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Sia
da noi che all'estero, la vecchiaia solitaria è
un problema massimamente femminile, vuoi perché
la spettanza di vita è dappertutto maggiore
nella donna e vuoi perché è un fatto di
costume un po’ dovunque che l'uomo sposi una
donna più giovane. La vedovanza e la
solitudine, quindi, si addicono alla donna che
sopravvive generalmente al marito più anziano e
biologicamente più fragile.
Secondo
un censimento di qualche anno fa, più della metà
delle donne italiane ultrasessantenni viveva in
condizione di solitudine in quanto composta da
vedove (42%) o nubili (16%). Qualche altra cifra
in nostro possesso evidenzia una situazione
difficile anche nelle zone rurali dove,
contrariamente all'opinione comune, il 40% degli
anziani, uomini e donne, vive solo e per di più,
secondo dati di comune osservazione, in un
ambiente meno fornito di servizi sociali e
sanitari rispetto alle città. In queste,
comunque, la situazione non si presenta meno
disagevole per l'individuo anziano che è
costretto a condizioni di vita difficili e
malsicure per tutta una serie di circostanze tra
cui predominano la mancanza di spazi verdi, i
ritmi di vita accelerati, il traffico,
l'inquinamento e, soprattutto, l'inconsistenza
dei rapporti umani che fanno sentire il vecchio
più solo ed isolato, per assurdo, proprio
quando fa parte di quei grandi formicai che sono
le megalopoli.
La
solitudine del vecchio nelle grandi città si è
inoltre aggravata, in questi ultimi anni, per
l'aumento della violenza e della criminalità,
di cui gli anziani sono spesso le vittime
indifese, come dimostra un'indagine condotta
abbastanza recentemente in un popolare sobborgo
romano. Tra le altre situazioni di estremo
disagio messe in evidenza da tale questionario,
risulta che gli anziani soli non si fidano più
di uscire di casa nemmeno nelle ore del
pomeriggio, non vogliono ricevere visite di
alcun tipo e non aprono assolutamente la porta a
chicchessia, neppure all'assistente sociale
benché ne riconoscano la voce. Il quadro che ne
risulta è abbastanza triste ed inquietante se
pensiamo che questi anziani delle grandi città,
soli o a coppie, finiscono con il rinchiudersi
nella loro casa dove li attendono lunghe e
interminabili giornate di inattività e
solitudine. E non si creda che la solitudine a
due sia migliore, in quanto le coppie
generalmente si mantengono escluse dalla società
in maniera più ermetica dei singoli.
Nelle
grandi città sono più numerose di quanto si
pensi le coppie di vecchi coniugi, segregate fra
le mura domestiche, che vagano per la casa come
ombre silenziose ed estranee, nella migliore
delle ipotesi indementiti, disperati e depressi
nella peggiore. Il progressivo restringersi
delle relazioni sociali, infatti, non può
essere senza conseguenza sulla salute mentale
dell'anziano. Ci sono svariati studi, a questo
proposito, tra cui uno molto noto di Loewenthal
sull'influenza dell'isolamento sociale nei
riguardi delle malattie mentali. L'autore
avrebbe dimostrato che la solitudine si trova
spesso alla base di molteplici stati di
confusione mentale nel soggetto senile e,
inoltre, di altre turbe psichiche definite
genericamente come "indebolimento
mentale". L'abitudine all'isolamento,
durante il corso della vita, non porta
necessariamente nella vecchiaia a disordini
mentali, mentre, com'è noto, l'isolamento che
non avviene per scelta, quello subito per motivi
socio-economici o per malattia cronica, può
agire da fattore scatenante di disturbi
psichici. Ad esempio, secondo alcuni
psicogeriatri, la solitudine e l'inattività che
conseguono al pensionamento, agendo sulla base
di conflitti esistenziali non risolti nell'età
adulta, potrebbero essere causa di ulteriore
disadattamento nell'età senile.
È
necessario pertanto che ai fini dell'igiene
mentale del vecchio siano presi in esame
interventi geragogici che insegnino a prevenire
isolamento e inattività e, sempre a tale fine,
a promuovere le varie attività di tempo libero,
sia di tipo relazionale che occupazionale. Anche
gli attuali servizi socio-sanitari possono
fornire, certamente, un contributo importante in
tale funzione preventiva, ma possono servire
soprattutto, secondo noi, a migliorare i
rapporti tra anziano ed operatori geriatrici ed
anche tra l'anziano e gli utenti di altri gruppi
di età in modo da sviluppare con il vecchio una
migliore consonanza che coinvolga operatori
sanitari, malati e cittadini, eliminando ogni
area di conflittualità che tenda alla
esclusione o alla sopportazione del vecchio,
atteggiamento quest'ultimo quant'altri mai
negativo e pernicioso.
È
indispensabile, pertanto, prima di ogni
intervento socio-economico, medico,
occupazionale, ricreazionale e attivante,
educare i singoli e tutto il complesso
antropologico alla accettazione pacifica della
condizione senile, compito preminente e
specifico della geragogia a indirizzo sociale.
Prof. Dott.
Giovanni Cristianini
Docente della Scuola di Geriatria
Università di Padova
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