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Pordenone
21 marzo 2001
Giornata
di studio e confronto sulla malattia di Alzheimer
L’ANIMATORE
– EDUCATORE: UN RUOLO DA DEFINIRE ED UNO SPAZIO DA OCCUPARE
Pamela
Masiero, Marisa Antonello, Valeria Gonzo, Alessandra Perin
Educatori
Professionali Centro Servizi per Anziani "A.M. Bonora"
Camposampiero (PD)
Abstract
“Se
non sapete con certezza dove volete andare... rischiate di ritrovarvi
altrove e di non accorgervene!”
Quest’affermazione
di Mager mette in evidenza gli obiettivi a cui la professione
dell’Educatore ha sempre teso, mirando a concretizzarsi attraverso la
programmazione e l’attuazione di interventi caratterizzati da:
capacità
di leggere correttamente la realtà sociale in cui si opera, rilevando i
servizi e i bisogni reali che sottostanno alla domanda espressa;
capacità
di sviluppare la conoscenza del contesto istituzionale in cui ci si
trova ad operare;
capacità
di affinare la relazione intesa come relazione reciproca.
Il
lavoro educativo è fatto essenzialmente di relazione fra persone. Per
tale professione, infatti, hanno un particolare peso le tecniche
dell’animazione e della conduzione di gruppi attraverso le quali si
favorisce una cultura sulla riscoperta di autonomi valori che sono
propri dell’uomo in quanto essere sociale.
Quando
si parla di animazione all’interno della competenza pedagogica bisogna
far riferimento ad alcune tecniche mediante le quali, in tutti i settori
del sapere e della cultura, si è in grado di porre i soggetti a
rielaborare i vari contenuti in modo attivo e partecipativo. Ecco,
allora, l’importanza della tecnica della ricerca, dell’espressione
corporea, ecc..
Si
può parlare di metodologia educativa, pertanto, nel momento in cui si
realizza la capacità di gestire con strategie precise e controllabili
l’incontro-scontro tra l’ambito degli obiettivi educativi a cui si
tende, da un lato e quella che potremmo indicare come realtà educativa
con cui ci si relaziona, dall’altro. Di conseguenza, solo attraverso
un agire consapevole e intenzionale di questo tipo si può passare da
una cultura della custodia ad una cultura dell’accoglienza e del
recupero.
L’Educatore
si propone agendo in termini di intenzionalità, suggerendo una serie di
interventi che tendono a modificare l’altro, sollecitando la capacità
di fare cultura anziché essere soltanto oggetto di cultura.
Chi
è dunque l’Educatore?
É
colui che:
formula
e attiva progetti caratterizzati da intenzionalità e continuità;
osserva
e analizza i bisogni, rileva le risorse, gestisce e verifica gli
interventi educativi in un’ottica d’integrazione multidisciplinare;
cura lo sviluppo ed il recupero delle capacità relazionali e
d’interazione (relazione d’aiuto ed empatica).
pone
al centro del suo agire la persona nella sua complessità poiché
l’anziano, prima di essere tale, è persona e come tale deve essere
considerato senza farci coinvolgere solo dalla parte malata, sia essa
fisica o mentale. Nel momento in cui non teniamo presente tale
complessità decade anche il nostro intervento che diviene parcellizzato
e monco.
L’Educatore,
a nostro avviso, ha gli strumenti per evolversi ed adattarsi a qualsiasi
cambiamento, anche se può risultare difficile accettare di modificare
modalità, spesso consolidate, con altre non conosciute o da inventare.
Comunque,
come essere educante, è suo dovere trovare la strategia che possa dare,
anche se a volte in forma temporanea e soprattutto individualizzata,
benessere o sollievo al problema.
Il
termine “educare” - dal latino “educo”- esprime, come primo
significato, nutrire, curare.
Come secondo, “educere”, esprime il significato di tirare
fuori, estrapolare. “Educare”, quindi, vuol dire farsi carico
della cura dell’altro cercando di coinvolgere tutte le agenzie che
possono a tal fine essere di aiuto, prime fra tutte quella familiare.
Non da ultimo, “educare” significa riportare alla luce, alla
coscienza (laddove spesso smarrite) potenzialità, abilità nuove o
nascoste come, ad esempio, tale può diventare il patrimonio personale
della storia di vita che caratterizza ogni persona.
L’Educatore
Professionale è una figura ormai stabilmente strutturata all’interno
dei servizi residenziali con una specificità tesa alla promozione della
persona intesa come entità che possiede sia limiti sia potenzialità.
L’Educatore Professionale mira alla riduzione del disagio, al
mantenimento o al potenziamento del benessere psicofisico e sociale,
alla rieducazione in senso lato al fine di catalizzare la dimensione
vitale e contribuire ad ottimizzare una qualità di vita dignitosa e
gratificante per la persona.
L’analisi
dell’attuale realtà della popolazione anziana, sulla quale tutti gli
operatori del settore sono chiamati a riflettere, evidenzia una
complessità dei bisogni in continuo aumento e nessun servizio, per
quanto qualitativamente elevato, è in grado oggi, da solo, di dare una
sufficiente risposta alle diverse esigenze.
Questi
sono solo alcuni dei motivi per i quali viene dato un fondamentale ed
ampio riconoscimento al concetto di Rete dei Servizi ed alla relativa integrazione fra i medesimi.
