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Ablazione transcatetere


Che cos’è l’ablazione transcatetere mediante radiofrequenza

Questa tecnica è stata introdotta in cardiologia alla fine degli anni ‘80 e consiste nell’utilizzo di una corrente a radiofrequenza allo scopo di eliminare delle tachicardie atriali e/o ventricolari. L’ ablazione, in una elevata percentuale di casi, determina la scomparsa o la riduzione dei sintomi, eliminando spesso la necessità di ricorrere all’uso di farmaci. La radiofrequenza è utilizzata all’interno delle cavità cardiache mediante piccoli tubicini (cateteri) in grado di provocare, al contatto con il tessuto cardiaco, bruciature estremamente piccole in una zona individuata come responsabile dell’aritmia. Alcune tachicardie possono essere trattate con un numero estremamente ridotto di applicazioni (tachicardie parossistiche sopraventricolari, Wolf-Parkinson-White), mentre altre ne richiedono un numero maggiore (flutter e fibrillazione atriale). Oltre al catetere da ablazione, altri cateteri sono generalmente utilizzati per localizzare con precisione la regione bersaglio. Come per lo studio elettrofisiologico, questi cateteri sono introdotti in anestesia locale tramite puntura di una vena o un’arteria a livello dell’inguine e/o della spalla. I cateteri sono posizionati nelle diverse cavità cardiache sotto controllo radiologico.


Come si esegue la procedura

Il paziente, digiuno, viene disteso su un tavolo radiologico in sala di elettrofisiologia. Non si pratica anestesia generale, ma solo anestesia locale in corrispondenza delle zone dove vengono praticate le punture. A volte è necessario un trattamento sedativo soprattutto per procedure prolungate. Si eseguono prove di stimolazione per diagnosticare l’aritmia ed orientarsi sull’ablazione della stessa. L’esame è poco doloroso, ma l’erogazione di radiofrequenza è talvolta accompagnata da sensazione di bruciore toracico. Per evitare il sanguinamento dopo la procedura si esegue una compressione in corrispondenza dell’area di puntura ed un bendaggio per circa 6-8 ore. Se si tratta di un accesso arterioso è necessario un bendaggio compressivo per almeno 12 ore. Nella maggior parte dei casi, il giorno dopo l’ablazione, il paziente viene dimesso dall’ospedale già in grado di riprendere le normali attività quotidiane.


Quali sono le aritmie che possono essere trattate con l’ablazione

La sindrome di Wolf-Parkinson-White (WPW) è un’aritmia che dipende dalla presenza di una via accessoria a ponte tra gli atri ed i ventricoli. L’aritmia di solito ha un esordio improvviso e può terminare spontaneamente o necessitare di specifici farmaci (che vengono somministrati in pronto soccorso). L’ablazione percutanea di questa aritmia è sicura, con una possibilità di successo superiore al 95% e quella di recidiva inferiore al 5%. Lo scopo dell’intervento è la scomparsa di episodi aritmici in assenza di terapia farmacologica dopo la dimissione.

La tachicardia parossistica sopraventricolare da rientro nodale (TRN) è un’aritmia che origina da un’area di piccole dimensioni localizzata in vicinanza del nodo atrio ventricolare (punto elettrico di congiunzione tra atri e ventricoli). Anche questa aritmia ha insorgenza e remissione improvvisa, spontanea o dopo somministrazione di farmaci in pronto soccorso. È più frequente della sindrome di WPW. Di solito insorge nei giovani, ma può interessare anche adulti e persone della terza età.

La tachicardia atriale è un’aritmia che origina in una piccola area localizzata a livello dell’atrio destro o sinistro. Nella maggior parte dei casi è richiesto un accesso in pronto soccorso e l’assunzione di farmaci o l’esecuzione di cardioversione elettrica per terminare l’aritmia. La possibilità di successo dopo l’ablazione è superiore al 70-80% e quella di recidiva è compresa tra 10-20%.

