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Il 75,4% degli italiani sopra i 60 anni
dichiara di “non sentirsi anziano”. È un dato prevedibile
nella fascia dei “giovani anziani”, ovvero dei 60-64enni,
fra i quali tale percentuale sale al 90,5%. Ma ricco di
implicazioni nella quota consistente di 75-79enni, pari al
68,7%, ed 80enni e più, pari al 47,7%, che rifiutano per sé
la definizione di “anziano”. Ciò può essere in parte
spiegato dalla connotazione negativa che viene sempre più
spesso attribuita all’idea dell’invecchiamento: molti
infatti indicano come evento‑soglia dell’anzianità
l’insorgenza di una malattia (34,8%), la perdita
dell’autosufficienza (27,5%), la morte del coniuge (30,9%),
o la solitudine (31,1%). “Tuttavia - ha commentato
Giuseppe De Rita, segretario generale del Censis nel corso
della presentazione dello studio, ospitata nella Sala del
Cenacolo della Camera dei Deputati - è un’Italia
frammentata sia sul concetto stesso di anzianità che sul
modo di vivere questa fase della vita”.
La ricerca “Invecchiare in salute” è stata realizzata dal
Censis, grazie al contributo di Pfizer Italia, nel corso
di un anno di indagini approfondite, suddivise in due fasi:
una di analisi regionale, che ha riguardato 5 regioni
(Liguria, Emilia-Romagna, Lazio, Basilicata e Calabria), ed
una nazionale svolta su un campione di 1500 over 60.
È macroscopica la limitatezza dell’offerta nelle regioni del
sud, poiché anche i servizi più diffusi a livello nazionale
sono assenti o sconosciuti secondo la maggioranza degli
anziani.
Il quadro italiano nel complesso risulta buono, quasi tre
quarti degli anziani intervistati dichiara di godere di
“ottima” o “buona” salute (il 23,9% “mediocre” e il 3,8% lo
ha definito “pessimo”). Gli 80enni ed oltre dichiarano di
stare “bene” o “ottimamente” nel 63,2% dei casi.
Circa il 70% degli ultrasessantenni si dichiara inoltre
“molto o abbastanza felice”, il 20,8% “poco”, mentre è
soltanto l’8,8% a dire di “non essere assolutamente felice”.
L’indagine fornisce anche una chiave di lettura sulle nette
differenze registrate nelle tre aree (Nord, Centro, Sud e
Isole): oltre all’età, il livello di istruzione, la
condizione socio-economica ma anche la disponibilità di
servizi sul territorio ed il livello di integrazione sociale
impattano sulla possibilità concreta di vivere un modello di
anzianità attiva e vitale.
“C’è chi è tagliato fuori da
questa opportunità”, ricorda Maria Concetta
Vaccaro, responsabile del settore Welfare del Censis, che ha
diretto e presentato la ricerca, “sostanzialmente perché
è malato o non dispone di servizi adeguati sul territorio e
ne soffre, ma c’è anche chi rimane ancorato ad un modello
arcaico di anzianità poco attiva ma fondamentalmente
serena, in un contesto sociale che non esclude l’anziano e
lo induce anzi ad accettare il proprio tempo ed il
proprio spazio”.
Fonte Censis
(22/9/2005)
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L'ARCHIVIO
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