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Per la prima volta, si può effettivamente sperare di curare malattie finora incurabili, come il
Parkinson,
l'Alzheimer, la sclerosi multipla e altre malattie demielinizzanti, attraverso la stimolazione delle cellule staminali del nostro corpo.
La speranza arriva da una scoperta fatta da un gruppo di ricercatori dell'università di Bologna coordinati da Laura Calzà in collaborazione con il premio Nobel Rita Levi Montalcini. Gli scienziati italiani (con una ricerca finanziata da Telethon con 220 milioni di lire in 2 anni), sono infatti riusciti a dimostrare che è possibile controllare la differenziazione delle cellule staminali del cervello (le cellule bambine in grado di dare origine ai neuroni e agli altri tipi di cellule del cervello), somministrando l'ormone tiroideo, una molecola prodotta naturalmente dall'organismo.
Gli studiosi italiani sono infatti riusciti, attraverso l'esperimento condotto su ratti affetti da encefalomielite (modello animale della sclerosi multipla), a stimolare la produzione di mielina, la guaina che riveste i neuroni e permette loro di comunicare, attivando le cellule progenitrici della membrana grazie alla somministrazione di una sostanza presente nell'organismo, l'ormone tiroideo, e inducendole poi a differenziarsi. Dopo solo tre somministrazioni di ormone i ricercatori hanno osservato un aumento significativo delle trasformazione di cellule staminali nel midollo spinale in
oligodendrociti, cioè in cellule "elettriciste" produttrici di mielina.
A differenza di altri metodi, basati sul trapianto di cellule staminali ricavate da embrioni, che suscitano questioni etiche, o da tessuti adulti, in questo esperimento i ricercatori sono riusciti a "risvegliare" le cellule bambine normalmente presenti nel cervello e nel midollo spinale, inducendole a trasformarsi in cellule mature e funzionanti.
Il metodo messo a punto "è un trucco che abbiamo imparato dalla natura. - spiega Calzà
- Sappiamo infatti che lo stesso ormone tiroideo è indispensabile per la differenziazione delle cellule staminali nervose durante lo sviluppo embrionale".
Lo studio, pubblicato sulla prestigiosa rivista dell'Accademia delle Scienze statunitense
Proceedings of the National Academy of Sciences, potrebbe aprire nuove strade non solo nella lotta alle malattie demielinizzanti, ma anche ad altre gravi malattie neurodegenerative: la speranza dei ricercatori è infatti quella di far sì che in futuro le cellule staminali possano rimpiazzare i neuroni distrutti da queste malattie.
I ricercatori ipotizzano anche che il Nerve Growth Factor (Ngf), il fattore di crescita che Rita Levi Montalcini scoprì negli anni Cinquanta e che gli fruttò il Premio Nobel nel 1986, giochi un ruolo importante nel processo che vede implicato l'ormone tiroideo. L'illustre ricercatrice ha partecipato allo studio insieme al suo laboratorio del Cnr di Roma e tuttora collabora ai suoi sviluppi. "Il suo contributo allo studio è stato ed è inestimabile", ha sottolineato Calzà.
"C'è molta speranza, ma le applicazioni nella clinica sono ancora molto lontane" ha detto Rita Levi Montalcini. Il metodo utilizzato - ha rilevato - "è molto innovativo, ma siamo lontani da qualsiasi applicazione". In futuro, ha aggiunto, si pensa di applicare un metodo simile anche utilizzando il fattore Ngf , scoperto dallo stesso premio Nobel. Per il momento, però, le uniche sperimentazioni in corso sono condotte sui topi. "Il modello animale ha risposto molto bene", ha osservato, "ma per estendere la ricerca all'uomo è indispensabile mettere a punto l'Ngf ricombinante umano. È un serio problema scientifico, ma sarà possibile risolverlo tra non molto tempo".
Marco
Fasolino
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