Soltanto attraverso un’importante e continuativa interazione fra i
diversi servizi (residenziali, semiresidenziali, pubblici, privati,
territoriali, ecc.) si è in grado di fronteggiare e rispondere
adeguatamente ai bisogni della realtà anziana.
All’interno
di questa Rete di Servizi (Centro Servizi, Residenze Sanitarie
Assistenziali, Centro Diurno, Assistenza Domiciliare, Day Hospital,
ecc.) la figura dell’Educatore va considerata in senso ampio proprio
perché deve ritenersi figura sufficientemente preparata ad essere
portatore di valori e diventare, per questo, non solo vigile punto di
riferimento all’interno del contesto, ma anche modello educativo e
culturale in un’espressione di promozione al cambiamento.
Il
ruolo dell’Educatore, in un’ampia rete di servizi, è oggi una
certezza, ma, nello stesso tempo, deve ancora conquistare e riempire
direttamente sul campo la propria identità. I valori di cui
l’Educatore è portatore, in quanto costitutivi della professione,
sono valori che possono risultare centrali all’interno del sistema e
nei i singoli ambiti o servizi che lo compongono. Sta alla
professionalità del singolo darne corpo e sostanza nell’interesse
complessivo, primi fra tutti gli utenti, legittimando, in tal modo,
anche un suo riconoscimento formale.
MODIFICAZIONI
DELL’UTENZA E CENNI SULLA CRISI DEL RUOLO DELL’EDUCATORE
La
tipologia dell’utenza anziana in questi ultimi anni sta subendo
connotazioni sempre più diverse. Sono in aumento, infatti, le persone
con problemi di non autosufficienza correlati alle malattie degenerative
cerebrali ed alle sindromi demenziali (demenze multinfartuali, demenze
miste, di tipo Alzheimer, ecc.). L’Educatore e gli operatori del
settore, pertanto, si trovano a gestire persone, anche in età
abbastanza giovane, sempre più compromesse dal punto di vista
fisico-cognitivo, caratterizzate da una scolarità ed una cultura
diverse da un tempo (non più semplici contadini o operai, ma persone
con un titolo di studio più elevato e con esperienze lavorative di vari
ambiti). Tuttavia, esse sono portatori di un bagaglio culturale e di
un’unicità di storia di vita che diventano risorse da tutelare,
rispettare e valorizzare.
Sulla
base di queste riflessioni, la professionalità dell’Educatore viene
messa in crisi e riposta in gioco: le usuali proposte
educative-animative rischiano oggi di ridursi a stanche modalità di
riempimento del tempo vuoto, senza darne un senso meritato e senza
toccare la vera sofferenza dei vecchi nella loro quotidianità.
COSA
SI PUÒ FARE?
Tutte
le figure professionali, diversamente coinvolte nell’assistenza e
nella cura, necessitano di una ridefinizione della propria specificità
e dei propri strumenti metodologici. Secondo diverse esperienze
educative e professionali intercorse in vari anni, chi lavora a stretto
contatto con le persone anziane deve essere presente nella loro
quotidianità, dimostrando disponibilità all’ascolto attraverso una
relazione di aiuto integrata, mediata, ma mai invasiva. Una relazione
capace di aiutare la persona a ritrovare un equilibrio diventato
precario, una compensazione ai loro vuoti. Il demente, infatti, come
dice il termine (de-mente:
estraneo, fuori della mente) è un ricco diventato povero, un soggetto
in cui al deficit cognitivo-intellettivo si sommano altri disturbi di
tipo comportamentale (wandering,
aggressività fisica e verbale, deliri ed allucinazioni, agitazione
psicomotoria, ecc.) giungendo molto spesso ad una condizione di
compromissione devastante.
Per
essere in grado di “prendersi cura” di un anziano affetto da
malattia di Alzheimer (A.D.:
Alzheimer Disease) diventa
assolutamente necessario per l’Educatore, in
primis, saper gestire le proprie emozioni, essere disposto a mettere
in discussione le basi della propria professionalità accettando
l’impotenza e l’incapacità di trovare immediatamente adeguate
risposte operative.
Diventa
per questo necessario rafforzare e migliorare la nostra professionalità,
sviluppando in modo maggiore le capacità di osservazione e di ascolto,
dosando in modo pertinente il silenzio e la parola, andando a stimolare
senza per questo costringere. Tutto ciò ci può portare ad incontrare
nuove difficoltà, scontrandoci con aspettative, frustrazioni, eccessivi
deliri di onnipotenza o sentori di incertezza, fino ad arrivare
all’inesorabile confronto con la propria idea di morte ed al
conseguente timore di essere o di diventare così smarriti come le
persone che oggi cerchiamo di prendere per mano.
Giunge
da sé la conclusione per cui diventa oggi fondamentale guardare al
futuro dell’Educatore come ad una figura forte, una figura che trova
nel suo bagaglio formativo quegli attrezzi fondamentali per la gestione
delle relazioni intese come fulcro essenziale dell’esistenza.
