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Gli stent endovascolari

La presenza di malattia aterosclerotica può causare una riduzione del calibro delle arterie con una conseguente diminuzione di flusso sanguigno e possibili fenomeni ischemici, con sintomi diversi a seconda del distretto arterioso interessato.
Lo stent è una struttura metallica cilindrica a maglie che viene introdotta, nel lume dell’arteria ed espansa a livello dell’ostruzione fino ad ottenere un diametro pari a quello che il vaso presentava prima della comparsa del restringimento (stenosi). In questo modo si riduce la stenosi, ripristinando il normale flusso di sangue, sia nell’immediato che a lungo termine.
Lo stent può essere posizionato, oltre che a livello delle arterie coronarie (angioplastica coronarica o PTCA), anche negli altri distretti vascolari (angioplastiche periferiche o PTA): carotideo, renale, aorta toracica ed addominale, arterie degli organi addominali e degli arti inferiori.

La procedura di impianto

Il paziente viene preparato nei giorni precedenti con terapia antiaggregante (farmaci che riducono l’aggregazione delle piastrine, cioè fluidificano il sangue). Al momento dell’intervento, in sala angiografica, viene praticata una puntura a livello dell’arteria femorale all’inguine o più frequentemente a livello dell’arteria radiale al polso, previa anestesia locale. Attraverso questo vaso vengono introdotti dei sottili tubicini (cateteri) che arrivano fino all’arteria interessata e nella sede della placca viene gonfiato un palloncino che dilata lo stent e lo posiziona all’interno dell’arteria. Mettere uno stent non necessita quindi di anestesia generale, ed abitualmente la procedura viene eseguita in circa 30 – 60 minuti. Il paziente, al termine della procedura, viene sottoposto ad una compressione  locale a livello del sito di accesso per facilitare la chiusura dell’arteria ed impedire un eventuale sanguinamento. Oggigiorno è sempre più diffuso l'uso di sistemi di emostasi che evitano questa fastidiosa compressione ed in più permettono al paziente di camminare ed essere dimesso il giorno successivo all’esame.

Diversi tipi di stent vascolari

Uno degli inconvenienti degli stent vascolari è il potenziale sviluppo di tessuto  all’interno, una specie di reazione da corpo estraneo, che viene chiamato tessuto di proliferazione. Lo sviluppo di questo tessuto è variabile ma può essere così imponente da occludere il lume vasale (restenosi), specialmente nel caso di vasi di piccolo diametro, cosa che rende necessaria una nuova procedura. Conseguentemente, la ricerca attuale si focalizza sulla riduzione della proliferazione cellulare all’interno degli stent, al fine di ridurre la restenosi.
Sono stati fatti considerevoli miglioramenti, tra questi l'impiego di materiali più bio-compatibili, l'utilizzo di metalli con prestazioni migliori rispetto all’acciaio (lega cromo-cobalto) e la creazione di stent a rilascio di farmaco chiamati drug-eluting stent o semplicemente con l’acronimo DES. Gli stent a rilascio di farmaco forniscono lo stesso tipo di sostegno strutturale degli stent non ricoperti e sono in più dotati di un farmaco che viene rilasciato in dosi programmate nel corso del tempo. Il farmaco permette di prevenire la restenosi inibendo la proliferazione cellulare all’interno dello stent, contribuendo a mantenere aperta l'arteria. Il rischio (comunque molto basso) degli stent a rilascio di farmaco è la formazione di trombo all’interno dello stent, che può essere precoce o anche molto tardiva, e può determinare l’occlusione dell’arteria. Per prevenire questo rischio è necessaria l’assunzione della terapia antiaggregante piastrinica (Aspirina con Clopidogrel o Ticlopidina) per almeno 1 anno.
La ricerca si sta proponendo di sviluppare un altro tipo di stent degradabile in lega di magnesio che rimanga nel corpo umano per il solo tempo necessario a riorganizzare i tessuti e poi "sparisca" disciogliendosi in modo da non generare reazioni infiammatorie nel lungo periodo. In particolare, scelta una lega di magnesio che presenti adatte caratteristiche di compatibilità con l'organismo umano e di lavorabilità, si studieranno i trattamenti termo-meccanici e i processi di produzione per ottenere prototipi di stent, indagando gli effetti delle lavorazioni sulla resistenza meccanica e il comportamento a corrosione del materiale.
Oltre che nelle arterie coronarie gli stent possono essere impiantati, con le stesse indicazioni, in qualunque altro distretto vascolare.
In particolare per le stenosi delle arterie carotidi e degli arti inferiori si utilizzano stent autoespandibili in lega di Nitinolo. Si tratta di una lega metallica che possiede una “memoria elastica” che permette allo stent di aprirsi, una volta inserito nel vaso, semplicemente ritirando la sottile cannula nella quale è contenuto. La completa adesione di questo tipo di stent alla parete dell’arteria si ottiene con la post-dilatazione, cioè gonfiando all’interno un palloncino del calibro del vaso.
Con le procedure interventistiche, in alternativa all’intervento chirurgico, possono essere trattate altre patologie delle arterie, non stenosanti ma dilatative, cioè gli aneurismi vascolari. Per questi casi si utilizzano i cosiddetti stent ricoperti o endoprotesi. Si tratta di stent a maglia metallica ricoperti con un sottile foglio di materiale sintetico che li rende impermeabili al sangue. Il loro posizionamento permette di “sigillare”la zona aneurismatica, in particolare dell’aorta sia nella sua porzione toracica che addominale, ripristinando così il normale calibro del vaso e impedendo il rifornimento dell’aneurisma e l’ulteriore aumento delle sue dimensioni.
In ultimo va ricordato che gli stent possono essere posizionati anche in condotti di natura non vascolare, ad esempio in caso di stenosi dell’esofago, del dotto biliare, degli ureteri, della trachea, ecc.

 

Complicanze

Le procedure di angioplastica con posizionamento di stent non sono esenti da complicanze, anche se sempre più rare con l’aumento dell’esperienza degli operatori e il miglioramento tecnologico dei materiali utilizzati.
Il rischio principale per le procedure di angioplastica è rappresentato dall’occlusione o dal danneggiamento del’arteria trattata.
Nei centri con grande esperienza nel campo, la percentuale di pazienti che hanno presentato una complicanza severa è molto contenuta.

Dott.ssa Chiara Grattoni
Laboratorio di Cardio-Angiologia Diagnostica ed Interventistica
GVM Hospitals of Care and Research – Cotignola (RA)


Articolo aggiornato a Marzo 2011

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