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I cavalieri che fecero l'impresa

(di P. Avati con R. Bova e C. Delle Piane)

 

 

Nel 1271 la VII Crociata, che ha lo scopo di convertire Tunisi, fallisce. Durante la ritirata, vengono trasportate, lungo tutta la penisola italiana, le spoglie del Re Luigi IX, detto il Santo. Nel lungo viaggio, cinque cavalieri s'incontrano e dividono lo stesso incredibile segreto: la scoperta del luogo dov'è stata nascosta, da alcuni traditori della corte di Francia, la Sacra Sindone.

 

Inizia così l'avventurosa ricerca attraverso l'appennino tosco-emiliano, fino ad Otranto, da dove i protagonisti attraversano il mare  raggiungono Tebe, in Grecia, in cui è occultata la Santa Reliquia. L'impresa, malgrado le incredibili difficoltà, riesce e la Sacra Sindone viene riportata in Francia, alla famiglia Reale. Ma un destino del tutto imprevedibile attende i protagonisti. 

 

Pupi Avati coltiva una predilezione per il medioevo, come aveva già dimostrato con Magnificat. Se quello era un film sommesso, I cavalieri che fecero l'impresa è invece un kolossal con combattimenti e scene di grande respiro. Colpisce soprattutto la ricchezza produttiva del progetto: scenografia, costumi, messa in scena e ricostruzioni sono tutte nel segno del gigantismo con eccesso di musica, di temi, di sensazioni e di ambizioni. 

 

A distinguerlo da altre precedenti produzioni è l'inconsueta associazione tra avventura e spiritualità, epica e religiosità. Questa volta, infatti, i cavalieri non combattono per liberare una dama o la propria patria, ma per ritrovare una reliquia. Il regista dimostra di saper dirigere anche le superproduzioni, ma la sceneggiatura del film è troppo semplice rispetto alla complessità dell'impianto.

 

Il medioevo viene raccontato con realismo nella sua povertà e crudeltà e anche i duelli e i combattimenti non hanno nulla di eroico. Però il racconto si ripete e i personaggi rischiano di essere semplici stereotipi, privi di spessore psicologico.

 

  

 

 

 

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