L’Educatore, raccogliendo con attenzione le perdite sulle quali
l’anziano inevitabilmente incombe, come l’isolamento, andrà a
rivedere le modalità che prima intendevano semplicemente intrattenere
il suo interlocutore per convertirle, innanzitutto, nel “prendersi
cura” del medesimo attraverso una quotidianità presente ed una
condivisione emotiva. In questo percorso si dovranno scontare,
inevitabilmente, prezzi quali l’incertezza e l’ansia; d’altra
parte, ciò diventerà significativo e sostanziale se l’attenzione
finale verrà orientata non solo ai risultati, ma al MODO di agire,
ovvero ai processi. Il modo
che si andrà a scegliere realizzerà la nostra qualità di assistenza e
quella stessa qualità di assistenza diverrà preziosa o dubbiosa qualità
di vita dei nostri preziosi anziani.
I
problemi legati alle svariate forme di demenza (l’Alzheimer in modo
particolare) richiamano una forte attenzione da parte dell’Educatore
per la formazione specifica che pone in essere tale figura. La demenza
(in modo rilevante quella di Alzheimer) causa nell’essere umano una
grande perdita che va a toccare tutte le dimensioni della persona.
Quest’analisi sollecita l’attenzione di vari professionisti, ma, in
modo particolare, quella dell’Educatore, poiché, proprio per la sua
specificità professionale, egli ha la possibilità di intervenire su più
campi d’azione.
La
malattia di Alzheimer viene considerata oggi “una morte lenta e
devastante” che non riguarda solo il singolo, ma tutta la famiglia.
Ecco, allora, dove può intervenire l’“animazione” di questa
professione. L’Educatore dev’essere un portare di vita, dev’essere
un vero e proprio catalizzatore in questo senso, ancor di più dove tale
malattia causa perdite come la memoria, l’orientamento, la capacità
di esprimere i propri bisogni, la capacità cognitiva e, non per ultime,
l’identità e la dignità. Ne conseguono una svariata serie di
disturbi comportamentali che segnalano un grosso disagio e malessere,
causa di uno squilibrio fisiologico originario da una degenerazione
cerebrale. Tale malattia, toccando tutte le dimensioni della persona,
richiede, allo stesso tempo, un intervento assistenziale altrettanto “multidimensionale”.
Secondo
Luigina Scaglia (geriatra) per “mettersi nei panni” dell’anziano
bisognerebbe infilarsi del cotone nelle orecchie, occhiali non adeguati,
guanti di gomma e provare a svolgere una comune attività quotidiana.
Per di più, l’esperienza sul campo con i nostri anziani, tutti unici,
ci ha portato ad allungare la lista dei tentativi/esperimenti: e se ci
mettessimo scarpe più grandi o avessimo la lingua scottata? E i malati
di Alzheimer, oltre a ciò, non potrebbero sentirsi come se avessero un Walkman alle orecchie che trasmette ora voci, ora brusii, ora rumori
assordanti, ora pensieri che a volte vengono riconosciuti come propri o
altre volte estranei a sé?
In
questo loro mondo così compromesso, l’unico legame e filo di Arianna
è rappresentato dalla relazione. Le passwords dell’Educatore sono:
la
comunicazione interpersonale che trova nella relazione la sua dimensione
affettiva;
la
metacomunicazione che individua nei bisogni e nelle richieste emerse il
contenuto.
Per
l’anziano demente gli usuali canali di ricezione della comunicazione
sono fortemente compromessi e l’Educatore deve affidarsi a quelli
primari, a modelli linguistici primitivi quali il contatto corporeo, il
contatto oculare, il silenzio, l’ascolto…..
Se
la relazione è un elemento principale per la dimensione affettiva della
comunicazione, allora l’Educatore deve cogliere che solo
l’affettività e l’empatia ci mettono in contatto con i dementi.
La
relazione si fonda su un altro cardine: ognuno è frutto delle
esperienze passate. L’anziano demente, se da una parte è un ricco
diventato povero - dall’altra (all’interno del suo Io seppur modificato, alterato o camuffato) è presente con un
bagaglio esperienziale e culturale e con una storia di vita unica e
irripetibile.
Il
punto focale è scoprirlo, portarlo alla luce agendo sulla sua vita
quotidiana. L’Educatore ha il compito di valorizzare il tempo tra una
flebo e l’altra, tra il pranzo e la cena (l’anziano è più
disponibile e meno impaurito e perso) ma deve investire sul tempo
della relazione; investire non solo sui bisogni (con progetti
educativi, animativi, riabilitativi, e mirati) ma sui suoi desideri poiché sono unici, soggettivi, intimi, insostituibili e,
perché no, mutevoli.
Secondo
il nostro punto di vista, l’Educatore riesce a compiere il percorso
sopra descritto instaurando con l’anziano un approccio diretto che
osservi le seguenti modalità:
ACCOGLIENZA:
ti accolgo con la tua integrità di persona, con paure, dubbi,
aggressività, pianto e riso, nelle tue azioni di vita quotidiana e non;
ASCOLTO
GLOBALE: ascolto, “sento” le tue emozioni, i desideri, la dignità
del tuo essere complesso e originale e ti comunico “io sono qua”;
perché l’educazione è un
metodo esistenziale e non un fatto tecnico;
EMPATIA:
ti colgo così come sei, raggiungo la tua parte triste, ilare,
arrabbiata e confusa. Ti riconosco perché ti sento e ti legittimo;
legittimo le tue emozioni e le tue sensazioni;
SENSORIALITÁ:
riesco a raggiungerti perché ho allenato e affinato i miei sensi
(vista, udito, tatto, olfatto);
CREATIVITÁ:
per risponderti però devo essere creativo; inventare e inventarmi; la
mia mente deve essere sgombra da risposte certe e standardizzate. Nel
relazionarmi con te (educere =
tirare fuori) è emersa la mia parte inventiva che si muove su delle
conoscenze basilari, su cos’è la demenza, ma non so cosa significa
per te;
CONTINUITÁ:
chiedi tempo e continuità alla mia relazione;
ISTANTANEITÁ:
chiedi di entrare in relazione in un secondo e in quell’attimo; non so
se e quando me ne concederai altri. I risultati con te si colgono nel qui
ed ora.
