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Tra poco più di un anno, se i test in corso sull'uomo confermeranno i risultati positivi, i malati di
Parkinson potranno usufruire di cerotti che faciliteranno la somministrazione dei farmaci più efficaci, gli stimolatori della dopamina, in grado di controllarne i sintomi, aumentando in questo modo l'autonomia dei pazienti.
Lo ha annunciato a Roma il neurologo dell'università La
Sapienza, Stefano Ruggieri al Convegno nazionale sulla malattia di Parkinson in occasione della sesta
Giornata Mondiale. "Così come per i farmaci a base di estrogeni per la donna, si stanno mettendo a punto cerotti contenenti alcuni farmaci che potenziano la produzione di dopamina, il mediatore chimico che viene a mancare in alcune zone del cervello dei malati di Parkinson". Questi cerotti si applicano sulla pelle e rilasciano lentamente sostanze che potenziano la produzione della
dopamina, la substantia nigra. La concentrazione dei farmaci nel sangue resta costante, eliminando quindi quegli sbalzi di comportamento che contraddistinguono i malati.
Tra i principi attivi allo studio vi sono l'apomorfina e il
lisulide. "Il vantaggio di questa nuova via di somministrazione attraverso i cerotti che si applicano sulla pelle - ha spiegato il neurologo - sta nella possibilità di rilasciare lentamente i farmaci e mantenere una loro concentrazione nel sangue costante".
Al convegno promosso da "Azione Parkinson" si è anche parlato dei primi risultati (40 casi nel mondo) dei trapianti di cellule embrionali; a distanza di un anno dall'intervento si è verificato un attecchimento
delle cellule deputate alla ricostruzione dei tessuti nervosi degenerati,
ma non sempre ad esso è seguito un miglioramento clinico nei
pazienti con più di 60 anni.
Meno incoraggianti, invece, i risultati dei test con le cellule staminali. Secondo Ruggieri sono falliti i tentativi di riparare i tessuti morti, utilizzando le cellule bambine prelevate dal mesencefalo. Quest'ultime non si sarebbero moltiplicate.
In termini di diagnosi precoce ha parlato delle prospettive applicative della
PET in grado di evidenziare le connessioni nervose del cervello colpite dalla malattia. Il metodo è molto sofisticato e costoso, ma è possibile in certi casi predire l'insorgenza della malattia.
Marco
Fasolino
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