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STUDIO ELETTROFISIOLOGICO ENDOCAVITARIO

 

COS'E' E COME SI ESEGUE UNO STUDIO ELETTROFISIOLOGICO

 

Dopo l’esecuzione dell’anestesia locale, vengono inseriti nel cuore destro da due a cinque sottili cateteri (cavi elettrici rivestiti da una guaina di plastica) che vengono fatti procedere sotto un permanente controllo radiologico (raggi X). Le vie necessarie per arrivare con questi cateteri al cuore comprendono le vene femorali di destra (a livello dell’inguine), la vena succlavia sinistra (a livello della spalla) e raramente la vena giugulare sinistra o destra (a livello del collo).lab Attraverso la punta di ciascun catetere viene poi registrato un segnale elettrico che origina dalla cavità cardiaca in cui questo si trova. Il tutto avviene in un ambiente particolare chiamato sala o laboratorio di elettrofisiologia.

A COSA SERVE  

Lo scopo della studio elettrofisiologico endocavitario (conosciuto anche con l’acronimo SEE) è di identificare la natura del disturbo aritmico ed la sua sede di origine nel cuore. Questo può richiedere che nel corso dell’esame venga indotta, attraverso impulsi elettrici erogati dalla punta del catetere, l’aritmia indagata. Nella maggior parte dei casi, l’aritmia indotta in corso di studio elettrofisiologico, viene interrotta utilizzando gli stessi impulsi che la hanno generata. Occasionalmente, può essere necessario un shock elettrico in narcosi breve (senza bisogno di intubazione) per porre termine all’aritmia. L’identificazione dell’aritmia mediante questo studio consentirà al medico aritmologo di effettuare la scelta della terapia più adeguata per la sua abolizione e/o prevenzione. In alcuni casi sarà possibile curare definitivamente l’aritmia mediante una o più erogazioni (indolori) di energia in radiofrequenza che rappresenta la procedura di ablazione transcutanea.


I RISCHI DELLA PROCEDURA

Lo studio elettrofisiologico endocavitario e l’ablazione transcatetere mediante radiofrequenza presentano, come tutte le procedure invasive, un rischio se pur minimo di complicazioni. Le complicazioni più frequenti sono quelle locali che comprendono un piccolo ematoma nella sede di introduzione dei cateteri (incidenza 7%), mentre, molto più rare (<0.5% nell’insieme) sono le lesioni a carico dei vasi sanguigni o dei nervi che corrono nelle vicinanze dei vasi. Lesioni a carico dei vasi in prossimità del cuore o nel cuore stesso si verificano con una frequenza estremamente bassa (1.2 casi ogni 1000 procedure). Più frequentemente le complicanze sono transitorie (ematoma lieve ad auto-assorbimento, dolore toracico transitorio) o comunque correggibili.

In sintesi il rischio associato allo studio elettrofisiologico è molto basso ed il vantaggio derivato dal suo impiego per il paziente è notevole.


QUANDO SI ESEGUE UNO STUDIO ELETTROFISIOLOGICO

* DIAGNOSTICA: può essere impiegato allo scopo di eseguire una diagnosi aritmologica non eseguibile mediante le metodiche non invasive (per esempio le disfunzioni del nodo del seno che si possono manifestare con capogiri o sincopi, i blocchi atrioventricolari che hanno indicazione ad impianto di pacemaker definitivo, le tachicardie, le extrasistoli ventricolari, ecc.)
* TERAPEUTICA: quando lo studio elettrofisiologico è atto a stabilire l’adeguata terapia, sia essa di natura farmacologica, chirurgica o venga eseguita durante lo studio elettrofisiologico stesso (per esempio ablazione di una via anomala o di una tachicardia)
* PROGNOSTICA: quando lo studio elettrofisiologico ha lo scopo, in corso di aritmie ventricolari, di stabilire il rischio di morte improvvisa.

Dott. Amarild Cuko

Responsabile della Telecardiologia
Dipartimento di Aritmologia
Maria Cecilia Hospital (Cotignola – RA)
Email: drcuko@yahoo.it

Articolo aggiornato a Marzo 2011

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