TEMPORANEITÁ:
le tue risposte però sono fugaci, mutevoli, temporanee e momentanee.
Spesso mi costringi a ricorrere ad altro personale. Forse sono io allora
inadeguato e impotente?
COLLABORAZIONE
E CONDIVISIONE: non sempre ce la faccio da solo, tuttavia cerco di
sovvertire l’inadeguatezza e i miei limiti trasformandoli in forza: ti
faccio accompagnare da qualcun’altro, ti aspetto più in là, quando
ci sarà ancora bisogno di re-inventare. E intanto individuo un tempo
per pensare, per rielaborare le conoscenze e i vissuti.
Avendo
“nuovi occhi” - noi Educatori - possiamo operare nella precarietà,
nel cambiamento, nella frammentarietà dei risultati, lavorare con la
frustrazione e l’inadeguatezza ed essere ancora inseriti in una logica
di progettualità educativa.
A
questo proposito vengono illustrati alcuni accorgimenti utili a
migliorare l’assistenza, quasi un decalogo del nostro buon agire, per
noi di basilare importanza:
Stabilire
una routine e mantenere uno standard di normalità: può contribuire
a mantenere un ordine, una struttura e dei ritmi nella vita quotidiana
dell’anziano, rappresentando così un punto di riferimento sicuro e
forte per il demente.
Sostenere
l’autonomia stabilendo, allo stesso tempo, compiti semplici: non
bisogna porlo di fronte a tante scelte; è necessario che rimanga
indipendente il maggior tempo possibile.
Aiutare
la persona a conservare la propria dignità, evitando scontri e
mantenendo il senso dell’umorismo: occorre tenere presente che
l’anziano assistito è ancora un individuo che sperimenta emozioni e
sentimenti. Pertanto, ciò che viene detto può avere per lui un effetto
disturbante. Occorre evitare discussioni circa le condizioni del
paziente in sua presenza. L’indisporsi può solo peggiorare la
situazione: quanto accade dipende dalla malattia e non dalla persona..
Ridere con lui, ma non di lui: l’umorismo può essere un modo per
trarre sollievo dallo stress oltre che essere un gusto condiviso del
piacere di vivere che troppo spesso l’anziano “dimentica”.
Aiutare
il malato a fare il migliore uso delle abilità esistenti (qualità
di assistenza e di lavoro educativo per noi, preziosa qualità di vita
per lui).
Mantenere
aperta e gioiosa la comunicazione.
Utilizzare
i supporti per facilitare la memoria: chiedere ai parenti di portare
vecchie foto, contrassegnare le stanze con colori brillanti, permettere
loro di riconoscersi, di conservare la propria biografia.
In
caso di delirio o allucinazione non discutere mai la veridicità
delle esperienze visive o uditive riferite dal demente, ma distrarlo
richiamando l’attenzione su un oggetto reale che si trova
nell’ambiente.
Usare
simboli e metafore come mezzo di comunicazione e relativi significati;
porre attenzione alla verifica della comprensione dei significati che si
vuole far raggiungere all’anziano.
Comportamento
appropriato da adottare in caso di aggressività fisica o verbale.
Ci
sembra emblematico lasciarvi con un’altra immagine che ci ha fatto
riflettere e ci ha fatto avvicinare di più all’anziano quando ci
dice: “…devo andare a casa perché c’è la cena da preparare, ..i
figli da accudire, ..e poi non ho chiuso le finestre… ecc..”.
Ricordate cosa dice W.Allen in un spot
pubblicitario? “….Dottore, se avessi saputo di vivere fino a 130
anni non avrei fatto un mutuo, non mi sarei sposato; qui si parla non
della terza età, ma addirittura della quinta età…”. Ce la faremo e
ce la faranno ad accettare di essere classificati vecchi per molto tempo
della nostra intera esistenza?
Esperienze a confronto
ANALISI
DELLA REALTÀ
ESISTENTE
Il
Centro Servizi “A.M. Bonora” di Camposampiero (Padova) ospita un
totale di 245 persone residenti in tre padiglioni, ciascuno dei quali
suddiviso in nuclei secondo la tipologia di ospiti.
All’interno
della Casa c’è il Centro Diurno “ Il Girasole” che ospita un
totale di 11 persone con demenza di Alzheimer. Ogni padiglione è
seguito da un’équipe composta
dal Coordinatore di Modulo, l’Educatore, il Fisioterapista,
l’Assistente Sociale, il Medico, la Logopedista, l’Infermiere e
l’Operatore di Assistenza.
