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PREGIUDIZI E STEREOTIPI DELL'INVECCHIAMENTO

COME INVECCHIARE BENE

 

Non entrare saggiamente in questa buona notte,

la vecchiaia dovrebbe bruciare di furore

alla caduta del giorno.

Rabbia, rabbia contro la morte della luce.

Thomas Dylan


Che le persone mature non debbano interessarsi troppo alle cose che riguardano la società in cui si vive è opinione abbastanza recente: infatti nei poemi epici dell'antica Grecia ad esempio, come l'Iliade e l'Odissea, scritti fra il X e l'VIII secolo A.C., il vecchio era tenuto in gran conto; Platone sosteneva nella sua Repubblica che al vecchio doveva essere demandato il compito di indirizzo e di direzione del potere politico, tanto che, letteralmente i più anziani devono comandare ed i più giovani obbedire; Marco Tullio Cicerone, un anno prima della sua morte, scriveva sul suo libro De Senectude che l'anziano non doveva abbattersi per il peso degli anni, perché c'è sempre il modo di rendersi utili, quando si è depositari di un patrimonio di conoscenza e di abilità che non può non essere utile alle generazioni future. C'è un Autore classico che ha invece contribuito ad alimentare il pregiudizio sulla vecchiaia, ed è Terenzio: la sua convinzione, peraltro citatissima, è che senectus ipsa morbus. Ma Terenzio non è il solo che fa allusioni più o meno esplicite alla necessità di porre fine all'esistenza degli anziani in quanto ormai inutili: pensieri di questo genere si trovano nelle letterature di tutte le epoche e di tutte le civiltà. In effetti gli anziani, sebbene costituiscano un gruppo di persone assai eterogeneo, con altissime differenze individuali, sono seriamente colpiti anche nella società attuale da una serie di pregiudizi che ledono la loro dignità e tendono di fatto alla loro emarginazione. Tra questi, i più comuni si riferiscono al fatto che le persone anziane siano sempre malate, invalide, povere, infelici, insofferenti, poco intelligenti, contrarie ai cambiamenti, non interessate al sesso, prive di soddisfazioni e via dicendo. In questo capitolo analizzeremo alcuni di questi pregiudizi.

 

Le parole per dirlo

 

Nella società attuale, molti atteggiamenti personali ed anche molte politiche sociali tendono ad esaltare il culto della giovinezza, della bellezza, della efficienza e della produttività, facendo sentire inutili le persone che si ritirano dal lavoro e dalla vita attiva.  Il senso di sconforto che circonda l'argomento, ma anche la sola parola invecchiamento fa si che sempre più spesso si faccia ricorso a circonlocuzioni, perifrasi, eufemismi, termini artificiali che servono di fatto a mascherare la realtà ed a coprire i propri pregiudizi. È il caso di alcune espressioni derivate per analogia dalle caratteristiche del mondo naturale, come il confronto fra le ore del giorno e della notte e le stagioni dell'anno:  la vecchiaia sarebbe simile alla sera e all'inverno. Il termine stesso terza età è stato coniato per togliere alla definizione di anziano qualsiasi connotazione negativa. Questa espressione, di origine francese, fu usata per la prima volta per definire le Università per gli anziani, le Universités du Triosième Age appunto, fondate in Francia negli anni '60. Probabilmente gli intenti erano buoni, ma con il tempo, con l'uso e soprattutto con il persistere del pregiudizio, anche questo termine è destinato a divenire anch'esso una forma di insulto, una definizione sprezzante, una etichetta di debolezza sociale. Aggettivi come senile o geriatrico hanno subito la stessa sorte e, se continua così, sempre nuovi termini verranno coniati per descrivere questa età della vita. La stessa gerontologia, ovvero la scienza multidisciplinare che studia il fenomeno vecchiaia sotto i diversi aspetti (medici, psicologici, sociologici e filosofici), rimane ancor oggi un campo di indagine abbastanza impopolare, meno prestigioso rispetto ad altre specializzazioni.

Nell'avversione verso gli anziani è facile individuare soprattutto un rifiuto non tanto dell'altro anziano, ma del proprio divenire. Per questo motivo capita che gli anziani vengano osservati e giudicati come se fossero una categoria particolare, 'diversa' da un concetto ideale di “normalità”: a tutto ciò porrà inevitabile rimedio il fatto che gli anziani saranno a breve, come dicono le proiezioni demografiche, il numero più vasto fra le varie fasce della popolazione e, data la situazione, in futuro non si potrà che accettarli con una considerazione maggiore di quanto è avvenuto nel passato.

 

La condizione anziana come malattia

 

La classificazione della condizione anziana come malattia cominciò con le ipotesi avanzate dai medici a cavallo dell'ultimo secolo, quando attraverso la dissezione di cadaveri furono indotti a pensare che era  il processo stesso dell'invecchiamento a produrre condizioni patologiche irreversibili, che rendevano inevitabili una serie di malattie. Anche la moderna geriatria non è del tutto esente da colpe: nei suoi orientamenti di studio infatti essa ha fatto largo uso della associazione vecchiaia-decadimento oppure vecchiaia-malattia, qualunque fosse il grado di salute, di energia, di attività fisica degli anziani che si trovava a curare. Tutti i sintomi che si manifestavano in età avanzata tendevano ad essere considerati come precoci manifestazioni di demenza senile, in particolare la malattia di Alzheimer. Il semplice, naturale e del tutto sano processo di invecchiamento fisiologico è stato dunque spesso trattato spesso come una patologia.

