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A PROPOSITO DI FORMAZIONE  

AIUTIAMO AD AIUTARE 

 

Domani, e domani.

Ancora e forse.

S'insinua lieve con piccolo passo

giorno dopo giorno

sino all'ultima sillaba del tempo segnato.

(liberamente tradotto dall'autrice dal 

Macbeth di W.Shakespeare)


In ogni "relazione umana di tipo terapeutico" (bisogno di aiuto e volontà di aiutare) "le caratteristiche dei singoli individui coinvolti hanno un ruolo determinante nel delineare il cammino verso un obiettivo comune".

 

Entrare in relazione con l'utente assistito implica il saper coniugare aspetti soggettivi (personali) con aspetti oggettivi (professionali). La possibile prevalenza dei primi (ambizioni, fantasie, concetti e bisogni) non è considerata un rischio in un lavoro di tipo psicologico, mentre la presenza dei secondi (conoscenze e competenze) è valutata una virtù in un lavoro di formazione, anche per l'eventualità di filtrare contenuti concettuali che abbiano per lo più abbandonato la valenza di significati. Una specie di obsolescenza del sapere, pur nella consapevolezza razionale di avvalersi ancora di strumenti di conoscenza.

 

Spesso alle domande dei singoli utenti, che comunicano bisogni molteplici, talvolta contraddittori, si rischia di dare risposte improntate al massimo dell'efficientismo, senza possibilità di negoziare fasi interlocutorie o eventuali aggiustamenti in corso d'opera.

 

L'intransigenza concettuale legata a stereotipi sull'invecchiamento induce nell'operatore il sospetto di essere proprietario di conoscenze da integrare per potersi orientare con sicurezza addentro i problemi e le personalità degli utenti fruitori di servizi alla persona. Più assimilabile ad una scatola degli attrezzi, una rendita di conoscenze fungibili, percepite altre e diverse rispetto alla qualità complessiva delle competenze fruibili in tema di anzianità e vecchiaia.

 

Tendono a prevalere in numero sempre maggiore i copioni rispetto agli attori: i primi sono meglio raffigurati da paradigmi (ipersemplificati o complessi), i secondi da mappe cognitive.  Gli uni e gli altri possono comunque orientarci nella traduzione di vissuti positivi e negativi attribuiti al mondo dell'anziano. Le percezioni personali, alimentate dalle relazioni "con persone anziane importanti nella vita di ciascuno", adempiono, spesso, alla funzione di proteggere "l'operatore da ansie di morte, di inabilità, di dipendenza, di impotenza" e rappresentano, per lo più, i sentimenti nutriti verso gli utenti ed i sentimenti che si ritengono nutriti dagli utenti verso gli operatori.

 

Come operatori "siamo inevitabilmente influenzati dal rapporto che esiste tra i nostri processi di invecchiamento, l'invecchiamento dei nostri familiari e quello delle persone con cui lavoriamo". Dunque ciò che proviamo -" più ancora che le reali condizioni degli utenti" - gioca un ruolo importante nel determinare la qualità dell'assistenza fornita. Non solo, ma "pregiudizi personali e familiari possono indurre a forme di presa in carico non corrette".

 

Lo stress professionale, comunemente definito sindrome da burn-out, sembra maggiormente presente - o maggiormente denunciato - in operatori che abbiano tendenza a negligere, più o meno consapevolmente, il vissuto modulato nei processi controtransferali. Si tende a vivere una relazione a fisarmonica e, spesso, ne siamo solo in parte consapevoli. Per di più la tendenza ad ignorare l'importanza della vita sessuale dell'anziano e la sua necessità di intimità può indurci ad un atteggiamento che deprezza l'importanza di emozioni e bisogni; questo accade soprattutto quando sono le nostre paure a porsi ad ostacolo, proprio nel momento in cui ci riteniamo animati dalla migliore buona volontà nell'offrire un aiuto in sintonia con un trattamento che garantisca, comunque, aspetti specifici di efficacia.

