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Pordenone
21 marzo 2001
Giornata
di studio e confronto sulla malattia di Alzheimer
METODI
DI APPROCCIO AL MALATO ED ALLA SUA FAMIGLIA
dott.ssa
Laura Lionetti
LA
VECCHIA GRINZOSA
Che
cosa vedi, tu che mi curi, che cosa vedi?
Una
vecchia grinzosa, un po’ folle,
uno
sguardo perso che non c’è quasi più,
che
sbava quando mangia e non risponde mai,
che,
quando tu dici con voce forte: “Provi”,
sembra
non prestare alcuna attenzione a ciò che fai.
Allora
apri gli occhi, questa non sono io.
Ti
dirò io chi sono.
Sono l’ultima di dieci figli,
una ragazza di 15 anni,
con le ali ai piedi
Sposata
già a 20 anni…
Ho
25 anni ora e un bimbo mio
Che
ha bisogno che io gli costruisca una casa
Ho 50 anni, e di nuovo giocano intorno a me dei bambini.
Eccoci
di nuovo con dei bambini, io e il mio adorato.
Ecco
i giorni neri, mio marito muore.
Ho
guardato il futuro tremando di paura,
perché
i miei figli sono tutti occupati ad allevare i loro.
E
io penso agli anni e all’amore che ho conosciuto.
Sono
vecchia ora,
Il
mio corpo se ne va, la grazia e la forza mi abbandonano,
e
c’è una pietra là dove una volta ebbi il cuore.
Ma
in questa vecchia carcassa resta la ragazzina,
e
il vecchio cuore si gonfia senza posa.
Mi
ricordo delle gioie, mi ricordo delle pene,
e
di nuovo sento la mia vita e amo.
Ripenso
agli anni troppo corti e passati troppo in fretta,
e
accetto la realtà implacabile che nulla lascia durare.
Allora apri gli occhi tu che mi curi, e guarda.
Non la vecchia grinzosa, guarda meglio e mi vedrai.
(In
M.Thiel, Vivere da vivi, 1995)
La
demenza, come troviamo citato in tutti i testi, è “una sindrome
caratterizzata dalla perdita di funzioni intellettive tale da
interferire con le attività sociali, da determinare cambiamenti di
comportamento e da modificare la personalità.
Le
parole chiave sono:
PERDITA
PROGRESSIVA
Abbiamo
dunque a che fare con una perdita che procede nel tempo, inarrestabile.
Vanno
tenuti presenti i concetti di PERDITA E DURATA
L’interrogativo
da porsi è dunque COSA SIGNIFICA EDUCARE, TRARRE FUORI, CON LE PERSONE
AFFETTE DA DEMENZA.
Significa
:
TRATTENERE
– RIABILITARE - RIATTIVARE
Questo
percorso educativo però non riguarda solo le competenze, perché alla
fine ci troveremmo a trattenere nel pugno della mano una sabbia che
inesorabilmente e lentamente ci sfugge lasciandoci il vuoto.
TRATTENERE,
RIABILITARE, RIATTIVARE LE COMPETENZE MA ANCHE
-
L’AUTOSTIMA
-
LA STORIA DI VITA
-
IL CONTATTO CON IL MONDO
In
questi anni di lavoro nelle case per anziani, di formazioni di operatori
di base, di esperienze di avvii di servizi mi sono spesso soffermata a
pensare a quello che non c’è, a quello che ci dovrà essere.
Il
mondo delle case di riposo, e uso questo termine che suona vecchio ma
ben si adatta a numerose realtà, deve ancora fare molta strada per
appropriarsi del concetto di
-
PERCORSO EDUCATIVO
-
PIANO EDUCATIVO PERSONALIZZATO
È
necessario un profondo cambiamento culturale, l’interazione con
principi ormai assodati nei percorsi educativi per i minori e per la
disabilità.
La
bibliografia ad esempio offre pochi testi di attività possibili e
specifiche per le persone affette da demenza, i materiali da utilizzare
sono “riciclati” dalle didattiche per l’infanzia.
Come
troviamo teorizzato da Reiseberg , ricollegandosi alla teoria di Piaget,
vi è una corrispondenza tra lo sviluppo cognitivo del bambino e
l’involuzione della persona affetta da demenza.
MA
IL DEMENTE NON è UN BAMBINO. HA LE COMPETENZE DI UN BAMBINO,
LA
MEMORIA DI UN ADULTO, L’ANGOSCIA DI UNA MALATTIA CHE LO SGRETOLA.
