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Grado (GO) -
20 - 22 Settembre 1999
Spiragli
di emozioni e colori: il senso della vita nella demenza
Il piano individuale di assistenza: un esercizio per gli operatori, un coinvolgimento dell'anziano e della sua famiglia.
Lidia Goldoni - Consulente
Dice Maudie a Janna parlando della visita del primario al suo letto d' ospedale: "Non mi ha mai guardata, nemmeno una volta. Avrei potuto essere un pezzo di legno o un sasso..... Io ero un oggetto, una cosa che gli faceva comodo aver lì a disposizione in quel momento" e più avanti , quando é ormai alla fine, mormora dietro la porta che si chiude alle spalle dell' infermiera " aspettate un momento" ( da "Il diario di Jane Sommers" di Doris Lessing) In un servizio di qualsiasi tipo esistono tre componenti: la persona destinataria, l'operatore , lo strumento organizzativo.
A monte e a valle ci stanno gli obiettivi e i risultati in una logica consequenziale. I ruoli e le collocazioni assunti dalle tre componenti, specie in un servizio alla persona, sono determinanti nel perseguire gli obiettivi e nel prospettare i risultati attesi.
Occorre chiedersi se nei fatti e non nella teoria:
l' anziano é soggetto e non oggetto di cure
l' operatore é un "servus" e porge una attività e una prestazione o l' impone
il Piano assistenziale individuale é uno strumento subordinato agli obiettivi o un' entità autonoma con una forza inerziale travalicante gli stessi individui coinvolti.
La risposta risulta ancor più complicata ma significativa quando l' anziano ha patologie demenziali, quando l' operatore é coinvolto in una routine professionale, quando ,paradossalmente, il servizio si é dato un' organizzazione strutturata e consolidata.
1. L' anziano soggetto di cure
Si usano tante parafrasi nel linguaggio assistenziale: centralità dell' anziano, anziano come risorsa, prendersi cura dell' anziano. Se parliamo di anziano soggetto significa:
accettare le sue opinioni e il suo diritto di scelta anche negli obiettivi e nelle modalità di cura. Se la volontà dell' anziano non é trasmissibile nel linguaggio tradizionale occorre supplire con l' aiuto di ogni tipologia di comunicazione e con l' aiuto di familiari e parenti;
prevedere esplicitamente in ogni fase del percorso assistenziale modi, tempi e strumenti per raccogliere e soddisfare questa volontà, in qualsiasi modo si esprima.
2. L' operatore, impegnato in un servizio alla persona, trova incentivazione e gratificazione al suo operare non nell' esercizio di un "potere" ma nella qualità dei risultati, nella capacità di ricerca e di sperimentazione, nel perseguire una cultura di interdisciplinarietà professionale. Questo significa:
un programma di formazione mirato alla valorizzazione delle responsabilità e autonomie individuali;
esercizio e sviluppo della capacità di osservazione e rilevazione di tutti i messaggi, i comportamenti dell' anziano in grado di ricostruirne bisogni, esigenze e desideri;
una lettura del proprio ruolo non solo in funzione di risposta ai bisogni, ma anche di soddisfazione di desideri e aspettative.
3. Il Piano assistenziale individuale
E' uno strumento indispensabile di programmazione e verifica dei risultati. Il PAI non é però il nuovo mansionario né una prescrizione terapeutica patrimonio dei professionisti. Perché sia sintesi e espressione di un' attività di cura deve contenere:
i risultati della valutazione multidimensionale e multidisciplinare dei professionisti
le scelte e le volontà dell' anziano e dei suoi familiari
strumenti, vincoli e opportunità a disposizione per quell' anziano in quella determinata situazione temporale, funzionale e logistica
L' introduzione del PAI nei programmi ha rappresentato una importante innovazione nella metodologia di lavoro degli operatori socio-assistenziali, riaffermando i principi dell'integrazione, del lavoro per obiettivi e risultati, della personalizzazione dell' intervento.
Nel concetto di personalizzazione é rimasta insita però una unidirezionalità. Sono gli operatori che decidono quasi sempre cosa é meglio per quell' anziano, quali livelli di autonomia preservare o conquistare, quali programmi di cura e di riabilitazione perseguire.
Quante volte é stato chiesto all' anziano o si é cercato di mettersi dalla sua parte per sapere qual' é il suo concetto di benessere e qualità di vita da raggiungere o garantire in quella determinata situazione?.
Tutta la cultura del sociale é impregnata di una filosofia di dare risposta ad un bisogno di assistenza, che non é teoricamente diverso dalla cultura medica di guarire la malattia.
Se oggi in sanità si parla di cultura della salute , che non significa a priori assenza di malattie, sul piano sociale e assistenziale occorre parlare di cultura delle aspettative, dei desideri, del benessere e della qualità di vita che non esclude bisogni e necessità di aiuti, di assistenza e di servizi.
In questa diversa prospettiva l' anziano non é oggetto ma soggetto; l' operatore non diventa "dominante" perché unico in grado di soddisfare il bisogno, ma coadiuvante; il PAI non é più solo uno strumento organizzativo, ma un accordo tra parti in causa.
Come ogni accordo occorre allora stipularlo, attuarlo e verificarlo a determinate condizioni:
con la partecipazione di tutti i soggetti interessati
con una scala gerarchica di valori in cima alla quale sta la volontà dell' anziano
con una definizione di obiettivi, di modalità di lavoro, di tempi di lavoro concordati con il soggetto principale cioè l' anziano;
con una flessibilità operativa che si confronti anche con il mutarsi delle condizioni soggettive e oggettive.
Dalle affermazioni di principio bisogna poi passare alle traduzioni nel lavoro quotidiano:
colloqui e incontri con l' anziano
raccolta e registrazioni delle sue scelte
adattamento dei progetti assistenziali a queste scelte
verifica dei risultati con l' anziano
In questo percorso entrano anche i familiari, prima ancora come rete di relazioni che singoli soggetti. I familiari rappresentano un ulteriore aiuto a ricostruire una soggettività e un' autonomia. In questo senso partecipano alla individuazione dei programmi assistenziali, sono presenti in momenti importanti del quotidiano, ma sempre in un principio di sussidiarietà e non di titolarità delle scelte.
Nella condizione dell' anziano con demenza o non in grado di esprimere compiutamente la propria volontà, questo ruolo dei familiari assume rilevanza ulteriore, senza per questo spostare l' ottica di lavoro dell' operatore che deve comunque essere indirizzata all' anziano.
Grado, settembre1999.
ALZHEIMER PORDENONE
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