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A.I. - Intelligenza Artificiale

(di S. Spielberg con J. Law e H.J. Osment)

 

 

David Swinton è un bambino-robot che sopravvive all'umanità dopo che il ghiaccio delle calotte polari si è sciolto. David viene scoperto da alcune intelligenze artificiali che gli fanno rivivere solo per un giorno la sua vita passata con la mamma "adottiva".

 

Diviso in tre atti, A.I. - Intelligenza Artificiale è un film bello e struggente, eccessivamente lungo, disomogeneo, reso più imperfetto dal lungo finale (dove il regista si avventura troppo nella metafisica per non lasciarci qualche penna) ma ricco di folgorazioni, di sequenze straordinarie (la più suggestiva, quella di Manhattan semisommersa dalle acque, con le statue dei leoni che piangono) e di personaggi commoventi. Che si stampano nella memoria per come, in essi, convivono patetismo e fragilità, generosità e coraggio.

 

Spielberg sembra voler forzare la sua tecnica registica, esibendo virtuosisimi per lui inusuali e che non gli si addicono. Tuttavia nella prima parte, quando il rapporto tra gli umani e le macchine e il rapporto genitori-figli è affrontato in modo più compiuto, anche la regia scorre in maniera fluida. La seconda parte, pur rimanendo tecnicamente ottima perde tutto il pathos della prima e rimangono solo le fascinazioni visive della città dei robot. L'ultima parte, il salto nel futuro, ormai una costante nei film di Spielberg, è la parte meno compatta, superflua, quasi fastidiosa, che porta a un finale buonista e accomodante di cui il film non sentiva il bisogno.

 

Si esce dalla sala comunque soddisfatti per aver assistito ad un film visivamente splendido che, nella prima parte, raggiunge livelli da capolavoro, e per aver assistito alla performance recitativa di un ragazzo che è già un ottimo attore.

 

 

 

 

 

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