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IPERTENSIONE LIEVE: SE ASSOCIATA A SINDROME METABOLICA

IL RISCHIO CARDIOVASCOLARE AUMENTA

 

 

Continua l’allarme ipertensione, l’epidemia silente che, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è la prima causa di morte al mondo.

Al XV Congresso ESH gli occhi sono puntati sui pazienti con multipli fattori di rischio, condizione comune al 30-40% degli ipertesi.

 

Tra i fattori di rischio che destano più interesse tra gli specialisti c’è la sindrome metabolica. L’iperteso con sindrome metabolica spesso è una persona con obesità ventrale, con il colesterolo leggermente sopra la norma e, magari, livelli un po’ alti di glucosio nel sangue o resistenza insulinica: questi sono gli squilibri della sindrome, tutti fattori di rischio che, associati tra di loro, innalzano il pericolo di aterosclerosi, infarto e ictus. Secondo gli studi, il paziente con sindrome metabolica, nell’arco di dieci anni, ha una probabilità del 20% di sviluppare una malattia cardiovascolare e del 50% di sviluppare diabete di tipo II, uno dei più importanti fattori di rischio per il cuore e la circolazione.

 

“Secondo gli studi, il paziente al quale viene diagnosticata una pressione normale-alta (maggiore di 130-85) e che associa altri fattori di rischio cardiovascolare  come iperglicemia o sindrome metabolica ha un rischio maggiore di sviluppare malattie cardiovascolari – spiega il professor Giuseppe Mancia, Ordinario di Clinica Medica, Direttore del Centro interuniversitario di Fisiologia clinica e Ipertensione e del Dipartimento di Medicina Clinica, Prevenzione e Biotecnologie dell’Università di Milano-Bicocca, nonchè Chairman del Congresso.

 

Spesso la sindrome è frutto di cattive abitudini alimentari e di uno stile di vita poco sano. Per questo motivo, la regola numero uno per questi pazienti, spesso in sovrappeso, è la dieta e l’attività fisica: perdere il 4% di peso nelle persone sovrappeso permette di ridurre la pressione arteriosa di almeno 3 mmHg e di normalizzare i valori di lipidi nel sangue. Anche fumo, alcol e sedentarietà devono poi essere corretti.

 

Se questo non bastasse, sarà il medico, in base alla valutazione della gravità dell’ipertensione e degli altri fattori di rischio cardiovascolare associato, a scegliere il trattamento migliore tra le diverse terapie disponibili.

 

“Oggi esiste la possibilità di scegliere la migliore terapia tra le diverse classi di farmaci disponibli e i dati dimostrano benefici a lungo termine della riduzione della pressione: la riduzione dei valori pressori abbassa del 40% il rischio di sviluppare ictus e del 25% quello di sviluppare infarto. Il problema è che non sempre i pazienti seguono le terapie”- continua Mancia.

 

Secondo i dati, in media solo il 30% degli ipertesi risulta infatti ben controllato, dato che scende al 21% in Italia, e spesso il motivo del non controllo dei valori pressori deriva dalla mancata aderenza alle terapie da parte dei pazienti, che ‘dimenticano’ il pericolo dell’ipertensione, per molti anni asintomatica.

 

“Il problema della mancata aderenza alla terapia è tanto più attuale d’estate, quando cioè il caldo può causare un calo dei livelli pressori che va a interferire con l’azione dei farmaci.

In questo periodo, i pazienti tendono ad abbandonare la terapia o a variare le dosi senza consultare il medico. I pazienti ai quali i medici hanno prescritto la terapia devono seguirla costantemente – spiega Mancia – anche nella stagione calda. Risulta infatti rischioso decidere autonomamente quando e come cambiare la terapia: qualora si renda necessario una modifica delle dosi dei farmaci è necessario consultare il medico per stabilire l’eventuale riduzione.”

 

“La XV edizione del congresso ha richiamato circa 6.000 specialisti da tutto il mondo e si conferma il più importante appuntamento per l’aggiornamento nel settore – dichiara il presidente ESH Anthony Heagerty, dell’Unversità di Manchester. – Il congresso è anche un’occasione per ricordare ai pazienti l’importanza della prevenzione e del trattamento dell’ipertensione, il killer mondiale numero uno.”

 

In Italia soffrono di ipertensione 13 milioni di persone e, nel mondo, ne è colpito il 20% della popolazione.

Infarto, ictus e malattie cardiovascolari possono essere il risultato di questa condizione patologica, malattie che causano nel mondo il 30% totale dei decessi, 17 milioni ogni anno. Solo in Italia si contano 240.000 decessi circa per malattie cardiovascolari, il 44% del totale.

 

 

 

 (21/6/2005)

       

 

     

  

 

 

 

 

 

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