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Pordenone
21 marzo 2001
Giornata
di studio e confronto sulla malattia di Alzheimer
GLI
SPAZI PER UN INTERVENTO DI ANIMAZIONE TRA LE PERSONE AFFETTE DA
ALZHEIMER
dott.
Ferruccio Andreatta
Animatore
Casa di Soggiorno. Rovereto (TN)
Nelle
storia dell’animazione in Italia di questi venti anni, diverse sono
state le definizioni che hanno cercato di focalizzare cosa si intende
per intervento di animazione. Basti scorrere le annate della rivista
“Animazione sociale”, edita dal Gruppo Abele di Torino, per farcene
un’idea.
L’ultima
definizione sentita in un convegno relativa all'intervento che sia
animativo e nello stesso momento anche educante in una struttura per
anziani, è stata quella di animazione intesa come
“ri-significazione” del passato. Intervenire nell’ambito delle
persone anziane vuol dire dare, trovare, mettere in atto un'azione che
miri a dare un nuovo significato al vivere delle persone, anche a quelle
che sono affette dalla malattia di Alzheimer.
E’
un concetto che rischia però di non essere completo, probabilmente
perché richiama maggiormente se non esclusivamente il tempo passato.
Non appare utile, adatto al malato di Alzheimer che, comunque, rimane
persona rivolta anche al presente e al futuro. Il malato di Alzheimer
non è persona che vive nel passato: il dramma del presente, la
proiezione nel domani, anche se non proprio nel dopodomani, sono
concetti che non mancano certamente nella mappa mentale della nostra
utenza che è l’utenza della quale noi oggi dobbiamo prenderci cura.
Le
parole chiave, i concetti che più ci sono utili nel nostro operare con
le persone anziane affette da AD, si possono ritrovare in definizioni
che forse fanno parte alla storia dell’animazione che risale a qualche
lustro fa’, agli anni ottanta, ma che appare essere quella che meglio,
a mio parere, rispecchia la situazione delle nostre strutture e più
opportunamente ci può oggi essere di una qualche utilità.
Le
parole chiave per parlare di una animazione con funzione animante sono
“progetto”, “quotidianità”, “intervento progettuale”. Fare
un intervento di animazione che sia nello stesso momento anche educante,
vuol dire “strutturare un progetto che coinvolga le persone anziane
affette da AD nel loro vivere di tutti i giorni".
Questo
“intervenire nella quotidianità”, “progettare la loro vita
quotidiana”, “dare un senso, un significato allo scorrere della loro
giornata” è una esigenza che diventa attuale anche perché in questi
anni si sta sempre più elaborando e modificando il senso stesso
dell'assistenza. Si sta sempre più passando da un intervento
assistenziale per lo più solo rivolto alle urgenze di base alle
necessità che rispondano ai bisogni sociali della persona. Anzi sta
diventando opinione diffusa che più ci dedichiamo a rispondere alle
esigenze sociali, proporzionalmente diminuiscono le richieste di base;
più riusciamo a dare un senso alla loro giornata, più la persona
anziana affetta da AD è tranquilla, meglio reagisce e più facilmente
otteniamo una miglior collaborazione anche nelle esigenze primarie.
Quindi
dobbiamo parlare di un intervento animativo che miri a progettare,
a dare un senso alla quotidianità della persona anziana; un
intervento sia in grado di riempire di contenuti il trascorre delle
lunghe ore della giornata, che educante che come noi sappiamo, è fatta
non di 24 bensì di 36 ore.
La
difficoltà di questa idea sta nel rendere concreto questa frase. “Come
significhi per noi operatori di animazione, per noi professionisti
dell’intervento sociale con l’anziano demente, dare un senso alla
quotidianità”.
Il
rischio per un operatore/educatore di animazione nel suo lavorare di
tutti i giorni, è quello che col tempo non riesce più ad avere nitido
davanti a sé lo scopo del suo intervento e, molte volte, dopo i primi
anni di lavoro appassionato, fatto di entusiasmo e di grande dedizione,
giunge alla prima crisi, al primo burn out (che di norma arriva non
oltre i primi due - tre anni o prima se opera isolato da altre
professioni) in cui rischia di pensare, e qualche volta decidere, di
cambiare lavoro, andando ad operare in un altro settore, con altri
portatori di handicap.
Trovare
un senso alla quotidianità riempire di contenuti il nostro operato
di animatori che vogliono portare un intervento educante nel proprio
campo sociale vuole essere lo scopo di questo intervento.
Per
questo “progettare la quotidianità” significa trovare uno spazio in
cui inserire il futuro del nostro lavoro, dare ossigeno al nostro
intervenire con le persone affette da AD.
Progetto
persona: oltre agli ovvi
bisogni igienici, assistenziali e sanitari la persona anziana deve poter
vedere rispettati i propri diritti.