Pertanto
anche attraverso l’osmosi con idee e strumenti utilizzati per altri
percorsi educativi, è importante coltivare la SPECIFICITÀ DI UN
PERCORSO EDUCATIVO con queste persone, che si deve concretizzate in:
-
METODOLOGIA
-
PRODUZIONI DI TESTI, MANUALI, SCHEDE
-
UTILIZZO DI MATERIALI ADEGUATI
Le
aree di intervento dunque non devono solo essere collegate al
soddisfacimento dei bisogni primari.
Anche
per le persone affette da demenza, e aggiungerei per tutti i vecchi, si
dovrebbe parlare di intervento nelle aree:
-
socio
affettiva relazionale
-
motorio -
prassica
-
cognitiva.
Può
sembrare banale, ma in realtà si tratta di una rivoluzione copernicana,
perché l’anziano non solo deve essere lavato, vestito, nutrito, ma ha
anche la dignità di una persona che ha diritto anche di:
-
MANTENERE IL SENSO DELLA SUA VITA
-
IMPARARARE
-
ESSERE SERENO
-
AVERE UN RUOLO.
Propongo
una carrellata di metodi di approccio alla persona affetta da demenza e
alla sua famiglia, che non intende essere certo esaustiva, ma uno
spunto, un momento di “raccolta” di idee incontrate durante il
cammino.
GENTLE
CARE
Tale
modello di cura del soggetto demente e della sua famiglia è stato
sviluppato in Canada da Moyra Jones e introdotto in alcune realtà
italiane.
Si
caratterizza in un approccio protesico alle disabilità conseguenti alla
malattia cognitiva.
Obiettivo
è il benessere dalla persona, inteso come miglior livello funzionale
possibile in assenza di segni di stress; il punto di partenza è il
deficit.
La
Protesi, che compensa il deficit ma anche potenzia le abilità residue,
è costituita dalla interrelazione dinamica di tre componenti:
Persone,
Spazio
fisico,
Programmi
di attività.
VALIDATION
THERAPY
Si
tratta di un metodo per favorire lo sviluppo mentale nelle persone
anziane con disturbi cognitivi, attraverso tecniche specifiche di aiuto
alle persone al fine di recuperare dignità e autostima.
Gli
obiettivi sono:
Restituire
la stima di sé
Ridurre
la tensione
Migliorare
la comunicazione verbale e non verbale
Impedire
il chiudersi in sé stessi
Il
metodo elaborato da Naomi Feil , si collega prevalentemente alla teoria
degli stadi della vita di Erikson e dell’empatia di Rogers, e si pone
come principale intervento, con il singolo o a gruppi strutturati,
l’ascolto della persona e quindi la legittimazione dei sentimenti.
TRAINING
PSICOSENSORIALE
Si
tratta di una terapia tesa ad attivare il sistema di informazione ,
potenziando le capacità funzionali per migliorare le possibilità
adattive e comportamentali del soggetto.
Fornendo
messaggi differenziati si vuole incrementare la capacità di cogliere e
di interpretare gli stimoli ambientali quindi di potenziare
l’adattamento alla realtà.
Il
metodo prevede sedute di 45 minuti , possibilmente quotidiane e nello
stesso luogo, in cui si va a stimolare i sensi attraverso la proposta di
diversi tipi di stimolo e conseguenti attività di riconoscimento,
collegamento, ecc.
Sabbiamo
bene però quanto le attività rigidamente strutturate e “in
laboratorio”, non si adattano alle persone affette da demenza.
Pertanto questa metodologia va adattata, attraverso l’ideazione di
attività concrete per le quali alla persona demente sia comprensibile
la finalità.
REALITY
ORIENTATION THERAPY
La
terapia di orientamento alla realtà nasce nel 1966 ad opera di Taulbee
e Folsom come intervento terapeutico teso ad orientare l’anziano nella
sua quotidianità.
Si
propone di restituire alle persone disorientate quei punti di
riferimento spaziali, temporali e relazionali che mostrano di aver
perduto.
Il
soggetto viene stimolato a servirsi di circuiti funzionali non più
utilizzati o a sviluppare nuove strategie.
