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A beautiful mind

(di R. Howard con R. Crowe e J. Connelly)

 

 

è il 1947 e John Forbes Nash Jr. viene ammesso a Princeton per la specializzazione post laurea in matematica. All'interno del dipartimento di matematica regna sovrana la competitività più brutale, John è estraneo a tutto questo, è ossessionato da un unico pensiero: trovare un'idea veramente originale. E un giorno quell'idea arriva. 

 

La buona idea del film consiste nell'installare il dubbio nella mente dello spettatore, che resta incerto tra una versione soggettiva e una oggettiva dei fatti. Peccato che il bel gioco duri poco; perché Ron Howard, preoccupato di rendere il senso degli avvenimenti accessibile a tutti, banalizza i dubbi chiarendo che si tratta di ossessioni del protagonista.

 

Va bene risparmiare al pubblico dei non-iniziati le complesse teorie matematiche; meno bene trattarlo come una massa di scolaretti, spiegandogli ogni cosa puntigliosamente e concludendo con una tirata benpensante sui miracoli dell'amore coniugale. Così, se la prima parte è coinvolgente e appassiona, la seconda diventa didascalica e un pò noiosa. Il film rientra in un filone che sta caratterizzando il cinema americano delle ultime due stagioni, in cui la realtà viene scomposta su diversi piani narrativi e di percezione, favorendo quindi la fusione dei generi.

 

Nasconde con abilità i risvolti misteriosi della sceneggiatura e con senso sotterraneo del suspense centellina dubbi e rivelazioni, quasi la consapevolezza degli spettatori dovesse andare di pari passo con quella del protagonista. Non esita davanti all'esasperazione e non si vergogna della commozione. Ron Howard cresce sempre di più come regista e, se non inventa, certamente ama raccontare.

 

 

 

 

 

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