In particolare il diritto di scegliere l'abbigliamento,
l’alimentazione; avere la possibilità di esprimere una sua
valutazione nell'adesione alle varie proposte, essere tenuto in
considerazione nel vagliare con chi convivere nella stanza; avere la
facoltà di gestire il proprio denaro, di acquistare una catenina, un
braccialetto, un orecchino senza che il personale debba riferirlo ai
figli o chiedere la loro autorizzazione; deve vedere rispettato il
diritto all’informazione, alla libertà di culto, il diritto di
mangiare un dolce anche se diabetico, di fumare una sigaretta anche se
affetto da problemi polmonari…" Sono diritti che teoricamente
diamo per scontati, a che costantemente nella realtà contravveniamo
vantando il principio che "dobbiamo fare per il loro bene".
Siamo
convinti di conoscere realmente i loro desideri e cosa “loro” vogliono
fare? Ricordo che uno dei desideri degli anziani è quello di
“avere momenti nella giornata in cui decidere le cose che vogliamo
fare”. Segno che non chiediamo loro cosa vogliono fare. Forse non è
che programmiamo troppo noi le cose che “vogliono/devono/è utile per
loro fare?"
“Progetto
spazio”: la quotidianità vuol dire definire, pensare,
“scrivere” un progetto che consideri i luoghi ove gli anziani vogliono
e desiderano vivere e non dove l’organizzazione ha bisogno che
essi trascorrano il loro vita.
Abbiamo
mai pensato di scrivere quale proposta di vita quotidiana viene fatta
all’ospite - ”abitante” della casa? Ci siamo mai messi dalla loro
parte e provare a mettere per scritto quale proposta di vita viene loro
avanzata…
Pensiamo
al diritto di uscire dalla struttura.Un indice di qualità è
quello di misurare quante sono le persone che escono dalla porta.
I nostri anziani “possono uscire”, “vengono incentivati”
ad uscire, devono “chiedere il permesso per uscire”, devono
"avvisare" che stanno uscendo, "sono liberi" di
uscire. Se questo è il regolamento quale sarà lo spazio vitale che
l'organizzazione prevede di offrire alla persona affetta da Alzheimer.
Una responsabile di struttura mi disse che “non permetteva a nessuno
di uscire se lei non era in possesso di una autorizzazione scritta di un
familiare che liberava l’istituzione dalla responsabilità in caso di
incidente”. La persona affetta da AD ha il diritto di uscire, di
vivere uno spazio vitale più ampio della stanza, del reparto, della
struttura stessa.
“Non
possiamo, non abbiamo energie, gli ospiti non vogliono uscire”… E’
un alibi. Proviamo piuttosto ad elencare “quanti sono gli ospiti per i
quali ha senso che noi non li accompagniamo fuori dalla struttura;
quanti sono le persone da non inserire nel programma di accompagnamento
all’esterno”. Vedrete che sono veramente pochi! Per tutti gli altri
occorre fare un progetto per far vivere loro uno spazio vitale adeguato
ed idoneo.
Il
“progetto tempo: quali e come sono scanditi gli orari della
giornata dall’alzata all'alimentazione fino alla messa a letto.
Diciamo che gli anziani vanno a “letto con le galline”!
Magari andassero a letto con le galline, perché le galline vano a letto
al tramonto del sole, mentre la primavera e l'estate di norma vengono
messi a letto prima e con la pastiglia.
Le
proposte di animazione devono poter scandire la giornata in modo
significativo con iniziative diversificate nelle varie ore, comprensive
anche del dopocena.
Prevediamo
offerte che caratterizzino la settimana con la preoccupazione di
proporre qualcosa che diversifichi i giorni festivi da quelli feriali;
le iniziative nella stagione invernale differenti da quelle estive?…
Progetto
della socializzazione: l’anziano deve poter vivere forme di
aggregazione interne all'istituzione, di comunicazione e di
aggregazione con gli altri “abitanti” della RSA. Abbiamo mai fatto
una mappa delle reti di socializzazioni spontanee che esistono in un
gruppo di malati di Alzheimer; vi abbiamo mai riflettuto e provato a
fare qualche considerazione e ipotizzare un intervento animativo ed
educante?
Il
progetto deve contenere gli obiettivi e le modalità affinché
l’anziano resti collegato con il mondo e la comunità esterna,
possa vivere forme di associazione con realtà territoriali attraverso
una rete completa ed integrata.
Il
volontariato, l’associazionismo, la comunità territoriale ha un ruolo
effettivo, che va riconosciuto e consolidato nel progetto dei servizi
generali della RSA la quale va quindi considerata a tutti gli effetti
come una “struttura aperta al territorio”. Esistono nella struttura
luoghi, realtà di scambio continuo, programmato, servizi, tempi, spazi
in cui gli esterni e gli interni trascorrono fisicamente momenti
integrati. Noi possiamo testimoniare che quando gli anziani dementi
vedono un bambino, anche loro sorridono: in quel momento non sono
ospiti, abitanti di una residenza, ma acquistano improvvisamente il loro
ruolo di “nonni” e allora sorridono.