La riduzione delle capacità funzionali, l'emarginazione, la desocializzazione, la fragilità o la sofferenza che si possono talvolta osservare nei pazienti geriatrici distorcono facilmente da una percezione corretta della realtà e favoriscono la nascita del pregiudizio,  che si fonda non solo sull'ignoranza, ma anche, come si è detto, sulla rimozione, sul rifiuto infantile di confrontarsi con la propria futura vecchiaia ed anche, ovviamente, con la propria morte.

Una riflessione interessante è basata a questo punto sul fatto che non ci si ammala e non si muore solo in età avanzata, così come del resto non si fanno progetti e non ci si innamora  solo in giovane età.

 

Fasce di età a confronto

 

Negli ultimi cento anni sono stati compiuti degli innegabili progressi per superare alcuni tradizionali pregiudizi e per tutelare socialmente  alcune classi, considerate più deboli, come le donne, i giovani, gli handicappati, gli anziani. Nei confronti di questi ultimi tuttavia sembrano ancora abbastanza consistenti quei tabù sociali e culturali che li vogliono passivi, solitari, privi di interessi per i piaceri della vita e con aspirazioni limitate.

Da alcune interviste si ricava che molte persone ritengono ancora “naturale” che le persone di età matura desiderino distaccarsi dalla vita attiva: questa convinzione deriva forse dalla comune osservazione che in genere le persone anziane hanno poche relazioni sociali extrafamiliari e la maggior parte dei loro rapporti interpersonali siano interni all'ambiente familiare in cui vivono. Del resto c'è anche da dire che quando gli anziani mostrano aspirazioni simili a quelli delle fasce di età più giovani, come ad esempio il desiderio di competere, di accedere a tutta una serie di attività, specialmente quelle che rappresentano una fonte di guadagno (e che la quasi totalità di loro sarebbe perfettamente in grado di svolgere) vengono scoraggiati ed in alcuni casi derisi per il loro mostrarsi 'arzilli' o ridicoli.

Gli anziani che tendono all'isolamento, non lo fanno invece per libera scelta, è semplicemente il fatto che intrattenere rapporti amicali con persone nuove, specie se giovani è obiettivamente difficile: occorre essere delle persone particolarmente interessanti e carismatiche per attirare a sé il mondo delle persone più giovani. Una maggiore riservatezza ed il costume di concedersi poco agli altri è più una forma di difesa che non una scelta, un modo per conservare la propria autostima, per sentirsi più sicuri di sé, anche se tutto questo a volte avviene attraverso l'assunzione di atteggiamenti  scettici e diffidenti, poco propensi ad avvicinare gli altri e ad essere avvicinati.

L'emarginazione degli anziani non avviene solo con il disinteresse sociale o l'esclusione dalla vita attiva: anche l'attenzione eccessiva prestata per “difendere” persone perfettamente autosufficienti da inesistenti o esagerati pericoli naturali e sociali può rispecchiare una grave forma di pregiudizio. Non tutti gli anziani soffrono terribilmente il freddo ed alcuni sopportano benissimo il caldo. Molte delle ingiustizie che subiscono non le subiscono in quanto anziani, ma in quanto persone. Se lo Stato si sbaglia nel calcolare la pensione, non lo fa perché il soggetto è anziano, ma perché la disorganizzazione e la burocrazia colpiscono tutti i cittadini in egual misura. Per lo stesso motivo, se esiste la possibilità di subire delle violenze da parte di balordi, questo non accade perché si è anziani, ma perché si è soli, perché ci si può difendere meno, si hanno meno strumenti per lottare... Ma tutto ciò non riguarda solo gli anziani in quanto tali, può riguardare chiunque, anche la persona più integrata e più forte, che può essere presa in un momento di debolezza, come ad esempio il potente mafioso che viene ucciso mentre si sta facendo radere dal barbiere... Dunque, come si vede, gli anziani subiscono questi eventi nello stesso identico modo delle persone giovani e forti, per cui crearne un “caso a parte” è spesso inopportuno e controproducente.

La persona matura deve dunque, nei limiti del possibile, pretendere di essere trattato con il dovuto rispetto che la società deve a tutti i suoi membri, senza distinzione di età, senza particolari privilegi, che nella maggior parte dei casi nascondono trappole e pregiudizi. L'eccessiva protezione e l'assistenza, ove siano inutili, devono essere rifiutate, in modo da favorire la nascita di una nuova cultura, tesa a correggere questi atteggiamenti stereotipati così come i pregiudizi che vedono nell'anziano un portatore di elementi peggiorativi.

 

Conclusione: Per combattere i pregiudizi la propria età matura deve essere un esempio di realizzazione personale e non di declino.

 

 

Dott.ssa Giuliana Proietti

Come invecchiare bene e più tardi possibile

Ed. MEB Padova 1998

 

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