Questo
metodo deve essere adottato in presenza solo di una lieve o moderata
demenza (MMSE tra 11 e 24)
La
terapia si suddivide in
ROT
INFORMALE :
Accompagna
la persona durante tutta la giornata, attraverso la stimolazione di chi
sta accanto alla persona ricordando costantemente gli elementi della
realtà (tempo, spazio, identità, ecc.)
ROT
formale:
Si
caratterizza in sedute di 45 minuti in piccoli gruppi, a cadenza
quotidiana o trisettimanale, per cicli di 3-4 mesi.
L’intervento
si suddivide in due fasi:
Orientamento
personale e interpersonale per sfere concentriche
(famiglia,
gruppo terapeutico, amici, persone famose):
-
Orientamento
temporale per sfere concentriche (giorno,
settimana, mese, stagione, anno),
-
Orientamento
spaziale per sfere concentriche (luogo della seduta, abitazione, luoghi noti),
Integrazione
delle fasi precedenti
Vi
sono inoltre esperienze, cfr. J.Glickstein, in cui sono state progettate
delle “lezioni” con l’intento di migliorare la comunicazione
funzionale, intesa come capacità di ricevere e utilizzare informazioni
in modo finalizzato, e di rafforzare le capacità residue del malato di
interagire in modo adeguato, all’interno di situazioni specifiche.
Ogni
lezione è strutturata in modo da essere centrata su un evento e sulle
sue implicazioni pratiche, piuttosto che su veri e propri compiti
concernenti la comunicazione.
Il
programma di lezioni prevede quattro livelli, in base alle capacità
funzionali della persona (valutate nelle seguenti aree: linguaggio e
comunicazione, funzioni cognitive, orientamento, concetti numerici,
memoria).
Gli
esercizi proposti per i livelli 1 e 2, sono ad esempio:
Scrivere
una breve lettera
Ricordare
appuntamenti
Preparare
la lista della spesa
Sistemare
la spesa
IL
METODO DELLE STORIE DI VITA
“Si
deve cominciare a perdere la memoria, anche solo brevemente, per capire
che in essa consiste la nostra vita. Senza la memoria la vita non è
vita. La nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il
nostro sentimento, persino il nostro agire.”
(Saks)
L’approccio
autobiografico si colloca all’interno degli strumenti di intervento
sul campo di tipo qualitativo, ed offre concrete opportunità di analisi
e costruzione di un orientamento significativo rispetto alla storia di
ciascuno. Collocata all’interno di una relazione di reciprocità,
l’autobiografia permette a chi racconta di dare significato e coerenza
agli eventi che riguardano la sua esistenza e, a chi ascolta, di
supportare il narratore a ritrovare la propria soggettività
Il
metodo, elaborato nella psicoterapia della Gestalt, è diventato uno
strumento applicato in ambito educativo, sociale e clinico.
Senza
dubbio può essere positivamente utilizzato anche nell’approccio sia
alla persona affetta da demenza che ai suoi familiari.
La
storia è un materiale particolare perché ci pone nella duplice
posizione di ascolto dell’altro e di noi stessi.
Il
senso di questo intervento si pone più obiettivi:
Trasformazione
in punti di forza di alcuni elementi di disadattamento di anziani
istituzionalizzati, quali la demotivazione, la chiusura, la fissità di
comportamenti.
Nuova
valutazione da parte dell’operatore della vecchiaia, come momento di
raccolta, e non solo di perdita.
L’utilizzo
del metodo delle storie di vita si colloca nell’area della
riattivazione intesa come un insieme di interventi di stimolo e di
esercizio psichico atti a contrastare il declino cognitivo della
persona.
La
storia di vita serve dunque:
all’anziano,
per raccogliere sé stesso, recuperare un ruolo, ricordare
all’operatore
per conoscere LA PERSONA in un intreccio di componenti fisiche,
psichiche, emotive e di relazione per impostare, secondo una concezione
olistica il proprio intervento del “prendersi cura”.
ai
familiari per recuperare l’immagine di una persona “che non
riconoscono più” e per “trattenere” il significato di una vita
che lentamente, con il progredire della demenza, si cancella.
Il
lavoro con le storie di vita dà valore alla persona che narra,
valorizza ciò che in lei è sano e permette di varcare la soglia del
modello “vecchio in possesso delle sue capacità residue, da
riabilitare, riattivare, risocializzare.
METODO
DELLA REMINISCENZA
Tale
approccio si collega al metodo delle storie di vita, in quanto prevede
la stimolazione di ricordi, attraverso la rievocazione e la
rivisitazione degli eventi.
