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Un ticket al pronto soccorso quando non si necessitano di cure urgenti. È questa la proposta del ministro della Salute Girolamo Sirchia che ha indicato la sua ricetta per evitare un uso improprio (e sempre più frequente) del pronto soccorso. Prestazioni a pagamento, cioè, per tutti coloro che utilizzano l'emergenza per disturbi che potrebbero essere risolti dal medico di famiglia.
In verità è solo la riproposta di una norma esistente, varata dai precedenti governi. La legge, del 1998, dice che le Regioni possono chiedere una partecipazione alla spesa ai cittadini per i casi non urgenti. E molti l'hanno applicata. Dal Veneto alla Puglia, dal Friuli all'Emilia Romagna.
Secondo i dati della Società italiana dei medici di Pronto soccorso in dieci anni i pazienti che fanno ricorso a questo tipo di prestazione sono raddoppiati. In moltissimi ospedali italiani, con DEA di secondo livello (attrezzati per ogni urgenza: sala gessi, radiologia, cardiochirurgia, neurotraumatologia, rianimazione, ecc.), è difficile far fronte all'eccesso di richieste. Nei giorni festivi si arriva a punte di 220 accessi in una sola giornata. Ad ogni paziente che giunge al pronto soccorso viene attribuito un codice: rosso, giallo, verde e bianco, a secondo dell'urgenza, determinando, così, chi passa per primo. Il sistema è quello del cosiddetto "triage": con il codice rosso si contrassegna un paziente in pericolo di vita, il giallo segnala l'alterazione dei parametri vitali, il verde una malattia grave, ma inevitabilmente dopo le urgenze, e infine il bianco che si attribuisce ai casi che possono essere seguiti anche dal medico di famiglia e ai quali spetta l'attesa più lunga.
Solitamente chi si sente male pensa sempre di stare peggio degli altri e, quando si tratta di bambini, l'ansia aumenta. E poi c'è chi usa il Pronto soccorso come strada più breve, magari perché non riesce a conciliare i propri orari con quelli del medico o del pediatra di famiglia. I responsabili di questi reparti sono in perfetta sintonia: meno del 40 per cento tra gli accessi sono urgenze reali, togliendo molte delle risorse che servono per curare gli acuti. ''Un approccio sbagliato - dice il ministro Sirchia - ed è possibile prevedere percorsi differenziati, per coloro che hanno davvero bisogno dell'emergenza e per quelli che non hanno problemi emergenti ma solo urgenti. Questi ultimi devono essere rimandati dal medico di medicina generale". Ma se la proposta di tornare dal proprio medico viene rifiutata "allora possiamo pensare - conclude il ministro - anche al pagamento della prestazione offerta".
Per quanto riguarda l'ammontare del ticket, la cifra varia da regione a regione e da ospedale a ospedale: per le prestazioni non urgenti sono richiesti importi differenziati oppure una franchigia di massimo 70mila lire (36,15 euro).
La gente usa l'emergenza in modo inopportuno, principalmente perché è la strada meno costosa e la più veloce, ma in questo modo è più difficoltoso curare i pazienti critici. Per cui, non solo ci vuole un ticket, ma dovrebbe, secondo alcuni, essere anche più alto. Ma i cittadini non sempre sono d'accordo. Non è facile far accettare il pagamento del ticket. Forse la soluzione migliore sarebbe quella di chiedere ai medici di famiglia di entrare in pronto soccorso per gestire i codici bianchi, in cambio, magari, di crediti per la loro formazione professionale che è diventata obbligatoria.
Marco
Fasolino
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