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I
due, aiutati da un aspirante pompiere e da
un'avvenente esperta di malattie infettive, dovranno
scontrarsi contro l'ottusità dei militari allorquando
si scoprirà che questo tipo di evoluzione non è…
molto pacifica.
Se
"c'è qualcosa là fuori" - la vera ironia
di Evolution è data dal fatto che uno dei
protagonisti è interpretato da David Duchovny, volto
feticcio di "X files" - , se c'è qualcosa lì
fuori, è qualcosa che fa veramente schifo. Il cinema
di Reitman, arruffone come il compito in classe di un
liceale, nobile come una barzelletta in uno
spogliatoio maschile, raggiunge il suo unico vero
zenith nella rappresentazione di questa idea, di
questa sensazione.
Questa
è la verità che ci dicono i disgustosi film di Ivan
Reitman, nato in Cecoslovacchia e finito in Canada a
quattro anni con i genitori scampati all'Olocausto,
forse l'unico luogo della modernità dove il disgusto
corporeo sia stato eletto a norma quotidiana e imposto
ferocemente a comunità di esseri umani. Questa, la
sua poesia: non è vero che "c'è qualcosa lì
fuori".
C'è qualcosa qui dentro, dentro di noi, che preme per
uscire e che non riusciamo neanche a guardare una
volta che è fuori. E sebbene il nostro corpo provi
per essa una estraneità altezzosa e la nostra mente
si rifiuti anche soltanto di prenderla in
considerazione senza provare ribrezzo, in quella cosa,
una volta, c'era la vita. La prima vita, milioni di
anni fa, mai comparsa su questo pianeta, che ancora
formicola nei nostri rifiuti che una volta erano
dentro di noi. Quella cosa, una volta, eravamo noi.
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