 

La relazione con l'utente risulta (più o meno consapevolmente) costruita dalla rappresentazione che l'operatore ha di sé stesso e dai vissuti espressi direttamente e indirettamente dagli stessi utenti: diventa dunque spazio simbolico, continuamente risignificato dalla elaborazione attinente la rappresentazione dell'invecchiamento. Essere unici ed irripetibili, per dirla con Butler, è una verità, ma perché questa "espressione così nobile abbia un senso la società deve essere organizzata in modo tale che le persone possano continuare a crescere fino all'ultimo istante della loro vita".

 

Nelle condizioni di lavoro strutturato, e soprattutto in quelle professioni chiamate di presa in carico, esiste la tendenza al burn-out, sindrome che M.Burisch ha valutato come "estremamente variegata, più facile a descrivere attraverso esempi pratici che a circoscrivere mediante drastici modelli diagnostici", dunque più "di una metafora", designante" alcuni fenomeni complessi, più o meno affini".

 

Il termine burn-out enuclea infatti tipologie" realmente diverse": già Harvey J.Fischer aveva distinto burnout (in senso stretto) da wearout (logoramento).Nel primo caso la sintomatologia da burn-out colpisce "individui che si creano da soli un eccesso di stress", mentre la sintomatologia da wearout sembra rilevabile in "soggetti passivi (..) che non sanno dire di no agli altri". Se il locus of control è fuori, nel giudizio degli altri, la persona altro non sarebbe che la vittima di eventi esterni a sé . Esiste, poi, una terza categoria, quella dei rustout, comprensiva di soggetti che, "per farsi compatire, si atteggiano a vittime dello stress e delle sconfitte, senza in realtà aver mai dimostrato intraprendenza e valore". Nel complesso lo schema di una situazione-trappola esprime: a) ostacolo al perseguimento di una meta e b) incapacità ad individuare strategie opportune per la risoluzione del problema. Dunque un conflitto fra attrazione e repulsione. Quando, invece, la persona si percepisce invischiata in una situazione - che non riesce in alcun modo a modificare - si struttura un conflitto tra repulsione e repulsione.

 

Spesso gli operatori dei servizi socioassistenziali denunciano una condizione soggettiva di disagio, manifestando in qualche modo difficoltà percepite non bypassabili. Frequentemente la richiesta dell'utente interessato ad un corso di formazione si aggancia al bisogno di ottimizzare una prestazione, ma matura nel desiderio di migliorare relazioni in punti avvertiti conflittuali. La soggettività verbalizzata nella richiesta, spesso, indossa le vesti di una motivazione razionale, (che, forse, si presume unica ed obiettiva, ad esempio la necessità di informazioni in merito al funzionamento dei servizi ed alle relative procedure giuridico-amministrative): in corso d'opera, invece, si manifesta più chiaramente la volontà di sentirsi meglio centrati all'interno della relazione con l'utente assistito.

 

Fare "ageism" significa privilegiare un'ottica particolare, che evidenzia nella vecchiaia, in misura prioritaria, "gli elementi ed i tratti negativi". In questo modo miriamo, più o meno consapevolmente, a non "scalfire la nostra autostima e posizione nella vita da giovani". Più semplicemente alimentiamo il bisogno di non essere attraversati "da malattia, perdita di senso nella vita, morte". Soprattutto quando determinate aspettative sociali, legate all'età, pretendono congruenza con modelli normativi durante l'intero corso della nostra esistenza.

 

Il significato intrinseco all'invecchiare si può meglio cogliere se immaginiamo un triangolo scaleno costituito, da lati (forze) - che ne sostengono il grado di coerenza e stabilità - espressi dal "movimento attraverso il ciclo vitale, dalla posizione all'interno della società e dall'interpretazione soggettiva dell'età biologica". L'universo dell'anziano è disomogeneo e polimorfo, poroso , percorso da inquietudine, invoca presentabilità e rispetto sociale; anela a proteggere, dietro una facciata di apparente stabilità, una propria dignità, ricamata da una sorta di fragile continuità.

