Franco
Zeffirelli la conosceva bene. Più che bene. E questo
non semplifica il tentativo di raccontare una donna
che incarna il mito di una voce, di un'idea dello
spettacolo lirico, di una leggenda. Parlare di Maria
Callas, per il regista, é parlare di alcuni momenti
della propria vita, della propria ammirazione e del
proprio rimpianto. Un frammento di
"autobiografia" indiretta e un omaggio
devoto.
Il film dice alcune cose importanti sull'impermanenza
della musica, la variabilità dell'ascolto, la
riproducibilità dell'arte, l'evanescenza della voce,
la decadenza della cultura del melodramma e, forse, su
Maria Callas, di cui si afferra non la cronaca, ma
lapilli dell'arte, del carattere, della potenza
tenebrosa e greca. Fanny Ardant scrive se stessa sul
corpo fotografico della Callas, accettando la sfida
(immensa) del primo piano doppiato.
Ma nonostante
questo il film, che dovrebbe segnare l'apoteosi
artistica del prolificissimo uomo di spettacolo,
Franco Zeffirelli, finisce per risolversi in un film
mediocre. Privo del respiro e del volare alto che
meriterebbe. Era certamente difficile, forse
impossibile, e l'audacia merita rispetto. Malgrado la
non riuscita, Callas Forever è impregnato di
un'onestà e anche di una verità davvero commoventi.