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Il mal di testa è uno dei più comuni disturbi dolorosi, dal quale risulta colpito almeno il 90% della popolazione mondiale. Negli USA le visite effettuate ogni anno per cefalea sono sedici milioni, risultando la cefalea al 14° posto fra i più frequenti motivi per i quali viene consultato il medico.
Una patologia così frequente come il mal di testa, dunque, non può non avere pesanti ricadute in termini di costi sociosanitari, con un notevole impatto sulla qualità di vita dei pazienti.
Anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha ufficialmente definito l'emicrania "un serio problema di sanità pubblica"
perché "per quanto non ponga i pazienti in pericolo di vita, determina un significativo deterioramento della loro esistenza soprattutto negli adulti in età lavorativa e, in tutte le culture prese in esame, costituisce una delle malattie maggiormente debilitanti".
L'emicrania causa infatti una notevole perdita di produttività per la società in genere: per le aziende in termini di giornate lavorative perdute e di giorni in cui il soggetto, pur lavorando, è comunque gravato da una pesante sintomatologia dolorosa, e per i pazienti stessi in termini di reddito e di guadagni.
Negli Stati Uniti è stato calcolato che il costo annuale di questa patologia supera i 3.000 dollari per ogni donna e i 5.000 dollari per ogni uomo, con una perdita nazionale globale stimata fra i 5,6 e i 17,3 miliardi di dollari, una cifra che è considerevolmente più alta di quella che viene, ad esempio, calcolata per un'altra patologia cronica come il diabete mellito non-insulino dipendente (2,6 miliardi).
Un'indagine svolta nei Paesi europei ha fornito dati sovrapponibili, indicando che in ogni nazione le giornate lavorative perse a causa dell'emicrania sono in media pari a 18 milioni all'anno. In un Paese come l'Italia il danno provocato da questa malattia è stato calcolato nell'ordine di ben 2 miliardi di euro all'anno.
I costi generali di questa malattia sono enormi, senza contare che, al di là del puro danno economico, la qualità di vita del cefalalgico cronico risulta sconvolta: il dolore incombente mette in crisi la stabilità delle sue certezze, cosicché per lui tutto diventa precario, rischioso e indefinibile.
Quantificare in termini economici il disagio del paziente cefalalgico è
pressoché impossibile, perché investe tutti gli aspetti della sua esistenza interessandone la sfera affettiva, quella familiare, quella sociale e quella professionale: in molti nuclei familiari la presenza di un cefalalgico determina un tale carico di stress da culminare nel divorzio. Molti emicranici, ad esempio, perdono o abbandonano il proprio lavoro a causa di tale malattia.
Esistono addirittura casi di pazienti che non riescono più a guidare l'automobile a causa dei disturbi visivi che li colpiscono in corso di un attacco di emicrania con aura, mentre altri evitano di frequentare luoghi affollati o insoliti, di recarsi ad un party, ad una cena, al cinema o a teatro nel tentativo di ridurre al minimo il rischio di scatenare un attacco di cefalea.
La cefalea da week-end, ad esempio, mina a tal punto la vita di migliaia di pazienti che questi vivono con terrore l'avvicinarsi del fine settimana.
Ad un certo punto della loro dolorosa esperienza emicranica questi pazienti si mettono all'affannosa ricerca di un fattore scatenante ed entrano in un circolo vizioso di progressiva individuazione ed eliminazione di tutte quelle situazioni e di tutte quelle sostanze che essi reputano di volta in volta come possibili responsabili dello scatenamento dell'attacco.
Si assiste così ad una sempre maggiore riduzione delle attività con una qualità di vita che, anche al di fuori dell'attacco doloroso, si fa sempre più esigua: limitazioni dietetiche, abolizione di alcolici e superalcolici, del caffè, del fumo, dell'attività fisica, dell'attività sessuale, dei trasporti in auto, in treno, in nave o in aereo, dei viaggi, ecc.
Il timore dell'attacco rende questi individui nevroticamente attenti anche alle più piccole variazioni di temperatura e alle variazioni del loro timing di vita, soprattutto nell'assunzione dei pasti e nelle ore di sonno.
Questo deterioramento della qualità di vita non può essere quantificato, anche se l'analisi del costo delle patologie cerca di valutare in termini economici l'impatto di una certa malattia sul benessere sociale.
Ogni malattia comporta effetti negativi sulle condizioni di vita del paziente e dei suoi familiari e, indirettamente, sulla collettività.
Allo stesso tempo assorbe risorse frutto dell'utilizzo/impiego di varie componenti presenti nel tessuto sociale.
La cosiddetta COST OF ILLNESS ANALYSIS (analisi del costo della malattia) valuta le problematiche relative alla gestione della patologia sia a livello individuale sia per ciò che concerne l'assorbimento di risorse a livello dell'intera collettività.
Una classificazione fondamentale delle componenti di costo rilevanti distingue fra costi diretti, costi indiretti e costi intangibili.
I costi diretti sono valorizzabili in modo relativamente agevole e riguardano servizi e prestazioni professionali relative al trattamento della patologia.
I costi indiretti sono quelli riferibili a risorse impiegate senza esborso diretto di denaro.
I costi intangibili sono riconducibili al dolore, all'ansia e all'impatto emotivo causato dalla malattia.
Mentre la stima dei costi diretti non presenta di solito difficoltà particolari, per i costi indiretti di può utilizzare il parametro della cosiddetta WILLINGNESS TO PAY, la disponibilità a pagare, che misura il costo della patologia sulla base delle risorse finanziarie che gli individui sarebbero disposti a impiegare per eliminare la malattia o attenuarne la portata.
Noesis
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