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“Se
si accorge di avere un qualsiasi tipo di dolore, che cosa fa
come prima cosa?”. “Resisto” è la risposta del 61,4%
degli intervistati alla domanda posta da Demoskopea. Gli
italiani, rivelano una forte resistenza al dolore; un
atteggiamento forse anche determinato – come dimostrano
altre risposte al sondaggio - da una radicata diffidenza nei
confronti dei farmaci.
Solo
il 20,2% va infatti dal medico e solo il 18,4% ricorre ad
una medicina al momento dell’insorgere del dolore.
Variano
di poco queste reazioni tra uomini e donne. Resiste, come
risposta immediata, il 65,4% degli uomini e il 64,3% delle
donne. Poco superiore nelle donne è, invece, il ricorso ai
farmaci (il 19,7% contro il 16,6% degli uomini).
Nei
sei mesi precedenti al sondaggio, il 55% degli intervistati
non ha mai avvertito dolore. Il 45% almeno una volta; e, tra
questi, è significativa la differenza tra uomini e donne:
solo il 39% degli uomini, contro il 51% delle donne, le
quali tendono anche ad avere più frequentemente
manifestazioni di dolore (il 14% lo subisce dalle 2 alle 5
volte in sei mesi).
“Questi
dati – afferma il dott. Carlo Gargiulo, medico di famiglia
– sembrano dimostrare che almeno la metà degli
intervistati non ha avuto dolori acuti importanti negli
ultimi mesi. Se però li confronto con ciò che avviene
quotidianamente nel mio studio, ho piuttosto l’impressione
che le persone tendano a ‘dimenticare’ il dolore passato
senza lasciare traccia”.
“Quando
questo compare però – aggiunge il dott. Gargiulo – il
paziente quasi sempre si rivolge al medico, magari solo per
informarlo. E ciò in fondo conferma il risultato
dell’inchiesta: che i cittadini sono restii ad assumere
farmaci antidolorifici”.
L’atteggiamento
generale, dunque, sembra essere quello di chiedere un parere
al professionista e, dopo aver ricevuto conforto sulla
benignità del dolore, tendere a rifiutare l’intervento
farmacologico.
Chi
per superare la crisi ricorre ad un farmaco, lo fa subito.
Entro un’ora nel 48% dei casi; dopo qualche ora nel 18%, o
dopo qualche giorno nell’8%.
C’è,
dunque, anche tra chi ricorre ai farmaci, un certo
stoicismo. E un altro 7% sostiene, infatti, di resistere
“fin che può”.
“Dobbiamo
però far capire – sostiene il prof. William Raffaeli,
direttore di Terapia Antalgica e Cure Palliative – che non
esiste il ‘dolore utile’. E la letteratura dimostra come
la cura del dolore stia diventando un punto cruciale per la
‘qualità’ dei sistemi sanitari”.
“Il
dramma-dolore – secondo Raffaeli – affligge milioni di
persone. La prima azione è insegnare che il dolore va
curato: vi sono medicine e strumenti per farlo e strutture,
in Italia, a cui rivolgersi. FederDolore, che riunisce i
centri di terapia del dolore, sta costruendo una rete per
far conoscere ai cittadini, ma anche ai medici, le nuove
capacità di cura e per spiegare quanto sia rischioso
resistere al dolore. Da questo atteggiamento ritenuto
‘stoico’ nasce il rischio di cronicità, con
complicazioni come depressione e disabilità”.
“Le
malattie reumatiche – precisa il prof. Dario Manfellotto,
Coordinatore Scientifico e Dirigente Medico dell’Ospedale
Fatebenefratelli di Roma – ne sono la causa principale e
l’osteoartrosi è la condizione che si manifesta più di
frequente”.
Si
stima che in Italia, come in altri Paesi industrializzati,
la prevalenza di tali affezioni, associata all’età media
crescente della popolazione, sia compresa tra il 10 e il
18%.
“Sulla
base di queste premesse la Federazione dei Dirigenti
Ospedalieri Internisti Italiani (FADOI) ha intrapreso –
spiega Manfellotto - il progetto VOLARE, un programma
formativo abbinato ad uno studio clinico osservazionale. Vi
è stata stretta collaborazione fra medici di medicina
generale, internisti ospedalieri e reumatologi, per
garantire diagnosi più accurate, ma anche per educare i
pazienti al riconoscimento e ad una consapevolezza maggiore
della loro malattia”.
Infatti,
secondo quanto emerge anche dal sondaggio di Demoskopea, il
paziente spesso non è in grado di affrontare correttamente
una manifestazione dolorosa anche banale, ma piuttosto
resiste al dolore e quando decide di trovare sollievo nei
farmaci prende quello a cui è più abituato.
“Questo
studio – conclude il prof. Manfellotto - è di supporto
alla crescente evidenza che nel trattamento delle malattie
reumatiche il profilo di efficacia/tollerabilità dei Coxib
sia migliore rispetto a quello dei tradizionali
antinfiammatori non steroidei”.
Ma
anche se gli italiani danno grande fiducia (l’85%) al
proprio medico, dal quale si sentono pienamente capiti e
curati, c’è sempre una grande fetta di popolazione -
addirittura il 25% - che, testardamente, non molla e
dichiara: “Anche se soffro, io i farmaci non li prendo”.
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