isolamento che indica meglio la condizione di chi,
spontaneamente o costretto da cause esterne, vive isolato,
appartato dagli altri, ma non è necessariamente privo di
affetti o amicizie, di appoggi, di persone che l'aiutino o
l'assistano.
Quando del resto la vita in isolamento si compie, tanto per
fare un esempio, per scelta personale e volontaria, come nel
caso paradigmatico dell'anacoreta, non si può certo parlare
di solitudine nel senso negativo che attribuiamo a questo
termine nel nostro discorso. Allo stesso modo non è
appropriato usare tale espressione nel caso non frequente di
persone anziane che vivano da sole per loro elezione, ma
conservando volontà e capacità di mantenere vivi i loro
rapporti interpersonali ed il calore degli affetti.
Solitudine vuol dire sentirsi soli e questo accade a chi
vive isolato ed appartato, non per scelta propria, ma per
condizione imposta dagli organismi sociali, economici e
culturali del proprio complesso antropologico. In questo
senso possono soffrire di solitudine, sentirsi soli, anche i
vecchi che, pur vivendo in famiglia o in qualche comunità
di tipo assistenziale, sono comunque ricusati dall'ambiente
o non più approvati dalla collettività. Non deve stupire
che una tale situazione si verifichi anche in famiglia e non
soltanto, come sembrerebbe più prevedibile, negli ospizi,
nelle case di riposo o nelle varie strutture protette. La
solitudine, infatti, non risparmia nemmeno gli anziani che,
pur inseriti in nuclei familiari numerosi, esperimentano
paradossalmente l'isolamento affettivo e l'emarginazione
quando la convivenza con i congiunti crea problemi e
frustrazioni reciproche. Dalla parte del vecchio c'è,
infatti, un bisogno continuo e pressante di affetto ed una
costante esigenza di comunicazione che non trovano sempre
corrispondenza nei membri giovani e adulti della famiglia.
Nella maggioranza dei casi figli e nipoti non sono in grado
di dare una risposta completa ai bisogni esistenziali del
loro congiunto che finisce per sentirsi un estraneo e quasi
un intruso nel contesto affettivo familiare.
La conclusione di questo breve discorso potrebbe essere che
una risposta ai problemi dell'anziano non può cercarsi
soltanto nell'organismo familiare che, nella società
odierna, non ha più le caratteristiche né i presupposti
perché il vecchio possa ancora estrinsecarvi la sua
personalità e soddisfare in esso le proprie esigenze di
vita, di relazioni interpersonali, di partecipazione. È
indispensabile e urgente, come abbiamo più volte rilevato,
un vasto piano geragogico che si proponga di educare la
società in generale, oltre che l'individuo e la famiglia,
allo scopo di favorire la caduta di tutti quei pregiudizi
che hanno relegato l'anziano nel limbo dell'incomprensione e
della solitudine.
Prof. Dott.
Giovanni Cristianini
Docente della Scuola di Geriatria
Università di Padova
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