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Grado (GO) -
20 - 22 Settembre 1999
Spiragli
di emozioni e colori: il senso della vita nella demenza
La Nebbia dell'anima
Renato Bottura - Geriatra
Contemplare l'inermità: un'ipotesi assurda e stimolante, paradossale e significante per un medico, che non può prevedere nell'armamentario del proprio bagaglio culturale e scientifico la parola contemplazione.
Ma non basta: occorre aggiungere la parola lotta. Proprio da questa chiave lotta e contemplazione vorrei partire trattando questo stupendo e difficile tema del rapporto fra spiritualità, trascendenza e l'ultimo spezzone di vita di un uomo malato.
A dire il vero questa accoppiata valoriale ha almeno 27 anni: gli anni della contestazione, gli splendidi e ribollenti anni del '68. In quegli anni (a dire il vero 3 - 4 anni dopo) iniziai a frequentare uno straordinario paesino francese, Taizé, dove dalla fine della II guerra un manipolo di monaci iniziarono accogliendo i primi profughi e rifugiati contro il nazismo. Un'esperienza unica: coniugare la preghiera contemplativa di monaci interconfessionali con l'impegno politico (che coincideva appunto con l'accoglienza di queste persone). Negli anni del '68 francese e seguenti, Taizé e il suo priore dai capelli bianco-splendenti, frère Roger Schulz, uomo santo e profeta, divennero un punto di riferimento per milioni di giovani europei come un segno irrinunciabile di preghiera e al contempo laboratorio di speranza e di lotta. Allargò negli anni successivi il proprio raggio alla mondialità facendo respirare a chi andava lì l'uomo universale e globale, sulle vie di Dio e della pace.
E così nei successivi anni di studi universitari iniziò ad albergare in me questa duplice appartenenza: alle scienze mediche e alle scienze di Dio (se così si può dire), cioè alla relatività e all'assoluto contemporaneamente, all'immanente e al trascendente. L'incontro col malato anziano, fragile e apparentemente vuoto di senso fece scoppiare in me questo straordinario e misterioso incontro fra il finito e l'infinito.
Lottare e contemplare nello stesso tempo il dolore totale al capezzale di un malato grave significa accettare nel profondo l'ambivalenza nascosta fra le pieghe dell'essenza umana sofferente.
Lottare contro la sofferenza è cosa comprensibile a tutti, ovvia e sacrosanta. Contemplare il dolore rasenta l'assurdo.
Contemplare il dolore ci fa intuire che l'Eternità resta, mentre il tempo fugge, che l'effimero ha un tempo limitato, mentre l'Assoluto dura per sempre. E allora credo che diventi chiaro il bisogno che oggi si avverte nella società di spiritualità, del sacro, di indovini, fattucchiere, tarocchi, 144, sette strane e chi più ne ha più ne metta.
Ci sono circa sei milioni di persone in Italia che si affidano ogni anno a questi riflessi sbiaditi del divino. C'è dunque evidente il bisogno di trascendenza anche se si veste con abiti inadeguati e sgualciti.
E c'è un altro dato antropologico che riguarda la struttura della personalità di chi si ammala gravemente. Essa tende a porre nuove priorità nella propria gerarchia valoriale: mentre precedentemente, nella salute piena al primo posto c'era la carriera, il conto in banca, la famiglia, nella malattia grave c'è la speranza di un residuo di vita, c'è un patteggiamento con Dio, c'è interesse nuovo e quasi esclusivo sul proprio corpo frantumato.
C'è come una nuova tendenza ad essenzializzare cose che contano, rispetto all'effimero e ai tanti idoli che ci riempiono la vita "normale".
Emerge prepotente, seppure sbiadito, la trascendenza, il totalmente Altro.
Vi confesso una cosa: mi sono stufato di partecipare, come medico, a congressi che parlano per giorni di una molecola nuova, o di una nuova TAC, o di un nuovo esame di laboratorio, mentre il problema vero con i nostri ammalati sono le cose ultime.
Anche ciò che viene prima, le cose penultime mi interessano tantissimo: i farmaci, lenire il dolore, dare qualità di relazione, ma arriva il momento nel quale irrompe sulla scena della vita piena il sepolcro vuoto, il non senso, lo svuotamento totale, l'immiserimento della persona, il corpo in disfacimento.
C'è come una sorta di secchezza progressiva dei nostri ammalati verso la morte: come una foglia secca, essa è fragile e rischia di frantumarsi in mille pezzi, essa ha però scritto dentro l'umanità che vorrebbe mantenere; la frantumazione chiama alla globalità.
Dietro a questi anditi di senso ci sta una fondamentale doppia struttura esistenziale: quella del bisogno e quella del desiderio.
Il bisogno è gerarchico: pensate a Maslow.
Non dimentichiamoci che al vertice c'è l'autorealizzazione, l'apertura alle sintonie extraumane, relazionali, ecologiche.
