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ALZHEIMER: I CAREGIVERS SI SENTONO ABBANDONATI DALLE ISTITUZIONI

  

 

Chi si occupa del malato di Alzheimer si sente solo e abbandonato dalle istituzioni.

È questo il risultato di una recente indagine che ha coinvolto più di 700 caregivers dei malati di Alzheimer in cinque paesi: Francia, Italia, Spagna, Australia e Regno Unito. Lo studio, realizzato con il contributo di Pfizer, ha inteso verificare il livello di soddisfazione rispetto a diagnosi e trattamento, ma soprattutto all’impatto che la malattia ha su coloro che vivono e si occupano di un malato di Alzheimer.

 

La metà dei caregivers  intervistati ha dichiarato di prendersi cura del proprio congiunto 7 giorni su 7.

Il 74% degli intervistati in Italia ha dichiarato di dover accudire il proprio parente a casa senza alcuna assistenza esterna, contrariamente a quanto succede negli altri Paesi dove il 34% usufruisce di un aiuto esterno e il 20% usufruisce dei centri di cura dove il paziente può essere assistito almeno parte della giornata. Il 53% degli Italiani lamenta una carenza di supporto da parte del SSN, dimostrandosi i meno soddisfatti in Europa.

 

Cosa significa avere un malato di Alzheimer in famiglia risulta chiaro nelle dichiarazioni di tutti gli intervistati dei paesi coinvolti nella ricerca. In 3 su 4 pensano che prendersi cura di un malato di Alzheimer impedisca loro di condurre una propria vita e più della metà di loro (58%) afferma di soffrire di depressione. La maggioranza, il 77%, ha definito la cura di un malato di Alzheimer stancante, il 67% lo ha definito impegnativo e il 51% frustrante.

 

L’indagine ha messo, dunque, in evidenza lo stato di abbandono in cui versano le famiglie colpite dalla malattia. I sistemi sanitari nazionali sono incuranti delle difficoltà e chi deve occuparsi di un malato lo deve fare a proprie spese con risultati estremamente negativi dal punto di vista della qualità della vita.

 

Cosa può migliorare allora la vita di chi si occupa di un malato di Alzheimer?

Sicuramente un elemento importante è la diagnosi precoce: il passare del tempo e la mancanza di una diagnosi precisa secondo il 58% degli intervistati non fa che peggiorare lo stato del malato ma anche di colui che se ne occupa. Per la quasi totalità degli intervistati (90%), un trattamento efficace fa la differenza sia per il malato che per il caregiver che si sente psicologicamente sollevato per le condizioni del proprio familiare. Il 72% dei caregivers ha dichiarato fondamentale l’uso di un trattamento farmacologico e si dichiara soddisfatto dei risultati ottenuti.

 

Un aiuto che può facilitare la cura del parente affetto da Alzheimer viene sicuramente offerto dalle Associazioni che, secondo il 59% degli intervistati, sono in grado di dare supporto psicologico alle famiglie e importanti consigli su come trattare la malattia (70%).

 

 

   

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