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Già
nel 1978 l'imperativo d'obbligo era: riformare le pensioni.
Non che i conti non fossero in ordine, ma era chiaro che le
cose potevano solo peggiorare. E così, infatti, è stato.
Da allora, per vedere i primi rigorosi interventi in materia
previdenziale sono passati 17 Governi, altrettanti ministri
e 14 anni. Nel contempo i contributi versati dai lavoratori
attivi non erano più in grado di coprire la spesa
necessaria per pagare le pensioni. Anzi la forbice andava
sempre più allargandosi tanto che il disavanzo accumulato
in 20 anni, dal 1980 al 1999, ha toccato quota 455 miliardi
di euro.
A
certificare queste perdite è stata la Commissione Brambilla
nel lavoro consegnato all'attuale ministro del Welfare,
Roberto Maroni, e realizzato per verificare i conti della
previdenza e decidere le eventuali correzioni. Mantenere
quelle che la Commissione ministeriale ha definito "le
promesse del passato", soprattutto le pensioni di
anzianità e le cosiddette baby pensioni del pubblico
impiego, è costato caro in tutte le regioni italiane. Al
Sud, in particolare, ma anche altrove. La Sicilia è la
regione che, nei venti anni presi in considerazione, ha
fatto registrare il disavanzo più elevato con quasi 80
miliardi di €. Seguono la Campania (-64 miliardi di €),
la Puglia (-61,8) e la Calabria (-41,9). Solo due, invece,
sono le Regioni che hanno fatto registrare un saldo attivo.
Si tratta della Lombardia (+27,6 miliardi di €, ma sono in
diminuzione) e del Lazio (+6,5 miliardi).
La
spesa per le pensioni è aumentata molto più delle entrate
contributive. Mentre nel 1980 la percentuale di contributi
che entravano nelle casse degli enti previdenziali rispetto
alle uscite per pagare le pensioni era del 90,5%, venti anni
dopo quel rapporto è sceso al 74,2%. Ciò significa che i
versamenti contributivi coprono appena i tre quarti della
spesa necessaria per la liquidazione delle prestazioni.
Anche
questo rapporto percentuale varia a seconda delle aree
geografiche. è
positivo in due regioni del Nord-Est, Veneto e Trentino Alto
Adige, dove si colloca rispettivamente a quota 103,6 e
101,3. è in
pareggio nel Lazio (100), ma diventa negativo in tutto il
resto d'Italia. In Lombardia (98,6), in Emilia Romagna
(84,7), in Piemonte (79,4), nelle Marche (74,7) e nelle
altre Regioni. Fino a quelle del Sud e alla Calabria, in
particolare, dove i contributi versati dalla popolazione
attiva coprono poco più di un quarto della spesa necessaria
per pagare le pensioni (26,6). Le cose vanno leggermente
meglio in Sicilia (32,7), Puglia (37,4), Basilicata (39,4) e
Campania (40,6).
Chissà
cosa sarebbe accaduto se nel ventennio preso in
considerazione dalla Commissione Brambilla non fossero state
emanate, in particolare, due riforme. Quella del Governo
Amato nel 1992 che a tutt'oggi è riuscita ad assicurare al
sistema i maggiori risparmi grazie alla revisione del
meccanismo di perequazione automatica, al graduale
innalzamento dell'età pensionabile (da 55 a 60 anni per le
donne e da 60 a 65 anni per gli uomini) e dei requisiti
contributivi (da 15 a 20 anni per tutti), nonché tramite la
previsione di un più rigoroso meccanismo di calcolo delle
pensioni. E poi la riforma del Governo Dini del 1995 che ha
reso più rigorosi i requisiti per le pensioni di anzianità
e da cui è partita l'armonizzazione dei diversi regimi
previdenziali, con la fine di molti dei vecchi privilegi
riservati ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni
anche grazie ai successivi interventi del Governo Prodi.
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