 

Bruno Mazzara afferma che "accettare luoghi comuni, conoscenze non verificate, giudizi preconfezionati", rappresenta "un'economia della mente che diventa un'avarizia del cuore". È possibile definire la vecchiaia? Lo schema di inquadramento concettuale, mutuato dalla medicina, sembra privilegiare un'interpretazione di stampo organicista: risulta più agevole individuare e riconoscere come uniche e tipiche le trasformazioni in chiave biologica ed escludere, per lo più, eventuali e diverse chiavi di lettura. Quindi la modalità di ricognizione sull'anziano può essere, in prevalenza, influenzata da una cultura medico-scientifica, nella quale il malato finisce per essere assimilato alla malattia di cui è portatore. Eventualmente si potrebbe ipotizzare valutabile la condizione di invecchiamento, ma "la vecchiaia risulta indefinibile".

 

La condizione di invecchiamento è denunciata in un processo (irreversibile) nel quale, anche in assenza di malattie, si assiste al declino (di funzioni vitali), potenziato dagli effetti di malattie, incidenti, anche stress ecc. Può l'invecchiamento di per sé essere assimilabile ad un processo di usura dei vari sistemi ed organi??!…Una spiritosa nobildonna francese di 70 anni, alla domanda "cosa è per lei la vecchiaia?", obiettò non avere risposte, ma sarebbe stato indubbiamente più opportuno formulare la domanda a qualcuno più anziano delle sue 70 primavere…Il Cardinale Lambertini era convinto assertore dell'adagio "il cuore non invecchia mai, gli altri organi sì".

 

La domanda se in realtà volgiamo lo sguardo al passato, perché il futuro, che siamo in grado di rappresentarci, è vissuto con ansia e preoccupazione, non mi sembra fuor di luogo…è sotto gli occhi di tutti come la durata media dell'esistenza umana si sia straordinariamente allungata rispetto agli inizi del secolo scorso. In passato la lunghezza stessa della vita umana aveva rappresentato un fattore utile in termini evoluzionistici, perché dagli anziani dipendeva "la trasmissione di informazioni ed esperienze che sarebbe stato assai vantaggioso ricostituire direttamente di generazione in generazione". Per l'antropologa Margaret Mead, nelle società preistoriche, durante carestie e periodi di siccità, "la salvezza di tutti poteva essere garantita dalla presenza di un vecchio "in grado di rammentare un qualche luogo ove trovare cibo e acqua; la possibilità di attingere da quella esperienza permetteva anche la risoluzione di problemi procurati da calamità. Quindi il carattere vitalunga potrebbe essere stato selezionato "dall'esigenza di salvaguardia della specie", come altri fattori trasmessi geneticamente.

 

La psicologia sottolinea la valenza dell'invecchiamento inteso come processo all'interno dello sviluppo individuale, costruito lungo tutto l'arco della vita. Interessa e coinvolge il ciclo vitale della famiglia. Complessivamente si rappresenta come "traiettoria costellata di eventi critici": dunque per fronteggiare eventi critici si rende necessario il ricorso ad abilità che esigono e sollecitano il passaggio a nuovi assetti relazionali. Cambiamenti e trasformazioni sono la punteggiatura necessaria alla scansione della nostra esistenza, perché la crescita si modula lungo tutta la vita: non esiste "il primato assoluto di un'età su un'altra". Ad ogni età del vivere corrisponde una sorta di "caleidoscopio di età funzionali e strutturali, età mentale, età sociale, età legata a ruoli specifici": utilizzare come indicatore di sviluppo la pura età biologica si rivela estremamente riduttivo.

 

Per di più l'esistenza di una crescente variabilità fra soggetti con il passare degli anni mette in risalto l'influenza che possono giocare "il moltiplicarsi ed il differenziarsi delle esperienze nel variare apprendimenti, stili di vita ed assetti relazionali". Soprattutto è evidenziata la plasticità intraindividuale, che sottolinea nel singolo una potenzialità a fruire e sperimentare situazioni e condizioni di vita in grado di agevolare o rallentare le personali modificazioni cognitive e comportamentali. Livello di salute e grado di autosufficienza nell'anziano sono anche legati a situazioni socioculturali: è "un affresco complessivamente declinato dalle condizioni di reddito e dai comportamenti di consumo".