In ogni caso la logica del bisogno è orientata alla finitezza, all'appagamento, alla sazietà. E qui scatta il desiderio, la cui molla nascosta è sempre e intrinsecamente legata al rimando continuo, alla sazietà mai doma, al sempre di più: dunque all'infinito.
E così nel suo profondo il desiderio è orientato a Dio, per sua logica interna. Il desiderio viaggia continuamente sul già e il non ancora. Anche l'anziano grave, il morente ondeggiano continuamente tra queste due volontà, fra vita e morte, speranza e disperazione, resistenza e resa.
Mi sono stufato, da medico, di dire: "Non c'è più niente da fare" e scappar via, e occultare di parlare di Dio, di parlare dell'al di là, di chiedere se ha paura di morire, di pregare col morente, di non chiamare il sacerdote perché, ... Mi sono stufato di parlare con paroloni difficili, di dare una spiegazione scientifica ad ogni cosa, di constatare la morte come fanno abilmente gli anatomopatologi.
Da medico voglio dire, con forza: "Ho perso, la morte ci ha sconfitto, non so di cosa è morta quella persona, non so guarire questo vecchi: voglio urlare la mia rabbia, anche contro Dio, a volte, la mia fatica dei tempi lunghi, il senso dì assurdo che spesso avverto, ma anche la mia gioia di stare con i miei vecchi, con i miei colleghi straordinari" (non solo medici).
Tutti come me, rapiti dalla sacralità della "merda", del corpo che puzza, della mente che non c'è più, dei 70- 80- 100 chili che non si aiutano, delle orecchie che non odono, degli occhi che non vedono più, delle gambe secche e molli: sì, tutti affascinati da quel sacro che i malati sono e incarnano e che esce dalle chiese e dai templi per entrare nei pensieri di Dio da quando Cristo è andato in croce.
Ma i miei amici sono anche affascinati, come me, dai volti.
Voglio scomodare lo stupendo pensiero di Levinas, grande teologo ebreo, che ha teorizzato l'etica dei volti come speranza di salvezza per l'umanità.
I volti di Ennia, Licurgo, Teresina, Zoraide, Idona: ogni collega, ogni persona ha dei volti scolpiti nel cuore di persone non più tra noi, ma che vivono nel profondo di noi.
E ancora: ad ogni operatore della salute e ad ognuno di noi è dato, ogni giorno, di contemplare decine di volti sofferenti, segno, anticipazione, emblema della vita che arranca. E ancora fra noi ci sono i volti di Mario, Renato, Elena, Cesarina, Maria, Anna, Olga, che ci chiedono il pane, il caldo, i farmaci, un letto comodo, la tombola, un sorriso, e, perchè no: una preghiera, un rosario, una messa insieme, l'unzione degli infermi, uno scherzo, una battuta sporcacciona, una carezza, un abbraccio caldo.
C'è in giro una fame incredibile di Dio, di senso, di eterno. E allora mi rifiuto di pensare all'uomo solo carne come insegna la medicina ortodossa. Esso è anche corpo intero, soffio, spirito, mente, psiche, cuore nel senso biblico del termine: un tutt'uno inscindibile.
L'ultimo spezzone di vita ci obbliga ad una rivoluzione antropologica epocale: ci è richiesto di sfogliare la "matriosca" uomo, fatta di strati che vanno sempre più a fondo, fino a scoprire dentro il disfacimento frantumato del corpo, il soffio del divino che alberga nel profondo. E, da medico, sento il bisogno, specie a questo punto, di poesia e di arte:
esse sono la sinfonia nascosta del soffrire inutile, del silenzio totale e del vuoto disperante. Senza poesia non c'è futuro, non c'è spiritualità.
Nel vecchio morente la trascendenza si sintonizza dentro un meraviglioso e travagliato processo di maturazione che impiega una vita intera a compiersi: la trasformazione della materia in spirito (metamorfosi da immanente a trascendente).
E così il morente e il vecchio senza senso ci fanno un dono incredibile: ci fanno il dono di riformulare in noi le sue domande nascoste.
In un film che vidi anni fa, un ragazzo che accompagnava in un giro in automobile una ragazza cieca sulle colline e nella campagna toscana, scoprì il mondo; costretto a spiegare alla ragazza le strade, gli animali, i casolari che vedeva, il ragazzo si accorse di vedere quel mondo come se fosse la prima volta, anche se era passato per quelle strade centinaia di volte: la ragazza cieca gli aveva fatto scoprire il mondo con i suoi occhi vuoti.
Certo non va negata l'ontologica solitudine di ognuno di noi che solo la morte svela.
"Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera.", dice Quasimodo, ma solo Dio è amante e signore della solitudine e del tempo che passa: lì, a questi capolinea c'è un Dio che ci abbraccia, come la madre che ci tiene in grembo pronta a donare il suo seno di vita. È, il nostro, un Dio strano; Esso risponde all'eccesso di vuoto e di non-senso con una sovrabbondanza di amore che solo nella diade Croce-Resurrezione può ritrovare il proprio centro.
Solo un amore ridondante può abbracciare l'abbandono e la finitezza.
ALZHEIMER PORDENONE
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