Progetto
affettività: l’anziano “abitante” della RSA deve poter vedere
rispettati i propri diritti alla privacy, al rispetto dei propri
affetti, emozioni e sentimenti. Sappiamo che “vivere una vita
affettiva” è stato il terzo desiderio, nella scala di quindici, che
gli ospiti di una struttura hanno elencato dopo un lavoro durato sette
mesi e in più di quaranta incontri. E' suo diritto poter ricevere
liberamente visite, incontrare amici, coltivare relazioni significative
e vivere in strutture e in reparti nei quali convivano persone di ambo i
sessi.
Le
relazioni familiari assumono un ruolo fondamentale e strategico per una
gestione individualizzate dell’anziano e per questo va riconosciuto
alla famiglia il diritto di essere coinvolta e resa partecipe dei
progetti strutturali e individualizzati. Avere amici e familiari che ti
vengono a trovare o poter andare a trovare. E’ un desiderio che merita
un progetto a medio-lungo termine. Un gruppo di anziani disse ai propri
familiari: “Sappiate, cari familiari ed amici, che gran parte della
giornata e della settimana la trascorriamo aspettando che voi veniate a
trovarci e, siatene certi, non aspettavamo altro. E questo per
sottolineare come sia grande l’aspettativa del vostro arrivo e il
desiderio che voi ci veniate a trovare".
Quanti
sono i familiari che vengono: sono spesso tanti, sono presenti per molte
ore e noi non facciamo loro una proposta che li interessi, li coinvolga,
dia loro una prospettiva in cui possono trovare un loro ruolo, in cui
imparino a stare accanto ai loro cari. Riusciamo a monitorare la
presenza del familiare e verificare la frequenza nel tempo. Dopo un anno
di istituzionalizzazione di norma avviene un calo di presenza: se esiste
un progetto-famiglia per la persona con problemi di Alzheimer, questa
curva può modificarsi e invertirsi. Sono indicatori della presenza o
meno di un progetto.
Il
progetto affettività-famiglia deve poter prevedere un diverso modo e
tempo di inserimento dell’anziano in struttura rendendolo certamente
più idoneo ed adeguato.
Inoltre
va previsto come possibile il suo ritorno a casa sia temporaneo o
definitivo: questo obiettivo va incentivato e per il suo raggiungimento
si deve continuamente lavorare. Il ritorno a casa, temporaneo,
definitivo, periodico, festivo può essere un obiettivo su cui lavorare.
Questi
sono alcuni dei progetti che possono essere una traccia per indicare lo
spazio in cui inserire il nostro operare. Il discorso piò ampliarsi
parlando di “progetto creatività”,
“progetto struttura e
territorio”, “progetto
religiosità”, “progetto
ospiti terminali”, “progetto
specifico per particolari tipologia di ospiti” fino a giungere ai
“progetti individualizzati”.
Il
progetto, ogni progetto sia istituzionale che operativo
individualizzato, va “scritto”, va codificato, va presentato
all’amministrazione, va monitorato e deve prevedere tutte le fasi che
ogni progetto per dirsi tale deve avere.
Il
metodo deve essere scrupolosamente seguito perché del nostro operare
deve rimanere una traccia che valida l’intervento
dell’animatore/educatore. Troppo spesso siamo presi dalla “foga”
di lavorare e non lo facciamo con metodo.
Noi
sappiamo che ogni progetto scritto segna un cambiamento perché
interviene in un campo sociale e produce dinamiche. Ma il cambiamento
ha, e non possiamo dimenticarlo, i suoi tempi che per lo più sono tempi
lunghi. E noi lo dobbiamo sapere se non vogliamo troppo presto arrivare
allo scoraggiamento.
Se
lavoriamo con metodo noi acquistiamo pari dignità a tutte le altre
figure professionali; aumenta dentro di noi tutti l’autostima e la
gratificazione del nostro agire; ci misuriamo alla pari con le figure
professionali sanitarie, riabilitative, assistenziali e a quelle
amministrative.
Ne
deriverà una migliore qualità di vita della persona anziana e maggior
efficienza/efficacia dei servizi erogati; ne risulterà più
soddisfacente il clima organizzativo e la motivazione di noi operatori.
Risulta
ovvio, e chi opera già lo può constatare quotidianamente, che molti
dei problemi attuali che i nostri ospiti vivono e ci propongono
costantemente, acquistano un’altra dimensione se il nostro intervento
opera in continua collaborazione e pari dignità con gli altri servizi
della RSA.
Il
modificato clima organizzativo, la diversa motivazione negli operatori
migliora la gestione delle risorse. Tutto questo, oltre che rendere
peculiare il servizio, comporterà certamente un diverso modo di porsi
dell’anziano demente, una miglior qualità di vita, minor richiesta di
bisogni di base e anche un significativo e reale “risparmio”
economico con benefici non solo sulle rette, ma sulla stessa erogazione
dei Servizi.
E
questo prima o poi, anche gli amministratori, vedrete, anche loro lo
dovranno capire.
CENTRO
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