Il flutter atriale è un’aritmia che origina in una piccola area situata nell’atrio destro. Generalmente i pazienti riferiscono polso irregolare per descrivere questo tipo di aritmia. L’ablazione transcatetere è sicura e la possibilità di successo con questa tecnica è superiore al 90%.

La fibrillazione atriale è l’aritmia sostenuta di più frequente riscontro nella pratica clinica. La sua prevalenza nella popolazione generale è stata riportata essere tra 1.2-2.5%, in costante aumento. In maniera interessante, la prevalenza di questa patologia aumenta con l’età. Gli uomini sono più colpiti rispetto alle donne. Un recente studio prospettico condotto in Veneto ha mostrato una prevalenza della fibrillazione atriale del 4.2% in soggetti con età compresa tra 65 e 74 anni, del 9.4% tra 75 e 84 anni, del 17% negli ultra-ottantacinquenni. Se adattiamo alla popolazione italiana attuale (60 milioni di persone) questi dati si può calcolare che il numero di pazienti affetti da fibrillazione atriale nel nostro Paese sia di circa 600.000 soggetti. Se assumiamo un’incidenza dello 0.2% per anno, si può stimare che il numero di nuovi casi in Italia sia di circa 120.000 soggetti per anno. Le ragioni del forte aumento dell’incidenza e della prevalenza della fibrillazione atriale nel tempo si possono così riassumere: 1) crescita consistente della popolazione mondiale; 2) invecchiamento rapido della stessa con notevole incremento del numero delle persone anziane che notoriamente sono a maggior rischio di sviluppare l’aritmia; 3) allungamento della sopravvivenza dei soggetti affetti da condizioni cliniche strettamente correlate alla fibrillazione atriale, come ipertensione arteriosa, scompenso cardiaco ed infarto miocardico. Circa il 70% dei pazienti con fibrillazione atriale presenta sintomi. Tra i sintomi più comuni troviamo le palpitazioni (54%) e l’affanno (44%). Altri sintomi meno comuni sono affaticabilità, astenia, dolore toracico, vertigini e sincope. L’aritmia può comunque decorrere in maniera del tutto asintomatica, rappresentando quindi solo un reperto occasionale nel corso di una visita medica. Per questo motivo le ultime Linee Guida Europee consigliano di fare almeno un elettrocardiogramma (ECG) all’anno dopo i 65 anni di età. La fibrillazione atriale è associata ad un rischio aumentato di mortalità, ictus e scompenso cardiaco. Per questo motivo, non deve essere sottovalutata, ma trattata adeguatamente da specialisti del campo. Il trattamento della fibrillazione atriale comprende l’utilizzo di farmaci antiaritmici e, negli ultimi venti anni, l’ablazione transcatetere mediante radiofrequenza. Quest’ultima è un trattamento curativo effettuato mediante erogazioni di radiofrequenza in punti specifici dell’atrio sinistro che danno origine all’aritmia.

Ricostruzione tridimensionale (3D) dell’atrio sinistro con metodo non fluoroscopico CARTO

(Figura. Ricostruzione tridimensionale (3D) dell’atrio sinistro con metodo non fluoroscopico CARTO. I punti di colore marrone rappresentano le bruciature eseguite per l’interruzione dell’aritmia).

Lo scopo è  di eliminare definitivamente l’aritmia, ma i risultati dipendono sia dalla fase della fibrillazione atriale in cui si trova il paziente che del metodo utilizzato dall’operatore-medico. Uno dei pionieri di questa tecnica che oggi prende il suo nome è il Dott. Carlo Pappone. La percentuale di successo varia tra il 64 e l’85% dei casi. In alcuni casi è necessario eseguire più di una procedura.

Dott. Amarild Cuko
Responsabile della Telecardiologia
Dipartimento di Aritmologia
Maria Cecilia Hospital (Cotignola – RA)
Email: drcuko@yahoo.it


Articolo aggiornato a Aprile 2011

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