Noi
siamo gli Educatori dei due nuclei A.D. (uno maschile ed uno femminile)
e del Centro Diurno per malati di A.D.
I
nuclei Alzheimer, uno maschile ed uno femminile, ospitano 21 anziani
ciascuno. Essi non sono
stati creati ex-novo, ma sono
una conseguenza di una realtà già esistente che ci si è trovati a
gestire. Solo nel prossimo futuro si potrà rendere adeguata la
strutturazione di un ambiente a misura A.D., sia per il Centro Diurno,
sia per i nuclei A.D., mediante l’ultimazione di una nuova residenza
attualmente in fase di realizzazione.
Per
verificare il grado di deterioramento mentale degli ospiti, la diagnosi
e il grado dei disturbi cognitivo-comportamentali, viene eseguita la
valutazione neuropsicologica da parte della Logopedista e della
Neuropsicologa. Inoltre, vengono eseguiti gli esami clinici necessari ad
individuare una possibile diagnosi differenziale che accerti con
approssimata certezza la presenza di una A.D.
Ciò porta a valutare quali possono essere le modalità di
approccio al paziente demente, spostando l’interesse dalla malattia
alla persona. Un’analisi estesa di questo tipo permette di evidenziare
i bisogni globali dell’A.D. consentendo, successivamente, di
specificare più opportunamente i diversi interventi riabilitativi da
attivare.
METODOLOGIA
DI LAVORO
Noi
adottiamo una metodologia di lavoro per la quale non è solo importante
il “fare” l’attività, ma soprattutto “come” farla. Essa si
basa su alcuni importanti presupposti teorici tratti da:
Validation
Therapy il cui scopo non è l’autoanalisi o il confronto, dato che
l’anziano A.D. non è più capace di un pensiero logico. Ad ogni modo,
risulta di notevole importanza l’uso dell’empatia per sintonizzarsi
con la realtà interiore dell’anziano disorientato (le funzioni
intellettive ridotte non permettono più l’introspezione). Inoltre, si
basa sul principio di una relazione significativa ed affettiva.
Per
riuscire ad empatizzare con l’anziano A.D. è necessario adottare
degli accorgimenti comunicativi verbali ed analogici congrui, atti a
legittimare le sue emozioni ed in grado di aiutarlo a comunicare i
propri sentimenti. Infatti. il danno al pensiero logico “libera e
permette” una più ampia espressione non verbale.
P.A.I.:
Piani Assistenziali Individuali costruiti con un’ottica
multidimensionale ed olistica. Questo strumento consente un approccio più
approfondito con il paziente A.D.
grazie all’identificazione dei singoli problemi ed all’uso di una
metodologia comune a tutti gli attori della relazione.
A
partire dalle valutazioni emergenti dal P.A.I. è possibile individuare
i problemi ed i bisogni legati allo stato attuale; i bisogni potenziali;
le possibilità di un miglioramento e di un lavoro progettuale
flessibile basato sul presupposto che la malattia, i conflitti e le
crisi sono possibilità di nuovi equilibri (valore educativo).
I
P.A.I. vengono stilati dopo 20 giorni circa dall’entrata
dell’anziano in struttura, periodo nel quale l’osservazione e il
minimo adattamento al nuovo ambiente risultano necessari per instaurare
una relazione di fiducia con il contesto fisico ed umano. Un punto
cruciale è la verifica del P.A.I. poiché, se tanto variabile e
repentina spesso risulta essere l’evoluzione dei disturbi
dell’anziano, in maniera parallela e altrettanto flessibile deve porsi
lo strumento del P.A.I. Per questo, dunque, diventa rilevante il momento
puntuale della verifica.
Gentle
Care: si basa su un sistema protesico e si focalizza su tre
componenti fondamentali:
Persone
(come parte del contesto umano capace di interagire in modo appropriato
con il soggetto);
Ambiente
(che dev’essere flessibile al mutare dei diversi stadi evolutivi della
malattia);
Programmi
di Attività (tesi al raggiungimento del massimo benessere possibile
della persona).
PERSONE
Le
persone sono l’elemento cruciale. Ogni persona con il proprio
comportamento può creare disagio o benessere all’ospite.
L’Educatore, come già accennato, relaziona e collabora con un’équipe e, nell’interagire con essa, emerge la necessità di una
flessibilità di ruoli in cui il valore educativo sta nel possedere
comportamenti e modalità congrue e coerenti da parte di tutti
(familiari, personale di nucleo, volontari, ecc.). Tutti
diventiamo “educatori”, con un’unica metodologia, pur rimanendo
professionisti ognuno con i propri compiti. Le persone che compongono
l’ambiente umano sono responsabili del contesto di vita
dell’anziano, dei ritmi, degli equilibri, della sua salute globale,
del grado di umanizzazione che riesce a creare e a mantenere, della
“casa” a misura di “famiglia” che sa costruire.
Le
relazioni con i familiari vanno incentivate. Gli stessi devono essere:
informati
e preparati sulla demenza e le sue conseguenze;
sostenuti
nei loro vissuti affettivi ed emotivi;
informati
sui P.A.I., al fine di una necessaria collaborazione al raggiungimento
degli obiettivi di recupero, precisando che per noi Educatori è sì
importante focalizzare l’attenzione sui risultati, ma soprattutto sui
processi;
disponibili
a instaurare una relazione importante e un alleanza terapeutica forte
con il personale, affinché risulti una sicurezza psicoaffettiva
all’ospite.