 

Acquista sempre più consenso la tesi che intende "anzianità e vecchiaia frutto di una produzione culturale rafforzata dal peso della scansione sociale del tempo e del ciclo dell'esistenza nell'ambito di strategie di vita e strutture di comportamento". Un modello basato unicamente sul decremento biologico è poco flessibile, per di più evita di rapportare all'età l'influenza dell'ambiente nel grado di modificabilità delle funzioni psicologiche. Sembra avere ancora molto peso l'equazione a doppio binario che include nella giovinezza la salute. Immagini dunque chiunque quanto possa essere percepita desolante la perdita della giovinezza, perché perdere la giovinezza può significare anche perdere la salute.

 

Gli antichi greci avevano risolto il busillis col ritenere caro agli dei colui che fosse morto in giovanissima età…

 

Convincersi della possibilità di costruire un progetto di vita anche negli ultimi giorni di un autunno molto avanzato, che preannuncia i rigori e la lucida desolazione dell'inverno dello scontento, è condizione necessaria, ma non sufficiente, per superare quella solitudine che oggi rappresenta la sofferenza più lancinante per l'anziano (in vari modi espressa, in vari modi negata). Estromesso "dal lavoro, senza nuovi legami personali e sociali - anche per l'obiettiva difficoltà che la società complessa presenta" - il pensionato si sente senza identità e senza un ruolo preciso. Il nuovo si presenta in maniera generale, generica, generalizzante, come impegno forzato e forzante a recuperare, in un posto attivo nella società, una sorta di identità compatibile.

 

Il condizionamento implicito allo stereotipo concettuale che interpreta il vecchio "inutile, asessuato, malato, isolato e solo" lo rende apolide, con l'obbligo residuale a mutare comportamenti e stili di vita in continuo disequilibrio fra congruenza ipotetica ed alienazione manifesta. Se per il giovane e per l'adulto maturo l'aderire ad un'immagine sociale congruente impone il ripescaggio di forze propulsive per la conquista dell'avvenire (e dunque il senso dell'essere si esprime nella piena capacità di poter abitare un'esistenza adeguata e significativa), per l'anziano il senso di esistere nel tempo è spesso tradotto in una modalità iterativa - anche agita - "di ritiro da impegni ed evitamento al confronto con l'avvenire". Tutto ciò può anche leggersi come una sorta di decisione finalizzata al recupero di "misure di autoprotezione e di rallentamento".

 

"L'eventuale possibilità di proiettare su un avvenire incerto valori esistenziali offerti da una vita già vissuta e da esperienze già affrontate" irrobustisce maggiormente una fisiologica (forse anche specie specifica) resistenza al cambiamento. In questo senso una qualità della vita, coerente con alcuni criteri, può rivelarsi non congruente con altri: prevale la percezione di un'esistenza "non soddisfacente", soprattutto quando non si assume la terminabilità come "idea regolativa" della vita stessa.

 

La psicogerontologia ha studiato dell'invecchiamento singoli processi e persone: ogni persona "mantiene una relativa stabilità nell'età adulta e va incontro, nell'età senile, a modificazioni" che attengono alla sfera biologica, psicologica e sociale. Si ritiene che la causa di un certo grado di modificazioni nell'organismo umano, "nel modo di essere persona nel mondo e nelle relazioni sociali", unica e diversa da tutte le altre, possa essere individuata attraverso la ricostruzione della storia della persona. In questo modo è più agevole capire i problemi che presenta da anziana (e che potrebbero condurla ad una situazione di disadattamento), "prevederne l'evoluzione, intervenire per mantenerne l'adattamento o per facilitarne il riadattamento".

 

Nel processo di invecchiamento è stato infatti dimostrato che, nel caso permangano "condizioni individuali e sociali" affinché ogni individuo abbia la possibilità di perseguire la realizzazione di se stesso, le persone presentano differenziazioni anche severe .Quando, invece, in un gruppo di anziani si addiviene ad una omologazione nel "comportamento e modo di pensare dei vari componenti", attenuandosi - fino a scomparire - "le differenze individuali", le persone risultano vittime di "un processo di sopraffazione e condizionamento che, emarginandoli e coartandoli nella loro spontaneità, consente loro di sopravvivere come organismi, non di continuare a vivere come soggetti".

