|
Professor Trabucchi, negli ultimi
tempi la malattia di Alzheimer sembra suscitare
meno interesse rispetto a anni fa. Forse non è
più un’emergenza sanitaria?
L’Alzheimer è un’emergenza sempre
più importante, poiché il numero di pazienti sta
aumentando. Attualmente nel nostro Paese ne
soffrono più di 500.000 persone e si registrano
circa 80.000 nuovi casi all’anno. Ma la
situazione è destinata ad aggravarsi: si prevede
che dal 2020 i nuovi pazienti con Alzheimer
saranno circa 113.000 l’anno.
Sarebbe dunque necessario
informare il più possibile il mondo scientifico
e l’opinione pubblica su questa malattia, per
favorire la diagnosi e promuoverne il controllo.
Lo studio IDEA ha voluto
raccogliere l’opinione dei massimi esperti sugli
aspetti più critici della gestione dei pazienti,
fornendo uno strumento di guida sulle
problematiche cliniche alle quali gli studi
clinici attualmente disponibili non danno
risposte. Dal punto di vista scientifico, il
giudizio basato sull’esperienza degli
specialisti può fornire risposte valide
scientificamente in assenza di trial
controllati?
Sicuramente evidenze scientifiche
e esperienza clinica concorrono alla definizione
del comportamento del medico impegnato nella
gestione del paziente, soprattutto nel caso di
malattie complesse come l’Alzheimer. Il sapere
derivato dall’esperienza clinica è infatti una
risorsa indispensabile, soprattutto in quei casi
nei quali è difficile, se non impossibile,
ottenere evidenze scientifiche da studi
controllati. E’ proprio questo l’obiettivo di
IDEA, uno studio di consenso gestito con metodi
statistici di provata validità e che vuole
fornire indicazioni agli operatori impegnati
nella cura dei pazienti con Alzheimer.
Lo studio ha voluto far chiarezza
su aspetti molto specifici oggi al centro del
dibattito scientifico.
Fornisce infatti indicazioni
sull’individuazione dei fattori predittivi di
evoluzione della malattia, sull’utilità di
effettuazione di esami genetici e di
neuroimaging, sulla valutazione della risposta
ai farmaci, i risultati terapeutici ai quali
mirare, i dosaggi e il confronto tra diversi
farmaci. Tutti aspetti che hanno importanti
conseguenze cliniche ma anche sociosanitarie.
La validità dello studio è data
anche dal metodo utilizzato per la raccolta e
valutazione delle risposte degli specialisti, in
modo da ridurre al minimo il grado di incertezza
e contradditorietà delle conclusioni. Nel caso
dell’IDEA, è stato utilizzato il metodo Delphi,
un sistema statistico di provata affidabilità.
Perché il trattamento
dell’Alzheimer è così complesso?
Il trattamento della malattia
prevede diverse opzioni: la terapia
farmacologica, la riabilitazione
comportamentale, il counselling alla famiglia
che assiste il paziente, il controllo
dell’alimentazione e dei fattori di rischio
cardiovascolare. Il geriatra deve tener conto di
tutti questi aspetti e calibrare i diversi
interventi nel modo più opportuno, secondo le
peculiarità del singolo paziente e la risposta
ai diversi interventi. In molti casi una minima
variazione può risultare molto importante.
è
dunque facilmente immaginabile il ruolo che
l’esperienza clinica può avere quando debbano
essere considerati così tante variabili per
definire la migliore terapia.
Attualmente non è ancora
disponibile una cura che guarisca l’Alzheimer.
In attesa di trattamenti definitivi, cosa si può
ottenere dalle attuali terapie farmacologiche?
Il forte impegno della ricerca
scientifica nel mettere a punto farmaci di nuova
generazione per la cura della malattia di
Alzheimer mi fa pensare che entro dieci anni
arriveranno finalmente le risposte terapeutiche
che stiamo aspettando.
Nel frattempo, dobbiamo puntare
alla riduzione della disabilità funzionale del
paziente, migliorando soprattutto l’abilità
mnemonica e i disturbi comportamentali grazie ai
trattamenti già disponibili; inoltre, grazie
alle nuove vie di somministrazione attese nei
prossimi mesi, sarà possibile migliorare
l’adesione alla terapia. Per far questo, è bene
associare il trattamento farmacologico a
interventi non farmacologici. A questo
proposito, lo studio IDEA fornisce indicazioni
molto specifiche utili per calibrare le terapie
e valutarne gli esiti.
Quali sono invece le principali
problematiche per la diagnosi e la gestione del
paziente?
Uno dei problemi fondamentali si
sviluppa a monte e riguarda la mancata diagnosi.
Ancora oggi nel nostro Paese, il 30% dei
pazienti con Alzheimer rimane senza diagnosi
perché non ha la possibilità di sottoporsi alla
complessa procedura diagnostica necessaria per
stabilire se la malattia è presente.
In realtà tutti i pazienti che
manifestino disturbi di memoria tali da influire
sul comportamento di tutti i giorni dovrebbero
rivolgersi a medici in grado di valutare se i
sintomi siano quelli tipici dell’Alzheimer. Ma
non sempre accade. Spesso infatti i familiari
non valutano opportunamente la gravità dei
sintomi, e pensano si tratti di un effetto della
senilità.
Non considerano dunque necessario
rivolgersi a centri specializzati, che, del
resto, non sono così capillarmente diffusi sul
territorio nazionale e conosciuti. A questo
proposito, un ruolo importante di
sensibilizzazione e informazione spetterebbe al
medico di base, molto spesso il primo
interlocutore nei casi di malattie in età
avanzata.
Come dovrebbe svolgersi l’iter
diagnostico necessario per scoprire la malattia
di Alzheimer?
Anzitutto è necessario
raccogliere la storia del paziente, le sue
abitudini, i sintomi e gli eventuali casi di
malattia in famiglia. Si passa poi ai test
neuropsicologici, che risultano oggi i test
fondamentali per la diagnosi. Infine si
prescrivono la risonanza magnetica o TAC
(tecnica di neuroimaging) e eventualmente, esami
biochimici opportuni.
Generalmente, chi non ha la
possibilità di rivolgersi a un medico o ad un
centro specializzato, non inizia neppure l’iter
diagnostico.
A chi dovrebbero rivolgersi i
pazienti e i familiari che considerino
necessario sottoporre i pazienti a test
diagnostici per l’Alzheimer o, nel caso esista
già la diagnosi, ricevere le cure migliori?
A questo proposito, un’esperienza
di successo è rappresentato dalle Unità di
Valutazione per l’Alzheimer (UVA) sviluppate
qualche anno fa e attualmente in funzione. Si
tratta di Ambulatori specializzati afferenti
alle ASL territoriali deputate alla diagnosi e
cura della malattia, che funzionano bene. Eppure
non sono così diffuse sul territorio (sono 500
circa in tutta Italia) e dunque non tutti i
cittadini le conoscono e possono servirsene.
La complessità del trattamento
rende necessaria una forte specializzazione e
una buona organizzazione del sistema
assistenziale. A questo proposito, le UVA hanno
dato buoni risultati e sarebbe auspicabile una
loro maggiore diffusione a livello nazionale.
(11/06/07)
|