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Evolution

(di I. Reitman con D. Duchovny e O. Jones)

 

 

Usa, Arizona, giorni nostri. Il biologo Ira Kane e il geologo Harry Block scoprono uno strano meteorite precipitato nel deserto dell'Arizona. Presto si accorgono che il meteorite secerne una strana sostanza organica che percorre molto velocemente i vari stadi dell'evoluzione. Umana e non. 

 

I due, aiutati da un aspirante pompiere e da un'avvenente esperta di malattie infettive, dovranno scontrarsi contro l'ottusità dei militari allorquando si scoprirà che questo tipo di evoluzione non è… molto pacifica.

 

Se "c'è qualcosa là fuori" - la vera ironia di Evolution è data dal fatto che uno dei protagonisti è interpretato da David Duchovny, volto feticcio di "X files" - , se c'è qualcosa lì fuori, è qualcosa che fa veramente schifo. Il cinema di Reitman, arruffone come il compito in classe di un liceale, nobile come una barzelletta in uno spogliatoio maschile, raggiunge il suo unico vero zenith nella rappresentazione di questa idea, di questa sensazione.

 

Questa è la verità che ci dicono i disgustosi film di Ivan Reitman, nato in Cecoslovacchia e finito in Canada a quattro anni con i genitori scampati all'Olocausto, forse l'unico luogo della modernità dove il disgusto corporeo sia stato eletto a norma quotidiana e imposto ferocemente a comunità di esseri umani. Questa, la sua poesia: non è vero che "c'è qualcosa lì fuori".

 

C'è qualcosa qui dentro, dentro di noi, che preme per uscire e che non riusciamo neanche a guardare una volta che è fuori. E sebbene il nostro corpo provi per essa una estraneità altezzosa e la nostra mente si rifiuti anche soltanto di prenderla in considerazione senza provare ribrezzo, in quella cosa, una volta, c'era la vita. La prima vita, milioni di anni fa, mai comparsa su questo pianeta, che ancora formicola nei nostri rifiuti che una volta erano dentro di noi. Quella cosa, una volta, eravamo noi.

  

  

 

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