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Vanno
in pensione più tardi rispetto all'inizio degli anni '90 ma
amano ancora lasciare il lavoro molto prima dell'età di
vecchiaia. A fotografare le abitudini previdenziali degli
"statali", è uno studio elaborato dall'Inpdap, l'istituto
previdenziale dei dipendenti pubblici, in cui si fa il punto sulle
pensioni vigenti al 31 dicembre 2001 e sull'effetto prodotto
dalle tre riforme operate nell'ultimo decennio: Amato, Dini
e Prodi, riforme che hanno prodotto i loro effetti positivi.
Non a caso l'età anagrafica di collocamento a riposo è
salita, nel periodo compreso tra il 1996 e il 2001, da 54 a
56,8 anni per i dipendenti civili (Ctps) e da 53 a 56 per
quelli degli enti locali (Cpdel). E si è allungata anche la
durata del servizio prestato prima del pensionamento: da 22
a 33 anni per la Ctps e da 28 a 33 anni per la Cpdel. In
entrambi i casi, però, pur essendo scomparso il fenomeno
dei baby pensionamenti e senza un ricorso massiccio ai
trattamenti di anzianità, la soglia "minima" dei
57 anni di età non viene superata. E ancora più lontana
resta quella di "vecchiaia" (60 anni per le donne
e 65 per gli uomini).
Lo
studio parla chiaro: "Permane, negli assicurati, la
propensione all'uscita dal servizio attivo prima dell'età
di vecchiaia. Pur registrando un significativo aumento del
numero dei collocamenti a riposo in età di vecchiaia e dei
relativi oneri emerge una netta preponderanza, in termine di
numero e di spesa, dei trattamenti di quiescenza conferiti a
persone non in età di vecchiaia". Una situazione
analoga per la Cassa degli statali e per quella dei
dipendenti degli enti locali, "anche se caratterizzata
da un incremento più modesto". Un fenomeno confermato
dal presidente dell'Inpdap, Familiari, secondo cui
però "non va enfatizzato" ed è da addebitare a
due cause: abitudini consolidate e gli effetti annuncio di
riforme del sistema previdenziale che provocano allarme tra
gli "statali" e favoriscono le uscite in giovane
età. ma il presidente dell'Inpdap tiene a precisare che le
riforme degli anni '90 sono state molto utili: "dallo
studio emerge che c'è una tendenza generalizzata sia nel
privato sia nel pubblico ad allungare il periodo di
contribuzione e a far salire l'età pensionabile".
Familiari
fa notare che quella dei pensionamenti anticipati non è una
tendenza solo italiana ma europea, visto che altri paesi pur
non avendo l'istituto tutto italiano dei pensionamenti di
anzianità fanno confluire la possibilità di uscire
prematuramente dal lavoro sotto altre voci, "come ad
esempio in Germania l'indennità di disoccupazione di durata
indefinita". Il presidente dell'Inpdap tiene, poi, a
ribadire che i conti dell'ente sono in ordine: problemi si
potranno verificare tra una decina di anni anche per effetto
dei ripetuti blocchi alle assunzioni. Familiari, comunque,
afferma che occorre intervenire sul sistema previdenziale:
"non serve una riforma della riforma ma sono necessari
alcuni interventi correttivi, favorendo l'innalzamento
dell'età pensionabile e allargando la platea dei
contribuenti".
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DALL'ARCHIVIO
DI TERZAET@.COM
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