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Diviso
in tre atti, A.I. - Intelligenza Artificiale è un film
bello e struggente, eccessivamente lungo, disomogeneo,
reso più imperfetto dal lungo finale (dove il regista
si avventura troppo nella metafisica per non lasciarci
qualche penna) ma ricco di folgorazioni, di sequenze
straordinarie (la più suggestiva, quella di Manhattan
semisommersa dalle acque, con le statue dei leoni che
piangono) e di personaggi commoventi. Che si stampano
nella memoria per come, in essi, convivono patetismo e
fragilità, generosità e coraggio.
Spielberg sembra
voler forzare la sua tecnica registica, esibendo
virtuosisimi per lui inusuali e che non gli si
addicono. Tuttavia nella prima parte, quando il
rapporto tra gli umani e le macchine e il rapporto
genitori-figli è affrontato in modo più compiuto,
anche la regia scorre in maniera fluida. La seconda
parte, pur rimanendo tecnicamente ottima perde tutto
il pathos della prima e rimangono solo le fascinazioni
visive della città dei robot. L'ultima parte, il
salto nel futuro, ormai una costante nei film di
Spielberg, è la parte meno compatta, superflua, quasi
fastidiosa, che porta a un finale buonista e
accomodante di cui il film non sentiva il bisogno.
Si
esce dalla sala comunque soddisfatti per aver
assistito ad un film visivamente splendido che, nella
prima parte, raggiunge livelli da capolavoro, e per
aver assistito alla performance recitativa di un
ragazzo che è già un ottimo attore.
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