Tra
l’équipe del nucleo e del
C.D ed i familiari vengono organizzati incontri serali della durata di
circa un’ora e mezza a scadenza quadrimestrale.
Gli stessi familiari sono invitati a partecipare attivamente alla
stesura dei P.A.I.
Con
il personale di nucleo l’obiettivo iniziale è stato quello di
umanizzare un modello terapeutico appropriato. Era importante che ci
fosse una forte motivazione ed il coinvolgimento attivo del personale.
Ma come?
Bisognava
gestire il personale secondo logiche di partecipazione, creando un buon
clima di comunicazione e collaborazione, selezionando, formando e
promuovendo il personale di nucleo. Per raggiungere tutto ciò si è
agito su più fronti. Per la selezione del personale si è avviato un
progetto generale di mobilità interna che permetteva di spostare alcuni
O.A. per poterne inserire di più idonei, considerando tre aspetti
importanti: quello lavorativo, quello personale e gli effetti delle
dinamiche di gruppo.
Per
la formazione, invece, l’équipe ha tracciato le linee guida sulla base di alcune conoscenze
relative alla malattia e sull’approccio all’A.D. Successivamente è stato attuato un programma di formazione
grazie alla collaborazione ed il supporto dell’Associazione Alzheimer
Italia. In seguito si sono realizzati e vengono tuttora svolti incontri
di confronto, di progetto e di monitoraggio del burn-out
per un agire integrato e puntualmente controllato.
Ad
oggi il personale adotta una comunicazione idonea all’approccio con
gli anziani A.D. ed è in grado di gestire disturbi comportamentali (es.
in caso di allucinazione e delirio o di agitazione psicomotoria).
Bisogna riconoscere, inoltre, che nel momento attuale vi è una crisi di
mercato generale rispetto alla formazione degli Operatori di Assistenza.
Il turn–over che ne consegue
lo avvertiamo quotidianamente, con svariate e serie difficoltà
organizzative e gestionali, andando a pesare in modo rilevante
sull’adeguata o meno preparazione formativa, che diventa comunque
risultato assistenziale da non sottovalutare.
AMBIENTE
Per
quanto riguarda il Centro Diurno abbiamo modificato l’ambiente sia da
un punto di vista strutturale che di gestione degli spazi. Il C.D. è
strutturalmente costituito da un salone che funge da sala da pranzo e da
sala attività. Adiacente al salone vi è uno spazio potenzialmente
utilizzabile per il riposo degli ospiti. È inoltre attivo un
ambulatorio infermieristico. Per favorire un clima più familiare e
protesico abbiamo riorganizzato gli spazi individuando diversi angoli:
cucina, cucito, lavanderia, biblioteca, TV e soft-corner.
Abbiamo ridipinto le pareti con colori pastello (zona alberghiera gialla,
zona TV verde, saletta riposo azzurro). Sulla porta tagliafuoco, invece,
è stato realizzato un tromp d’oeil
rappresentativo di un davanzale con fiori, onde evitare le fughe
degli anziani. Per ciascun spazio abbiamo cercato di ricreare un habitat
che fosse il più familiare possibile utilizzando varie risorse
strumentali (calendari, tovaglie colorate, scope con palette, vasi per
fiori, grembiuli, appendini, armadietti stile credenza, asse da stiro,
stendibiancheria, videoregistratore, radioregistratore..).
L’ambiente
di vita incide in modo profondo sia sull’adattamento alla struttura da
parte della persona demente, sia sul suo comportamento. Come già
accennato in precedenza, si è partiti da un ambiente strutturale già
esistente e si è cercato di adattarlo il più possibile a misura A.D.
Attualmente, i due nuclei A.D. sono al terzo ed al quarto piano e
non risultano strutturalmente del tutto idonei allo scopo. Non vi è
accesso a spazi aperti e quelli interni sono piuttosto insufficienti.
Abbiamo realizzato delle modifiche ambientali, animando l’ambiente
attraverso accorgimenti ed oggetti come:
ritinteggiatura
del colore delle pareti (colori pastello rilassanti) differenziando la
zona notte dalla zona giorno;
identificazione
dei salottini con dipinti e/o poster, videoregistratore, TV e radio;
riconoscimento
del bagno, differenziando i colori delle porte;
apporto
di particolari indicazioni favorendo l’orientamento spaziale per il
riconoscimento del proprio letto e del bagno;
prevenzione
delle cadute dal letto usando letti ad altezza variabile;
utilizzo
di stoviglie colorate, giocando sulla sensibilità ai colori piuttosto
che sull’acuità visiva;
possibilità
di esporre all’esterno della camera foto degli AD e/o i nomi (foto
risalenti al passato perché nelle attuali potrebbero non riconoscersi);
calendari
fatti “su misura”;
forni
a microonde (per poter riscaldare il cibo, con flessibilità di orario,
quando nell’ora di pranzo l’ospite non vuole mangiare o per
preparare degli spuntini durante la notte);
acquisto
di bambolotti a misura di neonato e di peluches
riposti su dei cestoni, soprattutto per le donne, permettendo loro di
proiettare il proprio ruolo di madre e la cura del proprio Io
primordiale spesso smarriti; panni da piegare, gomitoli. ecc.;
acquisto
di cassette di musiche e canzoni popolari;
vasi
con fiori;
Siamo
intervenuti e continuiamo costantemente a rendere protesico, familiare e
soprattutto “sicuro” l’ambiente, data la forte imprevedibilità
che i nostri ospiti ci insegnano quotidianamente. Oltre a questo abbiamo
attivato un forte progetto di mobilità degli anziani dai nuclei verso
una zona centrale della struttura. Una zona di movimento, relazione,
socializzazione, dove l’interscambio è costituito sia di attività
sia di persone. Questo luogo lo chiamiamo “piazza” e ha sempre le
“porte aperte” con la comunità territoriale.