 

D'altro canto una forte variabilità che caratterizza i coetanei di età avanzata sembra confermare la difficoltà a definire una psicologia del settantenne, dell'ottantenne, del novantenne: persistono tante psicologie quanti sono gli individui che appartengono a tali età. Nell'età senile "le persone si differenziano non soltanto per le peculiarità che geneticamente le contraddistinguono", ma anche - e soprattutto - per la storia che ciascuno ha vissuto e per la situazione nella quale attualmente si trova. Si può quindi convenire come da un punto di vista psicologico la definizione che pretende l'invecchiamento un processo uniforme finisca per rivelarsi del tutto insufficiente: occorre soprattutto prendere atto, in un numero sempre maggiore di persone, delle increzioni soggettive che, col passare degli anni, riflettono "caratteristiche nello stile di vita", in funzione anche di esperienze pregresse, di contingenti condizioni di salute e di ambienti nei quali sono inserite.

 

L'invecchiamento della persona evidenzia accanto ad alcuni aspetti comuni anche "significative differenze tra i due sessi", alcune evidentemente riferibili ad "eventi programmati geneticamente", altre legate a condizionamenti a carattere sociale (ad es. "norme, dettate non da criteri discriminatori, ma dalla tutela del personale femminile, che limitano la possibilità di accedere a certe forme ed orari lavorativi ed anticipano l'età del pensionamento"). Le modificazioni connesse all'invecchiamento sono, in linea generale, più "accettate" dalle donne ed il riadattamento di norma presenta meno ostacoli imputabili "all'interruzione forzata dell'attività lavorativa".

 

Naturalmente in "entrambi i sessi si rilevano notevoli differenze individuali in relazione alla coesistenza di un partner o di un ruolo familiare, alla vicinanza di figli e nipoti", (l'intimità a distanza) "all'atteggiamento dei giovani nei confronti degli anziani, al loro stato di salute". Nell'uomo è più frequente un abbassamento della propria autostima a ridosso del pensionamento: inciderà in modo significativo sui processi di invecchiamento delle funzioni biologiche e sul "restringimento dei rapporti sociali". Per la donna la possibilità di svolgere con maggiore equilibrio la funzione di genitore e nonna si dimostra un fattore protettivo:in questo modo le nonne realizzano nei confronti dei nipoti "un'azione fondamentale per la trasmissione dei valori".

 

Il fattore culturale "influisce in modo significativo sul rendimento psichico nell'età senile" sostanzialmente attraverso la modalità di "conservazione da parte di chi dispone di una base culturale elevata, di un più alto livello di efficienza" (in particolar modo per quanto attiene "le espressioni verbali e creative dell'intelligenza"), e "mantenimento di una più spiccata variabilità interindividuale".

 

Il primo fatto conferma "da un lato il ruolo positivo esercitato sul funzionamento mentale dal poter disporre di un materiale culturale ricco e stimolante, dall'altro la tendenza a conservare più integralmente e più a lungo in età avanzata parte delle attività maggiormente utilizzate negli anni precedenti". Il secondo fatto sottolinea l'influenza esercitata dalla cultura nel "favorire il realizzarsi delle potenzialità individuali" e nell'ostacolare un processo di omologazione "in termini di appiattimento verso il basso nei livelli di comportamento".

 

In ambito di osservazione geriatrica il medico tende ad accentrare il proprio interesse più sulla malattia che sul malato: dunque spesso capita che l'adottare un'ottica settoriale lo allontani da una visione unitaria della persona (che include storia, bagaglio culturale, assetto relazionale, convinzioni morali ed ideologiche). Così diventa disagevole discriminare tra "patologia dell'invecchiamento, patologia nell'invecchiamento ed invecchiamento stesso". Il vissuto del paziente e la sua storia interagirebbero invece sulla sintomatologia, farebbero da volano ai sintomi (che si ha tendenza a valutare meri ed unici effetti del processo morboso).

