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Il 95% delle persone presenta, almeno una volta nella vita,
un episodio di mal di testa: il termine scientifico con cui si indica questo
disturbo è cefalea, che letteralmente significa dolore localizzato al capo.
Le modalità con cui esso si presenta sono moltissime,
diverse per intensità, durata, caratteristiche cliniche, localizzazione, ecc.
Considerando le cefalee
primarie (nelle quali non è possibile individuare una causa precisa) e
quelle secondarie (associate alla
presenza di cause identificabili, come malattie sia intra-craniche che
sistemiche) esistono infatti quasi 150 diversi tipi e sottotipi di mal di testa
codificati, anche se le forme principali sono solo 12, delle quali 3, cioè l’emicrania
(la più nota), la cefalea
tensiva (la più diffusa) e la cefalea
a grappolo (la più dolorosa), sono le più importanti.
CAUSE
Con un così gran numero di cefalee differenti è facile
comprendere come le possibili cause di cefalea siano moltissime (dal freddo,
allo stress, all’eccessiva altitudine, alla mancanza di sonno,
all’abbagliamento luminoso, a numerosi alimenti e bevande, ecc.), per cui
appare più semplice indicare le cause scatenanti del dolore nelle principali
forme di mal di testa, piuttosto che le cause del disturbo in sé.
Anche in questo caso, comunque, è da sempre oggetto di
discussione stabilire se la causa del dolore cefalalgico sia di natura: neurogena
(cioè legata a fattori neurotrasmettitoriali), piuttosto che vascolare
(cioè legata alla circolazione sanguigna intra- o extra-cranica).
Nell’emicrania è ormai accertata da anni la presenza di
una fase di vasocostrizione intracranica e di vasodilatazione extracranica,
durante l'attacco.
La successiva evoluzione di questa teoria ha ipotizzato la
liberazione di alcune sostanze vasoattive endogene durante la fase algica, con
un'aumentata secrezione soprattutto di serotonina, ma anche di istamina,
prostaglandine, neuropeptidi e bradichinine.
Con la scoperta del sistema trigemino-vascolare,
l'americano Michael Moskowitz (il cui
ultimo studio su questo argomento compare proprio sul numero di febbraio di Nature
Medicine, N. 2 (8): 136-142, 2002) ha formulato una teoria secondo la quale
si postula che qualsiasi evento a carico della parete dei vasi sanguigni possa
indurre liberazione di sostanze algogene e attivazione delle fibre SPergiche,
quelle cioè che trasportano i messaggi dolorifici utilizzando il neuromediatore
chiamato "sostanza P", con conseguente percezione del dolore a livello
centrale e vasodilatazione a livello periferico.
Semplificando notevolmente il problema si può comunque
asserire che nell’emicrania il
dolore deriverebbe dall’eccessiva e subitanea dilatazione dei vasi sanguigni
pericranici che si verifica successivamente ad una fase di vasocostrizione, con
conseguente stiramento doloroso delle piccole fibre nervose che li intessono le
quali inviano i loro impulsi dolorifici a una sorta di centro per lo smistamento
del dolore situato nel nucleo trigeminale.
Il dolore è preceduto da un transitorio black-out
dell'attività elettrica neuronale che si estende a macchia d'olio a tutta la
corteccia cerebrale: la cosiddetta spreading
depression, che si potrebbe tradurre come depolarizzazione diffusa.
Questo fenomeno elettrico si porta dietro anche una
riduzione del flusso sanguigno (la spreading
oligoemia) che poi si protrae fino a 90 minuti, interessando inizialmente il
lobo occipitale, per diffondersi progressivamente alle regioni cerebrali
anteriori.
SINTOMI
Ogni cefalea ha le sue specifiche caratteristiche.
EMICRANIA
Si manifesta come dolore pulsante ad una metà
del capo. Colpisce nel 75% dei casi giovani donne, ma non risparmia l’uomo: si
accompagna spesso a nausea, vomito, fonofobia (intolleranza al rumore) e
fotofobia (intolleranza alla luce). Se è associata a transitori disturbi
neurologici di preavviso (in genere disturbi visivi come, ad esempio, lampi di
luce oppure formicolii al volto e al braccio) si definisce emicrania con aura,
altrimenti emicrania senz’aura, la forma di gran lunga più frequente.
CEFALEA
TENSIVA
è bilaterale; il dolore non è forte e
pulsante come nell’emicrania, ma continuo e, in fondo, quasi sopportabile: con
questo mal di testa infatti, si può anche convivere, mentre con l'emicrania ciò
non è possibile.
Interessa soprattutto il collo, la nuca e il vertice del
capo. La sensazione che evoca è quella di indossare un casco che comprime il
capo o una fascia che stringe tutta la fronte. Ha una durata variabile da 30 minuti a 7 giorni e si
presenta fino a circa 15 giorni al mese per almeno 6 mesi.
CEFALEA A
GRAPPOLO
è
il mal di testa con più
appellativi. Colpisce nell’85% dei casi uomini almeno quarantenni, anche se
negli ultimi anni comincia a colpire anche le donne, soprattutto, se in carriera
(cefalea del manager): il dolore è
lancinante (cefalea da suicidio),
localizzato sempre a una metà del cranio, soprattutto dietro e attorno
all’occhio (cefalea oculare),
associandosi a lacrimazione, ostruzione e gocciolamento nasale, nonché
arrossamento degli occhi e della metà del volto dal lato del dolore (cefalea
rubra). Gli attacchi sono improvvisi e durano da 15 a 180 minuti,
raggruppandosi soprattutto in alcuni periodi dell’anno (primavera/autunno
nell’emisfero boreale e inverno/estate nell’emisfero australe) e comparendo
talvolta addirittura ad orari precisi (cefalea
a orologio).
