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Il mestiere delle armi è un film
ascetico come il suo regista, concentrato sul punto di
vista del protagonista Giovanni. Un uomo ossessionato
dall'etica marziale che gli impone di difendere il
"principale" per cui "lavora" 25
ore su 24, un professionista delle armi e della
battaglia, del confronto a viso aperto con la vita e
con la morte, con l'avversario e con se stesso.
Olmi
riesce ad appassionare con la passione che ha messo
nell'evocare un personaggio forse realmente e
oggettivamente appassionante. I valori estetici del
film sono di un'evidenza assoluta. C'è un impasto di
movimenti, di tagli, di staticità, di luci, di
composizione dell'inquadratura, di sonoro, di
recitazione e di direzione della medesima che fa
gridare al miracolo.
Circa il messaggio che Olmi
intende trasmettere gli interrogativi sono legittimi. è
un'impennata pacifista, un apologo o perfino
un'invettiva contro la guerra e tutte le guerre? O
solo contro chi combatte senza etica e senza per così
dire spirito sportivo, senza render conto alla
coscienza, senza onore e per una causa sbagliata?
Ma,
in fondo, il film è una riflessione amara sulla
guerra e sulla morte da parte di un uomo che non è
interessato a coinvolgere emotivamente lo spettatore,
ad affascinarlo con dei colpi di scena, a presentargli
in superficie una tesi forte che regga e giustifichi
il racconto.
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