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E
di incontrare l'amore.
L'inizio lascia ben sperare.
Sul clangore di armature feudali che si sfidano in un
palio sanguinoso, scorre un rock duro e rabbioso e
canti da hooligans: il Medio Evo che Brian Helgeland
ha messo in piedi nel Destino di un cavaliere, si apre
sin dall'inizio all'insegna dell'eccesso ai limiti
della parodia.
Nessuno può davvero pensare o
immaginare che il pubblico di un torneo feudale del
'300, che assiste allo scontro di due cavalieri che
cavalcano l'uno contro l'altro con la lancia
minacciosamente puntata per disarcionarsi
reciprocamente, possa incitare i propri campioni
ululando "We Will Rock You" dei "Queen".
Questa provocazione, adrenalinica e spiritosa, non è
un difetto del film, ma il suo spunto più originale.
Poi minuto dopo minuto, il film di Brian Helgeland
cade di ritmo, diventa la solita storia
"sull'uomo che riesce a cambiare il suo
destino" mostrando senza riserve al più ovvio e
scontato messaggino hollywoodiano: "Se credi
fortemente in qualcosa, nulla è impossibile".
Il
destino di un cavaliere è, quindi, un film che non
riesce mai a decollare, confinato nei suoi noiosi
stereotipi tanto di sceneggiatura (trionfo del bene,
della giustizia e dell'amore per tutti) che di
personaggi, troppo leccati per far parte del secolo in
cui sono posti.
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