TERAPIA
Secondo
l'OMS, per l'emicrania sono comunque disponibili
trattamenti, sia preventivi che sintomatici, efficaci, ma il loro utilizzo è
spesso ostacolato dalla lentezza delle diagnosi e dalla mancanza di un'adeguata
preparazione della classe medica sulle corrette strategie terapeutiche da
utilizzare.
Si è comunque cercato di quantificare anche
l'atteggiamento terapeutico dei pazienti verso questa malattia: in Italia ad
esempio, soltanto 2 milioni di emicranici sarebbero trattati con farmaci
appropriati.
All’appello mancano quattro milioni di pazienti le cui
modalità di cura non sono note.
Spesso il trattamento viene autogestito, probabilmente in
modo inadeguato e senza controllo medico.
La cura resta per molto tempo in mano al paziente che
ritarda la consultazione medica e, banalizzando la natura del disturbo, si
affida ai consigli del farmacista, dei familiari o degli amici.
In molte donne gioca un ruolo importante la loro più
elevata capacità di sopportazione del dolore, che spesso non le spinge a
ricercare un rimedio specifico.
In tale atteggiamento riveste un ruolo importante anche
l’errata convinzione che il mal di testa faccia parte del corollario obbligato
dei disturbi legati al ciclo mestruale.
Il “fai da te” e lo scorretto approccio terapeutico
adottato da molti pazienti, comporta però rischi e complicanze, fino a una vera
e propria situazione di abuso, con conseguente rischio di cronicizzazione del
disturbo.
Tra i farmaci usati nella terapia del mal di testa
ricordiamo l’indometacina, la caffeina e
la proclorperazina.
L’indometacina è un farmaco
antiinfiammatorio non
steroideo (FANS) che possiede un’azione analgesica centrale e un’azione
vasocostrittiva limitata al circolo cefalico, meccanismo complementare ma
importante per l’attenuazione del dolore. E’ importante sottolineare che
l’indometacina, tra i FANS il più efficace nell’emicrania, è
caratterizzata dalla stesso tipo di struttura chimica della serotonina e del
sumatriptan. Inoltre, l’indometacina è in grado di inibire la memorizzazione
del dolore e di ostacolare di conseguenza la cronicizzazione della cefalea
stessa.
In base alle suddette considerazioni, l’indometacina si
presenta, pertanto, come uno dei più importanti sintomatici per l’emicrania.
Inoltre, è riconosciuto a livello internazionale che l’indometacina
rappresenta il trattamento di scelta per l’emicrania cronica parossistica che
costituisce, insieme alla cefalea a grappolo, il terzo gruppo di cefalee
sintomatiche (dopo l’emicrania e la cefalea di tipo tensivo) secondo la
classificazione dell’International Headache Society. è
utile, inoltre,
sottolineare che l’efficacia dell’indometacina nell’emicrania parossistica
è tale che la risposta a tale farmaco è stata considerata un elemento di
importanza rilevante per la diagnosi.
La
caffeina ha un’azione antinocicettiva. Oltre ad
un’attività vasocostrittrice, la caffeina svolge un’azione analgesizzante e
antiastenica a livello centrale. Inoltre, la caffeina rientra nella categoria
dei cosiddetti analgesici non convenzionali che hanno uno scarso potere
antidolorifico nei confronti di stimoli nocivi fisiologici (ad esempio, mal di
denti o artralgie), ma hanno un’azione rapidissima nei confronti di dolori
primari neurogenici anche di notevole gravità quali quelli tipici
dell’emicrania e della cefalea a grappolo. L’associazione della caffeina a
vari FANS induce un miglioramento significativo e dose-dipendente di diversi
tipi di dolore tra i quali il dolore cefalico. Un’analisi effettuata su 30
studi clinici che hanno coinvolto oltre 10000 pazienti in 20 anni ha evidenziato
che occorrerebbe circa il 40% in più di una dose di analgesico per ottenere lo
stesso livello di sollievo dal dolore che si ottiene associando la caffeina
all’analgesico.
La
proclorperazina, a dosi decisamente più elevate rispetto a quelle presenti nel
Difmetrè, è impiegata principalmente nella prevenzione e nel trattamento della
nausea e del vomito, compresi quelli associati all’emicrania. Le linee-guida
dell’American Academy of Neurology suggeriscono l’impiego della
proclorperazina per via intramuscolare o endovenosa come terapia di associazione
di prima scelta nei pronto soccorsi e anche della formulazione rettale come
terapia di associazione nel trattamento degli attacchi acuti di emicrania. Oltre
all’attività antiemetica, possiede anche un’azione antiemicranica
significativamente superiore a quella della metoclopramide (noto antiemetico),
come dimostrato in studi clinici controllati. Tale azione antiemicranica è
testimoniata dall’effetto favorevole che viene indotto anche negli emicranici
che non hanno vomito nel corso dell’attacco. L’associazione della
proclorperazina all’indometacina risulta, pertanto, razionale per il suo
sinergismo con quest’ultima, sia per il potenziamento del potere
analgesizzante, sia per l’efficacia con cui contrasta i due più frequenti
sintomi non dolorosi dell’attacco di emicrania, ovvero la nausea e il vomito.
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