Nel
prossimo futuro verrà ultimata la nuova residenza che è stata
progettata a misura di anziani A.D.. L’esperienza fatta nell’attuale
ambiente ci è servita moltissimo per prevedere e adottare la nuova
residenza con tutti gli ausili tecnologici e strutturali necessari,
prima di tutto al fine terapeutico e protesico e poi per un risultato di
assistenza congruente ad una rispettabile qualità di vita alla quale
mirano i nostri diversificati interventi. Spesso ci si interroga sulla
certezza di aver calcolato tutto…. Ma con la demenza di Alzheimer si
è cominciato con esperimenti, con tentativi, accorgendoci in fretta che
appena si riesce a risolvere un problema subito ne compare un altro e
che il mutamento e l’imprevedibilità risultano una costante, di
questo siamo certi. La demenza, infatti, non è una, non è uno
standard. La demenza è diversa in ogni persona; ogni storia di vita
personale la rende ancor più unica, così come il suo relativo
percorso. Ecco perché l’ambiente umano che riesce a cogliere e a fare
un tutt’uno delle diverse specificità di ogni operatore coinvolto, può
concretizzarsi come forte lavoro di squadra, capace di disporsi al
costante confronto interdisciplinare, servendosi dell’esperienza e
della ri-progettazione.
Nella
nostra esperienza di Educatori, uno degli step
cruciali da curare e da superare al meglio è senz’altro quello della negoziazione.
Ogni qualvolta facciamo un progetto esso può essere realizzato solo
grazie alla “squadra”, cioè grazie a tutti gli addetti ai lavori, a
tutti i servizi necessari per l’attivazione delle risorse. Si rende
fondamentale giungere insieme alla condivisione degli obiettivi,
all’individuazione delle risorse, alla vigile attenzione delle
verifiche e dei risultati ottenuti. Negoziare, quindi, significa
contrattare, comprendere ed elaborare; significa raggiungere la
condivisione del processo e la strada migliore, oltre al miglior modo,
del traguardo da conquistare. Il miglior modo diverrà, se lo vogliamo,
miglior qualità di assistenza, miglior qualità di vita . . . personale
per gli anziani e professionale per noi operatori.
PROGRAMMA
DI ATTIVITÁ GENERALI E ATTIVITÁ SPECIFICHE:
I
programmi di attività non sono uguali per tutti gli anziani, ma variano
in base alla loro compromissione cognitiva, motoria e abilitativa.
Il
Servizio Educazione, nel complesso, propone diverse attività suddivise
in espressive, culturali, ludico-ricreative , riabilitative, di
aggregazione e di “piazza” quali: Comunicazione corporea, Lettura
del giornale, Attività Occupazionale, Laboratori di: pittura, cucito,
midollino e creta; Immaginazione Attiva, Feste generali e particolari,
Gite e Uscite programmate, Redazione del Giornalino della Casa,
Idroterapia, Attività di Piazza, Cura dell’estetica: parrucchieri ed
estetiste sia privati che volontari ecc...
Ma
poiché tutti gli anziani A.D. non possono fare tutte le attività, ne
abbiamo progettate alcune di specifiche, quali:
TERAPIA
DI CONTATTO E RELAZIONE: Tenendo presente che l’ultima forma di
comunicazione con gli anziani A.D. è corporea, il tatto rappresenta
un’importante vettore di affettività e comunicazione (toccare ed
essere toccati sono i due poli dell’interazione attiva e passiva con
il proprio mezzo vitale, uso del corpo come relazione). L’obiettivo è
quello di ridurre gli stati di agitazione psicomotoria e di aggressività
degli Ospiti compensandole con il piacere e la gioia di stare in
relazione riducendo il disagio e accendendo, laddove risulta possibile,
la gioia di vivere. Indicatore di risultato è lo stato di benessere, la
tranquillità e la compensazione dell’equilibrio psicofisico e
relazionale dell’ospite protratto nel resto della giornata. Vengono
portati in una sala Ospiti molto confusi, agitati anche con scarse
capacità di comunicazione verbale. Si utilizza un tono di voce calmo, suadente. Il contatto oculare diretto,
e l’accarezzare l’ospite nelle parti del corpo a lui visibili,
solitamente lo conducono ad uno stato di rilassamento generale, a volte
fino ad addormentarsi. Si usa la musica come sottofondo che ha un
effetto ansiolitico ed il personale deve essere disponibile al contatto
mentre si pone in un rapporto ad 1/1. Negli ultimi tempi, tuttavia,
abbiamo riscontrato una eterogeneità di disturbi comportamentali degli
ospiti in fase acuta e ci siamo orientati a realizzare l’attività in
varie forme. Non solo contatto corporeo, ma anche giochi (grandi puzzle,
giochi ad incastro, colori da manipolare, riconoscimento degli oggetti,
palline e palloncini colorati ecc..) utilizzando il soft-corner al bisogno, la deambulazione curata col dialogo, attività
ludiche di piccoli gruppi con la musica cantando insieme canzoni
popolari, stimolando e sviluppando in seguito racconti sulla storia
biografica di ognuno, scherzando a volte raccontandoci le barzellette,
come a volte si fa in famiglia. Infatti, l’idea del piccolo gruppo di
anziani A.D. e delle persone che gestiscono l’attività (Educatore,
Fisioterapista, Logopedista, Assistente Sociale e altre risorse di
supporto) è di dare dei riferimenti relazionali e affettivi stabili,
con i quali instaurare delle relazioni significative e autentiche
affinché diventino terapeutiche e indicatori di risultato oltre alla
valutazione dei disturbi comportamentali.
