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Secondo
le raccomandazioni del Ministero della Salute, gli anziani
oltre il 64° anno di età e i malati di diabete, asma e
malattie cardiache dovrebbero vaccinarsi contro
l’influenza, per evitare complicanze anche gravi e per non
peggiorare le condizioni cliniche preesistenti. Mentre i
dati di copertura degli anziani in Italia si approssimano
ormai al 70%, nel nostro Paese i malati cronici non sembrano
troppo consapevoli dei rischi connessi a questa malattia:
solo il 55% degli italiani con cardiopatie, asma o diabete
si è vaccinato almeno una volta nella vita contro
l’influenza. Lo scorso anno si è vaccinato appena il 44%
degli appartenenti a queste categorie. Un dato che fa
pensare se si confronta, per esempio, con quello riscontrato
in Gran Bretagna, dove la percentuale dei pazienti a rischio
vaccinati almeno una volta sale all’85%.
Questo
uno dei risultati dell’indagine “I mille volti
dell’influenza” condotta da Taylor Nelson Sofres in
Italia, Germania e Gran Bretagna su un campione di 2.010
pazienti, di cui 653 italiani coinvolti grazie al supporto
di Federasma e FAND-Associazione Italiana Diabetici.
Dai
dati dell’indagine l’influenza non risulta una malattia
molto temuta, nonostante ogni anno a livello mondiale si
contino da 250mila a 500mila morti. Soprattutto gli
italiani, più ancora che tedeschi e britannici, non
sembrano dare troppa importanza alla sua potenziale gravità:
ben il 70% degli intervistati la considera una malattia
lieve o moderata (dato che scende al 47% in Germania e al
38% in Gran Bretagna) e appena il 2% potenzialmente mortale
(contro il 14% della Germania e il 18% dell’GB).
Inoltre,
dall’indagine l’influenza sembrerebbe particolarmente
diffusa in Italia: dichiara, infatti, di averne sofferto
l’86% degli intervistati (il dato medio dei tre Paesi è
71%). E’ probabile, però, che gli italiani non facciano
distinzione tra influenza e più banali sindromi da
raffreddamento provocate da virus “parainfluenzali”, che
hanno manifestazioni cliniche analoghe ma di più lieve
entità e solitamente senza complicanze: a conferma, il 20%
degli intervistati dichiara di continuare a lavorare anche
durante l’episodio influenzale (percentuale che scende al
5% in Germania e all’11% in Gran Bretagna) mentre, di
solito, le manifestazioni cliniche della “vera”
influenza costringono a un completo riposo.
Confondere
l’influenza con altre malattie da raffreddamento meno
gravi e, soprattutto, meno pericolose perché di solito non
espongono a complicanze, giustifica la non corretta
percezione della gravità di questa malattia: anche tra le
categorie a rischio risultano così sottovalutate le
possibili conseguenze per la salute e l’importanza delle
misure preventive per contrastare questa malattia
come, appunto, il vaccino influenzale.
Pregiudizi
e paure giocano, poi, un ruolo importante nella spinta alla
vaccinazione. Tra i motivi per i quali i pazienti, seppure a
rischio, non si sottopongono al vaccino, il principale è
l’antico rifiuto per le iniezioni (39%), il timore di
eventuali effetti collaterali (18%), non aver ricevuto dal
proprio medico l’indicazione di vaccinarsi (16%) e la
paura di reazioni allergiche (14%).
Alcuni
intervistati, infine, dichiarano di riporre scarsa fiducia
nell’efficacia nel vaccino (24%): un dato evidentemente
correlato alla mancata distinzione, da parte dei pazienti,
tra influenza e patologie da raffreddamento su cui il
vaccino non svolge nessuna attività di prevenzione.
“E’
bene che i pazienti sappiano distinguere tra influenza e
altre patologie verso le quali il vaccino non offre alcuna
protezione, per non generare una situazione di sfiducia che
non favorirebbe il ricorso alla prevenzione. – dichiara
Carlo Filippo Tesi, Presidente di Federasma -
Vaccinarsi è la maniera migliore di prevenire e
combattere l'influenza sia perché si aumentano notevolmente
le probabilità di non contrarre la malattia sia perché, in
caso di sviluppo di sintomi influenzali, questi sono molto
meno gravi e, generalmente, non seguiti da ulteriori
complicanze: aspetto particolarmente importante per quanti
soffrono in modo cronico di malattie respiratorie. -
continua Tesi -
Per questo invito a vaccinarsi quanti non l’abbiano ancora
fatto: anche se effettuata in periodi successivi a
quello ottimale, in ogni caso la vaccinazione rimane
comunque una protezione efficace.”
Anche
una certa carenza di informazioni pratiche contribuisce a
limitare il ricorso al vaccino. Basti pensare che in Italia
solo il 73% degli intervistati, per esempio, ha dichiarato
di sapere che il vaccino è gratuito per le categorie a
rischio, e questa percentuale scende drastricamente al 42%
tra i pazienti diabetici.
“L’indagine
ha permesso di far emergere le motivazioni alla base della
scarsa propensione a vaccinarsi in modo da definire le aree
d’intervento per migliorare la situazione”
commenta il dottor Gioacchino Allotta, diabetologo e
consigliere FAND. “Come Associazione promuoviamo
l’informazione ai pazienti perché possano fruire di tutte
le possibilità a disposizione per salvaguardare il loro
stato di salute. E’ indispensabile attivare tutti i
possibili canali per far conoscere alle categorie a rischio
l’importanza del vaccino e la possibilità di averlo
gratuitamente, come ricordato più volte nelle circolari
ministeriali”.
La
necessità di informazioni è del resto riconosciuta dal 40%
degli intervistati, convinti che bisognerebbe impegnarsi
maggiormente per accrescere nelle persone a rischio la
consapevolezza che è necessario vaccinarsi.
Secondo
gli intervistati, favorirebbe maggiormente il ricorso alla
vaccinazione informare di più sui benefici derivanti dal
vaccino (55%) ma, anche, rendere l’accesso al vaccino più
facile (28%); e la situazione è sostanzialmente analoga in
Germania e Gran Bretagna.
Ma
quali sono le vie preferenziali per informare e consigliare
i pazienti?
Il
medico si conferma quale fonte d’informazione principale
in tema di vaccino influenzale.
In
Italia l’84% di chi fa la vaccinazione viene convinto
grazie al consiglio del medico, generico (38%) o specialista
(52%). Nel nostro Paese, infatti, nel consigliare il ricorso
alla vaccinazione è marginale il ruolo di altri operatori
sanitari, come farmacisti (1%) o ASL (2%). Il ruolo chiave
del medico viene sottolineato anche dall’alta percentuale
(41%) di quanti sarebbero disposti a vaccinarsi ma solo
dietro raccomandazione medica: una percentuale praticamente
doppia che in Germania (20%) e molto più alta che in GB
(10%).
(9/12/2004)
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