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Inizia così l'avventurosa
ricerca attraverso l'appennino tosco-emiliano, fino ad
Otranto, da dove i protagonisti attraversano il mare
raggiungono Tebe, in Grecia, in cui è occultata la
Santa Reliquia. L'impresa, malgrado le incredibili
difficoltà, riesce e la Sacra Sindone viene riportata
in Francia, alla famiglia Reale. Ma un destino del
tutto imprevedibile attende i protagonisti.
Pupi
Avati coltiva una predilezione per il medioevo, come
aveva già dimostrato con Magnificat. Se quello
era un film sommesso, I cavalieri che fecero
l'impresa è invece un kolossal con combattimenti
e scene di grande respiro. Colpisce soprattutto la
ricchezza produttiva del progetto: scenografia,
costumi, messa in scena e ricostruzioni sono tutte nel
segno del gigantismo con eccesso di musica, di temi,
di sensazioni e di ambizioni.
A distinguerlo da altre
precedenti produzioni è l'inconsueta associazione tra
avventura e spiritualità, epica e religiosità.
Questa volta, infatti, i cavalieri non combattono per
liberare una dama o la propria patria, ma per
ritrovare una reliquia. Il regista dimostra di saper
dirigere anche le superproduzioni, ma la sceneggiatura
del film è troppo semplice rispetto alla complessità
dell'impianto.
Il medioevo viene raccontato con
realismo nella sua povertà e crudeltà e anche i
duelli e i combattimenti non hanno nulla di eroico.
Però il racconto si ripete e i personaggi rischiano
di essere semplici stereotipi, privi di spessore
psicologico.
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