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FARMACI: Armi spuntate contro l'Alzheimer

 

Attenuano un po' i sintomi e rallentano la progressione della demenza, ma niente di più. È una condanna senza appello quella dell'American Academy of Family Physicians nei confronti di donepezil, galantamina, rivastigmina, tacrina e memantina.

Nessuno dei cinque farmaci attualmente disponibili incide in maniera significativa sulla malattia: nella migliore delle ipotesi attenuano un po’ i sintomi e rallentano la progressione della demenza, ma non vi sono prove del fatto che i loro effetti vadano al di là di questo. Suona come una condanna senza appello, e insieme un severo monito alle autorità sanitarie, l’analisi che prelude alle nuove Linee Guida sulle terapia farmacologica dell’Alzheimer emesse dall’American College of Physicians insieme con l’American Academy of Family Physicians, pubblicate sugli Annal of Internal Medicine.

Il pronunciamento nasce infatti dalla constatazione che gli studi prodotti finora sono tutti di bassa qualità, molto spesso non vanno al di là di un anno di osservazione e quasi mai contengono raffronti tra le diverse opzioni disponibili. Cinque le molecole indagate: i quattro inibitori dell’acetilcolinesterasi donepezil, galantamina, rivastigmina e tacrina, e un farmaco che agisce sui neuropeptidi, la memantina.

In sintesi, le raccomandazioni emesse sono queste:
- la decisione sull’utilizzo di uno di questi farmaci deve sempre essere basata su una valutazione delle condizioni individuali del paziente;
- la scelta del farmaco deve essere basata sulla tollerabilità, gli effetti collaterali, la facilità di assunzione e il costo;
- c’è un’urgente necessità di nuovi trial clinici per migliorare le conoscenze su queste terapie e, in particolare:
- bisogna valutare l’efficacia delle terapie e definire quale di esse riesca a influenzare parametri fondamentali quali la necessità di ospedalizzazione e la perdita di autosufficienza;
- definire la durata ideale delle cure;
- confrontare tra loro i farmaci;
- effettuare degli studi su possibili combinazioni.

Dati dello stesso segno, del resto, erano già stati pubblicati da Roberto Raschetti su PLoS nello scorso mese di novembre; in una metanalisi dedicata a tre inibitori dell’acetilcolinesterasi, il gruppo dell’Istituto superiore di sanità aveva infatti concluso che donepezil, rivastigmina e galantamina non apportavano alcun beneficio rispetto all’esordio della malattia, a fronte di effetti collaterali non trascurabili.

Ma se sul fronte della terapia le notizie non sono confortanti, su quello della prevenzione, migliora la conoscenza tanto dei fattori che predispongono quanto di quelli che potrebbero esercitare un ruolo protettivo. Nelle ultime settimane, infatti, uno studio pubblicato su Neurology punta il dito sul grasso addominale, che costituirebbe un grave fattore di rischio. In un’indagine condotta dai neurologi della Permanent Division of Research di Oakland, in California, su più di 6.500 persone oggi ultrasessantenni ma controllate da quando avevano tra i 40 e i 45 anni, è emerso che coloro che nella mezza età avevano messo su pancia e stavano nel 20 per cento superiore delle misurazioni avevano anche un rischio triplo rispetto ai longilinei (che stavano nel 20 per cento inferiore della scala) di sviluppare una forma di demenza. La pancia dunque, oltre a predisporre a diabete, tumori, infarti e ictus, spianerebbe anche la via all’Alzheimer e alle demenze in generale.

Più rassicuranti le notizie sull’effetto della terapia ormonale sostitutiva che, a differenza di quanto affermato nel grande studio WHI, potrebbe esercitare un effetto protettivo. Lo suggeriscono i ricercatori del London Institute of Pshychiatry guidati da Michael Craig, che hanno verificato che cosa succedeva in una trentina di donne giovani sottoposte a un intervento per la rimozione di fibromi uterini e a una terapia farmacologica che deprime temporaneamente la funzionalità ovarica. Misurando le prestazioni intellettive e la memoria prima, durante e dopo la terapia, Craig ha dimostrato che si determina un peggioramento reversibile del dieci per cento delle funzioni mnemoniche durante la privazione ormonale, e ha dunque avanzato l’ipotesi che la terapia ormonale possa davvero aiutare a recuperare le funzioni perse analogamente a quanto avvenuto naturalmente per le 30 pazienti.

La ricerca di elementi utili alla prevenzione viene considerata unanimemente fondamentale, almeno fino a quando la farmacologia non offrirà soluzioni realmente efficaci, anche perché oltre a coloro che hanno una demenza conclamata vi sono milioni di anziani in tutto il mondo che soffrono di deficit cognitivi più o meno spiccati; secondo uno studio della Mayo Clinic pubblicato sugli Annals of Internal Medicine, e condotto su un migliaio di ultrasettantenni seguiti fino dal 2001, la percentuale di anziani colpiti da questi disturbi sarebbe superiore al 30 per cento del totale.
   

    

(9/04/08)

Fonte AIOTE

    

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