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La
regista esordiente Sharon Maguire, proveniente dal
piccolo schermo, prosegue la fortunata tradizione
trasportando su pellicola quanto nato circa cinque
anni fa sulle colonne del quotidiano Independent
dalla penna della giornalista Helen Fielding che
decise di raccontare, con cadenza settimanale, le
disavventure di una single ultratrentenne in cerca
dell'amore della sua vita.
Il diario di Bridget
Jones non fa che narrare questa disperata ricerca
in modo delicato, coinvolgente ed efficace, senza
trascurare quella decisa impronta ironica che già
traspariva dalle pagine originali del romanzo - nato
un anno più tardi, nel 1996, e divenuto
immediatamente un fenomeno di cultura globale grazie
alle sue 4 milioni di copie vendute.
Il film ha
un'andatura fluida e priva di intoppi (anche se il
finale è troppo cerimonioso per un film così
dichiaratamente divertente), ma la regia di Sharon Mc
Guire (che ha anche un bel curriculum come
documentarista) è decisiva quanto la presenza di un
maggiordomo ad un consiglio d'amministrazione. Anche
se deve essere bravissima con gli effetti speciali: ne
deve aver adottato uno nuovissimo e invisibile perché
Hugh Grant sembra quasi recitare in più di una
inquadratura.
La Zellweger è simpatica e
intraprendente, ma forse un'attrice con più profondità
avrebbe saputo suggerire l'ombra dell'autentica
tragedia in questa popolazione di donne sole tra i
trenta e i quaranta, bersaglio delle email di ufficio,
eroiche lottatrici per rimanere al di sotto delle
dieci sigarette e non cedere all'alcol casalingo,
perseguitate a vita da un demone muto e implacabile.
Non che ci siano grandi appunti da farle (il suo
professionismo non è in discussione), ma la materia
avrebbe avuto bisogno di maggiore verve.
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