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La gestione della malattia di Alzheimer tra esperienza clinica e Evidence Based Medecine

Marco Trabucchi, Direttore Scientifico Gruppo di Ricerca Geriatrica - Bs, Università di Roma "Tor Vergata"

 

Professor Trabucchi, negli ultimi tempi la malattia di Alzheimer sembra suscitare meno interesse rispetto a anni fa. Forse non è più un’emergenza sanitaria?

L’Alzheimer è un’emergenza sempre più importante, poiché il numero di pazienti sta aumentando. Attualmente nel nostro Paese ne soffrono più di 500.000 persone e si registrano circa 80.000 nuovi casi all’anno. Ma la situazione è destinata ad aggravarsi: si prevede che dal 2020 i nuovi pazienti con Alzheimer saranno circa 113.000 l’anno.

Sarebbe dunque necessario informare il più possibile il mondo scientifico e l’opinione pubblica su questa malattia, per favorire la diagnosi e promuoverne il controllo.

 

Lo studio IDEA ha voluto raccogliere l’opinione dei massimi esperti sugli aspetti più critici della gestione dei pazienti, fornendo uno strumento di guida sulle problematiche cliniche alle quali gli studi clinici attualmente disponibili non danno risposte. Dal punto di vista scientifico, il giudizio basato sull’esperienza degli specialisti può fornire risposte valide scientificamente in assenza di trial controllati?

Sicuramente evidenze scientifiche e esperienza clinica concorrono alla definizione del comportamento del medico impegnato nella gestione del paziente, soprattutto nel caso di malattie complesse come l’Alzheimer. Il sapere derivato dall’esperienza clinica è infatti una risorsa indispensabile, soprattutto in quei casi nei quali è difficile, se non impossibile, ottenere evidenze scientifiche da studi controllati. E’ proprio questo l’obiettivo di IDEA, uno studio di consenso gestito con metodi statistici di provata validità e che vuole fornire indicazioni agli operatori impegnati nella cura dei pazienti con Alzheimer.

Lo studio ha voluto far chiarezza su aspetti molto specifici oggi al centro del dibattito scientifico.

Fornisce infatti indicazioni sull’individuazione dei fattori predittivi di evoluzione della malattia, sull’utilità di effettuazione di esami genetici e di neuroimaging, sulla valutazione della risposta ai farmaci, i risultati terapeutici ai quali mirare, i dosaggi e il confronto tra diversi farmaci. Tutti aspetti che hanno importanti conseguenze cliniche ma anche sociosanitarie.

La validità dello studio è data anche dal metodo utilizzato per la raccolta e valutazione delle risposte degli specialisti, in modo da ridurre al minimo il grado di incertezza e contradditorietà delle conclusioni. Nel caso dell’IDEA, è stato utilizzato il metodo Delphi, un sistema statistico di provata affidabilità.

 

Perché il trattamento dell’Alzheimer è così complesso?

Il trattamento della malattia prevede diverse opzioni: la terapia farmacologica, la riabilitazione comportamentale, il counselling alla famiglia che assiste il paziente, il controllo dell’alimentazione e dei fattori di rischio cardiovascolare. Il geriatra deve tener conto di tutti questi aspetti e calibrare i diversi interventi nel modo più opportuno, secondo le peculiarità del singolo paziente e la risposta ai diversi interventi. In molti casi una minima variazione può risultare molto importante.

è dunque facilmente immaginabile il ruolo che l’esperienza clinica può avere quando debbano essere considerati così tante variabili per definire la migliore terapia.

 

Attualmente non è ancora disponibile una cura che guarisca l’Alzheimer. In attesa di trattamenti definitivi, cosa si può ottenere dalle attuali terapie farmacologiche?

Il forte impegno della ricerca scientifica nel mettere a punto farmaci di nuova generazione per la cura della malattia di Alzheimer mi fa pensare che entro dieci anni arriveranno finalmente le risposte terapeutiche che stiamo aspettando.

Nel frattempo, dobbiamo puntare alla riduzione della disabilità funzionale del paziente, migliorando soprattutto l’abilità mnemonica e i disturbi comportamentali grazie ai trattamenti già disponibili; inoltre, grazie alle nuove vie di somministrazione attese nei prossimi mesi, sarà possibile migliorare l’adesione alla terapia. Per far questo, è bene associare il trattamento farmacologico a interventi non farmacologici. A questo proposito, lo studio IDEA fornisce indicazioni molto specifiche utili per calibrare le terapie e valutarne gli esiti.

 

Quali sono invece le principali problematiche per la diagnosi e la gestione del paziente?

Uno dei problemi fondamentali si sviluppa a monte e riguarda la mancata diagnosi. Ancora oggi nel nostro Paese, il 30% dei pazienti con Alzheimer rimane senza diagnosi perché non ha la possibilità di sottoporsi alla complessa procedura diagnostica necessaria per stabilire se la malattia è presente.

In realtà tutti i pazienti che manifestino disturbi di memoria tali da influire sul comportamento di tutti i giorni dovrebbero rivolgersi a medici in grado di valutare se i sintomi siano quelli tipici dell’Alzheimer. Ma non sempre accade. Spesso infatti i familiari non valutano opportunamente la gravità dei sintomi, e pensano si tratti di un effetto della senilità.

Non considerano dunque necessario rivolgersi a centri specializzati, che, del resto, non sono così capillarmente diffusi sul territorio nazionale e conosciuti. A questo proposito, un ruolo importante di sensibilizzazione e informazione spetterebbe al medico di base, molto spesso il primo interlocutore nei casi di malattie in età avanzata.

 

Come dovrebbe svolgersi l’iter diagnostico necessario per scoprire la malattia di Alzheimer?

Anzitutto è necessario raccogliere la storia del paziente, le sue abitudini, i sintomi e gli eventuali casi di malattia in famiglia. Si passa poi ai test neuropsicologici, che risultano oggi i test fondamentali per la diagnosi. Infine si prescrivono la risonanza magnetica o TAC (tecnica di neuroimaging) e eventualmente, esami biochimici opportuni.

Generalmente, chi non ha la possibilità di rivolgersi a un medico o ad un centro specializzato, non inizia neppure l’iter diagnostico.

 

A chi dovrebbero rivolgersi i pazienti e i familiari che considerino necessario sottoporre i pazienti a test diagnostici per l’Alzheimer o, nel caso esista già la diagnosi, ricevere le cure migliori?

A questo proposito, un’esperienza di successo è rappresentato dalle Unità di Valutazione per l’Alzheimer (UVA) sviluppate qualche anno fa e attualmente in funzione. Si tratta di Ambulatori specializzati afferenti alle ASL territoriali deputate alla diagnosi e cura della malattia, che funzionano bene. Eppure non sono così diffuse sul territorio (sono 500 circa in tutta Italia) e dunque non tutti i cittadini le conoscono e possono servirsene.

La complessità del trattamento rende necessaria una forte specializzazione e una buona organizzazione del sistema assistenziale. A questo proposito, le UVA hanno dato buoni risultati e sarebbe auspicabile una loro maggiore diffusione a livello nazionale.

   

 

(11/06/07)

    

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