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L'operazione di portare sullo
schermo le pagine dell'omonimo romanzo di Bret
Easton Ellis, scritto nel 1990 e oggetto di una
fortissima esposizione mediale con polemiche,
dibattiti e accuse di misoginia, è risultata
molto controversa. A livello letterario, American
psycho decretò di fatto l'ingrata fine
dello yuppismo e il consolidamento d'una nuova
generazione di scrittori wasp arrabbiati.
Nel film, invece, la regista ha scelto di
adottare un punto di vista femminista e di agire
in senso contrario al romanzo: dove quello
descriveva minuziosamente le atrocità e i
massacri, la trasposizione cinematografica
preferisce suggerire anziché mostrare,
lasciando intendere che i delitti siano
rappresentazioni dello squilibrio mentale del
protagonista, allucinazioni contenute nella sua
testa.
L'American psycho cinematografico
è, insomma, già archeologia, cosmesi degli
anni Ottanta, film in costume, solo superficie
riflessa di quella sostanza artefatta che fu l'«american
way of life (and death)» imposto da Ronald
Reagan: la cura ossessiva del corpo, la toilette
mattutina con creme, balsami e profumi, lo
streching e la palestra, il feticismo dell'io,
la coca sniffata nelle toilette, gli abiti di
Valentino e gli occhiali Oliver, i biglietti da
visita esibiti come osceno simbolo di virilità,
appartamenti minimali e accessoriati, asettici
come camere mortuarie.
Il film è un oggetto
scarsamente identificabile che spreca un cast
non privo di seduzioni e l'ambizioso progetto di
riflettere il cinismo degli anni Ottanta e di
denunciare le perversioni dello yuppismo resta
quasi tutto sulla carta. Solo la polemica
antimacho proiettata sul protagonista presenta
qualche spunto interessante.
Capiamo bene che
tutto quello che è presente nelle pagine di
Bret Easton Ellis non possa essere trasposto
sullo schermo per evidenti motivi, ma decidere
di lasciare tutto fuori campo e di tenere lo
spettatore lontano dall'azione ci sembra la
decisione sbagliata.
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