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RIFORMA IPAB: SI CAMBIA PER NON CAMBIARE? 

 

Dopo le continue e ripetute esternazioni di enfasi e giubilo legate all'approvazione dell'art.10 della legge 328/2000 e del successivo decreto legislativo di riordino delle IPAB, n. 207 del 04/05/2001 mi permetto di fare una mia personale riflessione relativamente al tanto dibattuto tema di riforma delle IPAB.
Ma siamo veramente convinti che la nuova normativa in materia di IPAB sia realmente migliore rispetto a quella ora abrogata dopo oltre 100 anni (legge Crispi n.6972 del 1890)?
Andando per esclusione dico da subito che per quanto riguarda le IPAB da trasformare in "associazioni o fondazioni di diritto privato" nulla è mutato, poiché l'unica vera innovazione (!!!) consiste nel ribadire quanto già affermato con il DPCM del 1990 (decreto Andreotti) in materia di privatizzazione.
Tutti i dibattiti, i confronti, le discussioni, le risorse, i fiumi di inchiostro e le intelligenze messe in moto sono pertanto servite solo a ribadire quanto già tutti sapevano esistere.
Anzi, la forte e consolidata tendenza alla privatizzazione, sancita dal resto anche dalla costituzione, viene ridimensionata, all'art. 5 del citato decreto legislativo n. 207/2001, dove, al comma 2, viene prevista l'espressa esclusione al mantenimento della personalità giuridica pubblica, per le IPAB di piccole dimensioni, con poco patrimonio, ecc.
Questo per dire che ciò che non funziona ed è residuale e irrazionale deve diventare privato; il resto, ricco ed opulento, deve restare pubblico!!!
Per quanto riguarda poi le altre IPAB, queste diventano "Aziende Pubbliche dei Servizi" ma di fatto, restano pubbliche con le stesse caratteristiche previste dal Crispi già nel 1890 (………senza fini di lucro, personalità giuridica di diritto pubblico, autonomia statutaria, patrimoniale, contabile, gestionale e tecnica) con la sola aggiunta che operano con criteri "imprenditoriali".
Unica cosa questa, aggiunta dopo oltre 110 anni!!!
Certo le nuove Aziende entrano nella "rete territoriale dei servizi" ma, forse a questo, ci sarebbe oggi arrivato anche il lungimirante Crispi.
Per il resto qualcuno direbbe "ordinaria amministrazione". Con il decreto legislativo n°207/2001 sono stati redatti 22 articoli di legge con la parvenza di novità, ma, in realtà, di nuovo c'è ben poco, se non forse nulla.
La mia personale opinione è che ci sia stata realmente una volontà politica di "cambiare per mantenere tutto così com'è".
Questa mia riflessione non vuole però fermarsi ad una mera critica della legge ma intende sviluppare anche un mio breve personale ragionamento per evidenziare che si è trattato di una vera e reale "occasione mancata".
Proviamo infatti ad immaginare quanto più utile e razionale sarebbe ad esempio stato il concepire un nuovo modello di IPAB-AZIENDA che operasse in pieno e totale regime privatistico (senza tutti gli innumerevoli lacci, lacciuoli e costi della burocrazia) sulla base di precise linee guida definite dalle regioni, a tutela di sacrosanti interessi pubblici e con il controllo degli enti locali operanti a livello territoriale.
Pensiamo, ad esempio, ad un modello di azienda distrettuale (art. 8, comma 3, della L.328/200) che aggregasse le varie IPAB operanti in detto territorio e che gestisse tutti i servizi socio assistenziali, ricadenti in tale ambito, sul modello delle aziende sanitarie locali, per quanto attiene il contesto della sanità.
Il tutto non in regime monopolista ma di confronto e concorrenza con le altre realtà del Terzo Settore operanti nel territorio. 
Una azienda privata quindi che gestisse i posti letto per anziani e disabili ma anche l'assistenza domiciliare, i soggiorni climatici, i consultori geriatrici, i centri diurni, gli hospice e tutti gli altri servizi socio-assistenziali di cui abbisogna la popolazione anziana.
Azienda questa, gestita da un "amministratore delegato" chiamato a rispondere, per gli aspetti gestionali, non a 10 consigli di amministrazione con circa un centinaio di amministratori (e con conseguenti non pochi costi a carico degli utenti) ma bensì alla conferenza dei sindaci ( ad esempio del distretto ) in rappresentanza della classe politica del territorio, vera espressione della volontà popolare.
Azienda privata, quindi, e non pubblica, che nasca dall'aggregazione di più IPAB e non dall'incentivazione al campanilismo ed all'individualismo di quelle esistenti; gestita da un amministratore delegato e non da un direttore generale; che operi sulla base degli indirizzi generali strutturati dalle regioni e definiti a livello locale in termini di programmazione, indirizzo e controllo, da parte della conferenza dei sindaci.
Azienda i cui eventuali utili siano capitalizzati e reinvestiti in attività sociali a favore delle persone anziane.
Il mio solo auspicio è che ciò che non è stato fatto a Roma possa ora trovare più concreta attuazione a livello delle singole Regioni.
Forse sbaglio a pensarla così, anzi sicuramente sbaglio, ma a me piace volare alto con i piedi per terra.

 

 

Nizzardo Gianfranco

Presidente Nazionale Ansdipp 

COMUNICATO STAMPA ANSDIPP 25 luglio 2001

 

 

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