 

La restitutio ad integrum (come nel linguaggio scientifico si usa definire la guarigione), ed anche il recupero funzionale, sono correlabili ad educazione, dinamiche della personalità, stile di vita e scelte precedenti.

 

Frequentemente nella presa in carico di un utente anziano la struttura di servizi sanitari ed assistenziali tenderebbe ad autodenunciare un imbrigliamento, valutato come inevitabile dal suo stesso interno (apparato burocratico): da una parte la struttura ambirebbe presentarsi efficiente, dall'altra biasimerebbe una sorta di inefficacia imputabile, sovente, alla dichiarata complessità delle strategie di intervento in ambito sociale. Facilmente si alimenta nell'utente la convinzione di dialogare con un interlocutore nel complesso poco flessibile, che manifesta margini di risicata duttilità per fronteggiare eventuali verifiche e riflessioni in corso d'opera. In qualche modo viene sottolineata ed esaltata una discrepanza fra erogazione dei servizi e gestione delle risorse .

 

Il corpo che immaginiamo nostro da anziani, corpo con articolazioni poco flessibili, ma ancora in grado di fare movimenti, con la memoria che ha deficit, eppure ancora soccorre, con organi interni meno brillanti nella loro usurata storia, che pure assolvono, seppur in percentuale ridotta, ad una loro funzione, reincarna la faticosa (ed amara) opera di integrazione fra quanto è stato e quanto si ha bisogno di farsi bastare.

 

Dice la voce della nostalgia che ricordare fa male. Forse rivendicare attenzione e comprensione, legittime e sacrosante, una trattazione degli organi e della propria fisicità sempre meno oggettualizzata, permette di avere ancora uno spazio, seppur poco colmo di slancio e speranza, in grado di trasformare la nostra giornata in un qualcosa di ancora appetibile. La selezione degli interventi alla persona anziana, non autosufficiente e non autonoma, necessita di simmetria con un modello di organizzazione sanitaria che, reso operativo e funzionale a breve termine ed a tutto campo, permetta di pensarci vecchi attraverso immagini di altri vecchi, in forma meno desolata, meno avvilente e non connotata da passività eccessiva.

 

Il sentimento più rappresentato è il bisogno di essere garantito e curato, seguito e rispettato, mai abbandonato: la richiesta di miglioramento nei moduli organizzativi forse maschera il bisogno di non sentirsi presi alla sprovvista.

 

Non ho cuore, dicono i nostri vecchi, non ho risorse, non ho un futuro che posso sentire ancora mio e nel quale potermi proiettare… pensare, esistere se non attraverso pezzi del mio corpo che, curati, possono ridarmi l'illusione che sia ancora il mio ed io, nella mia mente, possa abitarlo con una speranza realisticamente più rassicurante.

Il presente rischia di essere percepito poco attivo e , per una sorta di compensazione, si cerca di rendere attivi gli altri, anche quando ci si ritrae dalla relazione.

 

Se viene immediato convenire che in ognuno di noi la vecchiaia non va subita, ma neppure usata come arma per insostenibili rivendicazioni ed ancor più sottili ricatti o mascherate manipolazioni, permane in ognuno di noi lo sconcerto quando si tratta di venire a patti con la gestione (delle condizioni di vita) che sembra contraddire la proprietà (della vita).

 

La repentinità della morte nell'altro, la malattia cronica, anche invalidante, la patologia inguaribile, possono produrre reazioni di prevalente paura, ansia, isolamento emotivo.

 

Esiste qualcosa sul quale non abbiamo il controllo: il dolore diventa il lievito necessario per costruire la consapevolezza del restringimento temporale dell'esistenza e per prepararci al commiato dalla vita.

 

Dr.ssa Rita Farneti

 Psicologa Psicoterapeuta

 Autrice di pubblicazioni nazionali 

ed internazionali in tema di invecchiamento 

 

 

 

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Pregiudizi e stereotipi dell'invecchiamento. Come invecchiare bene

 

 

L'assistenza agli anziani in Italia e in Europa

 

 

 

 

 

 

 

 

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