Il
metodo, in particolare diffuso nel mondo anglosassone, ad esempio
utilizza delle scatole dei
ricordi. Ciascuna scatola contiene 25 oggetti, accuratamente
selezionati e rappresenta un supporto per le “sedute di ricordo”.
I
temi “contenuti” nelle scatole sono ad esempio i giochi
dell’infanzia, i lavori di casa, la seconda guerra mondiale, la
scuola, ecc.
Ai
gruppi di ricordo si collegano anche rappresentazioni di eventi,
incontri con le scuole, rappresentazioni teatrali.
LA
FAMIGLIA
Una
recente ricerca condotta dal Censis indica il fortissimo coinvolgimento
della famiglia nella cura e nell’assistenza del malato, che ha portato
a definire in chiave sociologica la malattia di Alzheimer come
“malattia familiare “.
I
familiari in media dedicano sette ore al giorno all’assistenza diretta
e undici ore alla sorveglianza.
La
progressiva dissolvenza dell’identità del malato incide dal punto di
vista emotivo sul nucleo familiare.
Risulta
dunque importante aiutare la famiglia anche a recuperare il senso della
persona malata, ad esempio attraverso il metodo precedentemente
illustrato delle storie di vita e della reminiscenza.
I
GRUPPI DI AUTO MUTUO AIUTO
Questo
tipo di iniziativa, diffusa per molte altre problematiche, viene
utilizzata in tutto il mondo anche per i familiari delle persone affette
da demenza.
Nel
convegno di Alzheimer Europa, ottobre 2000, è stato delineato un
percorso rispetto a questo tipo di iniziativa:
SELEZIONE
gruppi
solo per familiari
partecipa
1 solo componente della famiglia
viene
fatta un’intervista preliminare
si
concorda la frequenza a tutti gli incontri previsti
COMPOSIZIONE
Da
7 a 10 partecipanti
Al
gruppo partecipano due “educatori di relazione”
ORGANIZZAZIONE
10
incontri di due ore
cadenza
quindicinale
seduti
in circolo
METODOLOGIA
Si
inizia con la presentazione dei partecipanti
Si
enunciano gli obiettivi e le modalità di comunicazione del gruppo:
-
parlare liberamente
-
non
fare commenti negativi
-
ricercare
soluzioni ai problemi che emergono.
Ciascun
componente presenta la propria situazione (normalmente avviene dal primo
al quinto incontro)
Successivamente
si discute su una tematica proposta dai conduttori ( dal sesto al nono
incontro)
Si
fa sintesi del percorso (decimo incontro)
RUOLO
DEGLI EDUCATORI
Devono
avere un comportamento neutrale e amichevole
Accompagnano
i partecipanti in un percorso
Organizzano
e controllano il tono del discorso
Riassumono
le problematiche
Incoraggiano
i partecipanti a trovare una soluzione
RISULTATI
Miglioramento
della percezione di sé del familiare:
-
possibilità di esprimere le emozioni
-
conoscenza
della malattia e del decorso
-
diminuzione
dei sensi di colpa e inadeguatezza
-
miglior
controllo dei sentimenti negativi
Miglioramento
del comportamento:
-
miglior
comunicazione con il malato
-
maggior
competenza nell’assistenza
Miglioramento
delle relazioni sociali:
-
relazione
con gli altri partecipanti del gruppo.
Nel
convegno tenutosi a Monaco in ottobre del 2000, organizzato da Alzheimer
Europa, è stato presentato la storia del sig. Carolus Horn, vissuto tra
il 1902 e il 1992, pittore e grafico, ammalatosi a circa ottant’anni.
L
artista, nel percorso della sua malattia, ha continuato a dipingere e i
suoi quadri sono la forte testimonianza di come un demente potrebbe
vedere il mondo: i colori diventano sempre più accesi e contrastanti, i
visi sono privi di specificità, si riducono i dettagli, si perde il
senso della prospettiva e della tridimensionalità, … ma si continua a
dipingere fino alla fine.
BIBLIOGRAFIA
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(suddivisa
per argomenti)
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Reminiscing with people with dementia, A handbooh for carers, The
reminiscence centre, London, 1999
CENTRO
STUDI INTERNAZIONALE PERUSINI-ALZHEIMER
V.
Nuova di Corva, 40 - 33170 Pordenone
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