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I
calcoli biliari risultano uno dei più importanti fattori di
rischio per la pancreatite cronica. Lo rivelano i recenti
dati dello studio Pancroinf-AISP, primo studio
epidemiologico in Europa sulla pancreatite cronica. Dei 727
pazienti osservati, infatti, circa la metà soffre o ha
sofferto di calcoli alla colecisti.
Iniziato
nel 2000, lo studio è coordinato dal professor Giorgio
Cavallini, patrocinato dall’Associazione Italiana per lo
Studio del Pancreas (AISP) e realizzato con il contributo di
Solvay Pharma. Pancroinf
ha arruolato pazienti provenienti da 22 centri ospedalieri
distribuiti su tutto il territorio nazionale con
l’obiettivo di studiare cause, fattori di rischio,
diagnosi e trattamenti di questa grave malattia
infiammatoria del pancreas che determina un danneggiamento
irreversibile della ghiandola e un progressivo declino della
produzione di enzimi necessari per la digestione dei cibi.
In Italia si stimano 15.000 nuovi pazienti
all’anno e una prevalenza di 200.000 casi.
“È
noto che le pancreatite cronica è una malattia
caratterizzata da un’eterogenità di fattori. - afferma
Giorgio Cavallini, Direttore
della Cattedra di Gastroenterologia dell'Università di Verona
-
Oltre all’abuso alcolico e al fumo di sigaretta, che sono
tradizionalmente considerati fattori scatenanti della
malattia, sembra attualmente delinearsi un nuovo fattore di
rischio: i calcoli biliari. Alla luce delle recenti analisi,
infatti, possiamo osservare che la presenza di calcolosi
biliare e di complicanze più o meno tardive della stessa
sia da considerarsi un elemento di grande rilevanza essendo
presente in circa la metà dei pazienti arruolati nello
studio”.
La
formazione di calcoli nella colecisti dipende da
un’alterata composizione lipidica della bile, cioè da
un’eccessiva quantità di colesterolo rispetto ai
fosfolipidi e agli acidi biliari, che lo conservano
normalmente in soluzione. In
Italia la colelitiasi colpisce il 10–15%
della popolazione adulta: si registrano 400–600
nuovi casi ogni 100.000 e circa 200 persone ogni
100.000 sono sottoposte all’asportazione della
colecisti (colecistectomia). Si stima che, nel nostro Paese,
circa il 10% degli uomini ed il 20% delle donne
abbia i calcoli o sia stato colecistectomizzato.
A
soffrirne, dunque, sono soprattutto le donne. “Poiché la
calcolosi biliare colpisce prevalentemente la popolazione
femminile, in misura più che doppia rispetto agli uomini,
– dichiara Cavallini- abbiamo ragione di pensare
che le donne siano un soggetto potenzialmente a rischio. Tra
le pazienti arruolate nel PanCroInf, infatti, più di un
terzo (35%) soffre di pancreatite cronica ostruttiva, la
forma che nella maggior parte dei casi è determinata dai
calcoli biliari.”
“Questo
dato deve far riflettere, - continua il professore - poiché
dal punto di vista diagnostico una maggiore attenzione nei
confronti dei pazienti, e in modo particolare delle
pazienti, che soffrono o hanno sofferto di calcoli potrebbe
rivelare casi di pancreatite cronica ‘sommersa’. Per
questo motivo, se il paziente, anche dopo un intervento di
colecistectomia, a distanza di anni continua a soffrire di
dolori addominali, coliche e cattiva digestione, dovrebbe
sottoporsi a esami specifici quali la colangiografia con
risonanza magnetica, che potrebbe permettere una diagnosi
precoce di pancreatite cronica’.
Una
volta diagnosticata la pancreatite cronica, il trattamento
comincia con una modifica dello stile di vita del paziente e
un controllo
della dieta che prevede anzitutto la riduzione
dell’assunzione di grassi e una terapia farmacologica.
“Spesso
il quadro clinico nelle forme avanzate - precisa
Valerio Di Carlo, Professore
ordinario di Chirurgia Generale, Università Vita-Salute San
Raffaele- Milano -
è caratterizzato da calo ponderale spiccato,
secondario spesso a una insufficiente produzione di enzimi
digestivi da parte del pancreas. Per questo motivo, un
opportuno trattamento medico-dietetico, associato
all’utilizzo di enzimi pancreatici, possibilmente ad alte
dosi e uniti a farmaci inibenti la secrezione acida
gastrica, consente
di migliorare tale quadro. L’intervento chirurgico si
rende necessario quando compare dolore addominale
invalidante, quando vi siano complicanze (ittero, ostruzione
duodenale...) o dubbio di neoplasia. Questo significa che la
scelta del trattamento viene valutata per ogni singolo
paziente in base al diverso momento evolutivo della
malattia.”
(1/12/2004)
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