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Callas Forever

(di F. Zeffirelli con F. Ardant e J. Irons)

 

 

Un gruppo rock arriva a Parigi e viene accolto da una folla esultante di fan, giornalisti e fotografi. La band è accompagnata dal loro manager, un inglese sulla cinquantina di nome Larry Kelly che in passato ha organizzato molte tourneè di Maria Callas.

 

Larry tenta di chiamare la celebre cantante lirica, ma non riceve risposta. Perciò va a cercare Maria, che da tempo vive come una reclusa nel suo appartamento parigino, e prova a convincerla a fare uno special intitolato Callas Forever.

 

Franco Zeffirelli la conosceva bene. Più che bene. E questo non semplifica il tentativo di raccontare una donna che incarna il mito di una voce, di un'idea dello spettacolo lirico, di una leggenda. Parlare di Maria Callas, per il regista, é parlare di alcuni momenti della propria vita, della propria ammirazione e del proprio rimpianto. Un frammento di "autobiografia" indiretta e un omaggio devoto.

 

Il film dice alcune cose importanti sull'impermanenza della musica, la variabilità dell'ascolto, la riproducibilità dell'arte, l'evanescenza della voce, la decadenza della cultura del melodramma e, forse, su Maria Callas, di cui si afferra non la cronaca, ma lapilli dell'arte, del carattere, della potenza tenebrosa e greca. Fanny Ardant scrive se stessa sul corpo fotografico della Callas, accettando la sfida (immensa) del primo piano doppiato.

 

Ma nonostante questo il film, che dovrebbe segnare l'apoteosi artistica del prolificissimo uomo di spettacolo, Franco Zeffirelli, finisce per risolversi in un film mediocre. Privo del respiro e del volare alto che meriterebbe. Era certamente difficile, forse impossibile, e l'audacia merita rispetto. Malgrado la non riuscita, Callas Forever è impregnato di un'onestà e anche di una verità davvero commoventi.

 

 

 

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