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Angioplastica coronarica

 

Che cos è ?

E’ una metodica che consente, senza intervento chirurgico, di dilatare le arterie coronarie (arterie che nutrono con sangue ed ossigeno il muscolo del cuore) quando questi vasi sono totalmente o parzialmente occlusi (ostruiti) daplacche aterosclerotiche.

 

Come si esegue ?

Dal punto di vista tecnico l’angioplastica ricalca gli schemi e le modalità in uso per la coronarografia. Terminando l’esame diagnostico (coronarografia), dei particolari tubicini (cateteri) dotati di un palloncino ad un’estremità (cateteri a palloncino) vengono avanzati all’interno delle coronarie fino a raggiungere il restringimento che occlude il vaso. Il palloncino, una volta raggiunto il posto giusto, viene posizionato a cavallo sul punto ristretto dell’arteria e viene gonfiato “frantumando” la placca aterosclerotica, “rimodellando” il vaso e restituendogli un adeguato diametro del suo lume. Nella stragrande maggioranza dei casi in aggiunta alla dilatazione dell’arteria con il palloncino si possono usare anche altri presidi, ed a giudizio dell’operatore possono essere inserite piccole endoprotesi metalliche (stent) che hanno lo scopo di mantenere stabilmente dilatate le pareti vascolari. La durata della procedura è in media di 60 – 90 minuti. Anche in assenza di complicazioni è comunque opportuna una degenza in reparto di 24 – 48 ore.

 

A cosa serve ?

La procedura di angioplastica coronarica (chiamata anche PTCA) viene eseguita nell’intento di riportare un normale flusso sanguigno in una determinata regione del cuore, per migliorare la qualità della funzione cardiaca e di conseguenza la prognosi del paziente. Nelle casistiche di centri di alta specializzazione nel campo, là dove vengono eseguite migliaia di procedure all’anno, la percentuale di successo immediato dell’angioplastica coronarica  è superiore al 95%.

 

Possibili complicazioni

La procedura non è esente da complicanze anche se attuate con perizia, diligenza e prudenza. Il rischio principale è rappresentato (paradossalmente) dall’occlusione dell’arteria coronarica dilatata. Le sue conseguenze più gravi possono essere: il rischio di un intervento chirurgico urgente di bypass aortocoronarico, la possibile evoluzione verso un infarto del miocardio, o in casi eccezionali la morte del paziente. Complessivamente, queste complicanze chiamate “complicanze maggiori” si verificano in meno del 3% dei casi, e la mortalità in 2 casi per 1000 procedure e sono più frequenti nei pazienti più gravi e nei pazienti che si presentano in condizioni di instabilità (con severa disfunzione della funzione di pompa del ventricolo sinistro, con polmoni pieni di acqua, con severo abbassamento della pressione arteriosa, ecc). In altri casi si possono presentare problemi  locali a livello della puntura arteriosa (polso o inguine). Si tratta di piccoli ematomi (raccolte localizzate di sangue) che solo eccezionalmente necessitano di interventi riparativi.

Il problema delle recidive

Il limite principale delle procedure di PTCA, che possono rendere l’effetto di queste tecniche meno duraturo di quello ottenibile con la chirurgia coronarica è quello della recidiva della malattia nei mesi successivi, con ricomparsa dei sintomi e necessità di nuovo trattamento. Questa evoluzione sfavorevole, che un tempo riguardava fino al 30% dei pazienti trattati, negli anni più recenti, con l’affinarsi delle tecniche e dei materiali utilizzati (in particolare l’uso di stent) si è ridotta a non più del 10% - 15% dei casi. La ricomparsa della malattia può essere trattata nuovamente con l’angioplastica. Molto recente è l’introduzione di nuovi “stent medicati con farmaci” che riducono ulteriormente la frequenza delle recidive.

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Dott. Vladimir Guluta

Articolo pubblicato nel mese di Marzo 2011

 

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