R.O.T.:
La Terapia di Orientamento alla Realtà è stata programmata con anziani
non solo con sospetto A.D., ma anche con quelli che presentano forme di
pseudo demenza, stati confusionali e grosse perdite di memoria (pur se
all’interno di un normale deterioramento dell’invecchiamento). É
stata formalmente strutturata nella durata di un’ora nel corso di
tutti i giorni della settimana coinvolgendo gruppetti precisi di
anziani. Viene condotta per cicli previa
testatura delle capacità cognitive. Gli scopi sono lo stimolo, il
recupero ed il potenziamento della memoria (a lungo e a breve termine,
autobiografica, storica, procedurale) e dell’orientamento
spazio-temporale. Vengono raccolti i dati di ogni seduta e gli stessi
vengono elaborati alla fine dei vari cicli. Gli indicatori di risultato
sono il mantenimento e il possibile recupero della memoria coadiuvati
dalla registrazione delle sedute e dei punteggi testistici.
COMUNICAZIONE
CORPOREA PER DEMENZE LIEVI: questa attività comprende semplici esercizi
motori e giochi cognitivi che servono a mantenere un minimo di
mobilizzazione articolare e, nello stesso tempo, ad affinare le facoltà
superiori di coordinazione, lateralità, processi di sintesi e
l’introiezione dello schema corporeo. Viene stimolata la memoria
attraverso l’attività ludica (indovinelli su: cultura generale
semplice, sulla propria vita, sul proprio schema corporeo, su canzoni
storiche, su semplici domande di carattere storio-geografico, piccole
gare di gioco, ecc.). Ogni attività è supportata da verifiche
(osservazione diretta anche attraverso l’uso della videocamera per
permettere l’osservazione oggettiva degli utenti e del personale
coinvolto) dal grado di partecipazione e di mantenimento delle abilità
residue.
Per
dare una seria scientificità ai nostri interventi educativi occorre
dare ampio valore al momento della verifica. Nessun progetto risulta
valido o acquista un determinato senso se non lo verifichiamo, lo
rivediamo, lo valutiamo, “aggiustiamo il tiro” laddove necessario o
lo consolidiamo come modus
operandi (modalità operativa).
La verifica diventa strumento indispensabile e imprescindibile nella
fase del progetto. Peraltro, ci permette di non perdere mai di vista
l’obiettivo principale e di focalizzare dettagliatamente gli obiettivi
specifici a cui mira il progetto, di monitorare le varie fasi delle
attività, di validare la metodologia guardando oggettivamente ai
risultati che si vanno a raggiungere. Il sapere progettare, può essere
senz’altro un legittimo compito dell’educatore, ma all’interno di
una cultura professionale allargata diventa motore trasversale di tutto
l’agire dell’intero sistema e contesto. Il nostro intento è di
“educarci” e di “crescere” tutti in questa cultura e forse un
giorno, verificando, potremo sentirci “una squadra vincente”.
CONCLUSIONI
Vogliamo
concludere con una frase di R. Battaglia: “ La vita è fatta di grandi
sogni e di piccole realtà”. Ogni Alzheimeriano esprime una “piccola
realtà” l’una diversa dalle altre, con una sua storia ed un suo
vissuto da rispettare. Questo vissuto
diventa per noi documento storico da valorizzare e da recuperare
nel suo significato più pieno. Vicino ai dementi noi Educatori ci
accorgiamo che spesso il nostro ruolo si riduce ad un semplice
dettaglio; allora ci lasciamo educare
alla demenza considerando il valore, i limiti
e le preziosità della persona. Se riusciamo a valorizzare ed a colorare i contenuti della
vita dei malati di A.D. ed a raggiungere la condivisione, la
partecipazione affettiva e comunicativa del destino dell’anziano A.D.,
allora tutto il nostro lavoro diventa vita per lui e patrimonio
personale ricco di significati per noi.
La
nostra sfida è che “l’esperienza organizzata” diventi
miglioramento continuo della qualità di vita per i malati di A.D. e
miglioramento della qualità del nostro agire professionale.
CENTRO
STUDI INTERNAZIONALE PERUSINI-ALZHEIMER
V.
Nuova di Corva, 40 - 33170 Pordenone
tel. 0434/511017 fax. 0434/510581
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