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Il destino di un cavaliere

(di B. Helgeland con H. Ledger e R. Sewell)

 

 

Inghilterra, Medioevo. Il giovane William è un povero scudiero che gironzola di torneo in torneo sperando un giorno di diventare cavaliere, pur non possedendo di nobili origini. La morte improvvisa del suo padrone e l'incontro fortuito con lo scrittore Chaucer gli daranno la possibilità di realizzare il suo sogno. 

 

E di incontrare l'amore. L'inizio lascia ben sperare. Sul clangore di armature feudali che si sfidano in un palio sanguinoso, scorre un rock duro e rabbioso e canti da hooligans: il Medio Evo che Brian Helgeland ha messo in piedi nel Destino di un cavaliere, si apre sin dall'inizio all'insegna dell'eccesso ai limiti della parodia.

 

Nessuno può davvero pensare o immaginare che il pubblico di un torneo feudale del '300, che assiste allo scontro di due cavalieri che cavalcano l'uno contro l'altro con la lancia minacciosamente puntata per disarcionarsi reciprocamente, possa incitare i propri campioni ululando "We Will Rock You" dei "Queen". Questa provocazione, adrenalinica e spiritosa, non è un difetto del film, ma il suo spunto più originale.

 

Poi minuto dopo minuto, il film di Brian Helgeland cade di ritmo, diventa la solita storia "sull'uomo che riesce a cambiare il suo destino" mostrando senza riserve al più ovvio e scontato messaggino hollywoodiano: "Se credi fortemente in qualcosa, nulla è impossibile".

 

Il destino di un cavaliere è, quindi, un film che non riesce mai a decollare, confinato nei suoi noiosi stereotipi tanto di sceneggiatura (trionfo del bene, della giustizia e dell'amore per tutti) che di personaggi, troppo leccati per far parte del secolo in cui sono posti.

   

   

 

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