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ALZHEIMER: CIRCA 80.000 NUOVI CASI L'ANNO

 

La difficoltà nell’individuazione dei primi segni della malattia di Alzheimer, i ritardi nella diagnosi e politiche governative a volte poco sollecite possono costituire un ostacolo all’ottimizzazione della cura.

 

Sono questi i risultati emersi da un’indagine paneuropea condotta dalla società di ricerche Millward Brown in Francia, Germania, Polonia, Spagna e Regno Unito su 2.500 persone (malati di Alzheimer, caregiver, medici, esponenti politici e popolazione generale), resi noti ieri in occasione del Forum Facing Dementia: Advancing Care in Europe”. Promosso da Eisai Inc. e Pfizer Inc. in collaborazione con l’Alzheimer’s Disease International (ADI), il Forum ha riunito oltre 150 rappresentanti di associazioni pazienti, organi di informazione, specialisti e famiglie provenienti da 17 paesi europei.

 

“Il Forum - afferma Elizabeth Rimmer, executive director di Alzheimer’s Disease International (ADI) – ha lo scopo di sollecitare l’attenzione sull’importanza della cura della demenza e sensibilizzare le associazioni pazienti ad attivarsi a livello locale – due passi importanti per aiutare le persone colpite da tale patologia ad avere accesso alle cure, al trattamento e ai servizi che possono aiutare a gestire l’impatto devastante che la demenza ha sulla loro vita”.

  

I risultati provenienti dall’indagine indicano che l’82% dei caregiver (83% in Italia) sono convinti che la maggior parte delle persone non sia in grado di riconoscere la differenza tra i primi segni della malattia di Alzheimer, la causa più comune di demenza, e il normale processo di invecchiamento. Sebbene il 67% dei caregiver consulta prima un medico generico per saperne di più riguardo ai sintomi del loro caro, il 70% dei medici (67% in Italia) concorda sul fatto che i medici generici sono in difficoltà nel diagnosticare la malattia di Alzheimer ai suoi primi stadi.

  

L’indagine mostra inoltre che negare o temere la malattia di Alzheimer, in aggiunta all’incapacità di riconoscerne i primi segni, contribuisce significativamente a ritardare la consultazione di un medico e in definitiva la formulazione di una diagnosi. I caregiver denunciano infatti che, in media, passano quasi due anni tra la rilevazione dei sintomi e la diagnosi della malattia. In Italia, secondo i caregiver, la diagnosi viene fatta dopo circa 15 mesi dalla comparsa dei primi sintomi: un ritardo un po’ più contenuto rispetto alla media europea. Tale ritardo, secondo i caregiver, sarebbe dovuto all’incapacità di riconoscere i sintomi (68%) e al rifiuto psicologico ad accettare che un proprio caro possa soffrire di tale patologia (46%).

  

“L’indagine rileva che un ritardo nella diagnosi spesso si verifica per una tutta serie di ragioni collegate sia ai caregiver sia ai medici - afferma il dott. David Wilkinson, direttore del Memory Assessment and Research Centre, Moorgreen and Western Community Hospital, Southampton, Regno Unito. “Questi dati ci suggeriscono che un numero significativo di persone non si rivolgono al proprio medico alla comparsa dei primi sintomi della malattia, quando la cura e il trattamento danno i maggiori risultati in termini di efficacia.”

  

Inoltre, secondo i risultati dell’indagine, l’80% dei caregiver e il 71% dei medici hanno l’impressione che i governi non investano abbastanza nella cura dell’Alzheimer. In Italia queste percentuali sono risultate più basse (rispettivamente 65% e 58%) rispetto a quelle delle altre nazioni coinvolte nell’indagine (Francia, Germania, Polonia, Spagna e Regno Unito).

  

“Per ciascuna persona affetta da demenza, almeno un altro familiare deve affrontare il tributo sfavorevole della malattia dal punto di vista economico, sociale, emotivo, psicologico” afferma Elizabeth Rimmer. “I governi devono riconoscere l’impatto totale della demenza in modo da offrire maggiori risorse per aiutare le persone che ne sono affette e i loro caregiver.”

  

Il morbo di Alzheimer è una gravissima malattia che oggi affligge 18 milioni di cittadini in tutto il mondo. In Italia ne soffrono 600.000 italiani (il 6-7% della popolazione sopra i 65 anni) e si contano circa 80.000 nuovi casi l’anno.

  

  

  (1/7/2004)

 

 

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