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Adeguatezza,
sostenibilità e modernizzazione: sono i tre obiettivi,
indicati dall'Europa, contenuti nel piano per la previdenza
che il Governo italiano ha presentato alla UE. Il
"Rapporto sulle strategie nazionali per i futuri
sistemi pensionistici" scritto da un gruppo di esperti
coordinati da Giuliano Cazzola è stato consegnato al
ministro del Welfare, Roberto Maroni, e, dopo il via libera
dell'esecutivo, insieme agli altri piani sulla previdenza di
tutti gli altri Paesi europei, sarà discusso nella riunione
congiunta delle commissioni delle politiche sociali ed
economiche della UE al fine di arrivare all'elaborazione di
un unico documento che sarà esaminato al vertice dei capi
di Stato e di Governo in primavera.
Il
Governo italiano vuole "continuare la modernizzazione
del sistema previdenziale tenendo presente, da un lato,
l'esigenza di garantire la sua sostenibilità finanziaria ed
economica, dall'altro di preservare o acquisire
l'adeguatezza dei sistemi stessi nel perseguimento di quegli
obiettivi sociali che storicamente sono la ragion d'essere
dei sistemi previdenziali e di welfare europei". Due
obiettivi che il sistema pensionistico italiano potrà
raggiungere solo se sarà realizzato un presupposto
imprescindibile: l'innalzamento dell'età lavorativa. Questo
significa portare da 58 a 63 anni la media di età della
pensione e arrivare a un tasso di occupazione dei lavoratori
tra i 55 e i 64 anni fino al 50% così come indicato dal
Consiglio dei capi di Stato e di governo di Stoccolma, e poi
dal consiglio di Barcellona.
Lo
strumento per rendere sostenibile ed adeguato, oltre che
socialmente e politicamente accettabile, il sistema
pensionistico è quello di innalzare il tasso di
sostituzione al momento del pensionamento, ossia il rapporto
tra pensione iniziale e retribuzione percepita nel periodo
precedente il pensionamento. Le riforme degli anni '90, con
il graduale passaggio dal sistema retributivo a quello
contributivo comporteranno tra il 2010 e il 2020 una
flessione "significativa" del tasso di
sostituzione. I trattamenti cui avrà diritto chi andrà in
pensione saranno, infatti, legati non solo ai contributi
versati, ma, anche, in proporzione inversa alla speranza di
vita residua, destinata ad aumentare, al momento del
pensionamento. Innalzare invece l'età lavorativa reale fino
a 65 anni con 40 anni di anzianità contributiva,
significherà percepire il 63,4% dell'ultimo reddito da
lavoro dipendente che il 48,1% che alla stessa data si
riceverebbe a legislazione invariata. Senza considerare che
aumentare l'età lavorativa a 65 anni comporterebbe anche un
innalzamento del tasso di sostituzione della previdenza
complementare dal 16,73% al 18,75%.
In
sostanza il rapporto della commissione propone
un'accelerazione della riforma Dini che "pure ha
consentito di evitare il collasso del sistema" ma
prevede una fase di transizione troppo lunga. Per cui
diventa necessario "favorire un prolungamento della
vita lavorativa effettiva e, più in generale, un
innalzamento dei livelli occupazionali". A tale
proposito il documento rammenta che la legge delega sulle
pensioni si concentra soprattutto sull'obiettivo di
rafforzare gli incentivi al prolungamento dell'attività
lavorativa e facilitare l'effettivo decollo della previdenza
integrativa. La delega è però da mesi
"parcheggiata" in Parlamento anche perché il
governo non considera ancora maturi i tempi politici per
affrontare la riforma, come si è visto nella Finanziaria
che non affronta il tema delle pensioni, e il piano che
sarà presentato a Bruxelles ritiene essenziale, per avviare
la riforma, 2un ampio confronto con le parti sociali e,
senza l'assillo dell'emergenza, nella consapevolezza che si
tratta di completare un processo già in parte avviato e che
ha già conseguito importanti obiettivi".
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