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Il mestiere delle armi

(di E. Olmi con H. Jivkov e D. Tenekedjieva)

 

 

Italia, 1526. Il Signor Giovanni De' Medici è, a soli 28 anni, il capitano di un'armata pontificia che agisce nei pressi di Mantova. Venuto a sapere che un esercito di Lanzichenecchi al servizio di Carlo V, sta scendendo dal Nord per invadere Roma e uccidere il Papa, il giovane soldato decide di fermarli. Ad ogni costo.

 

Il mestiere delle armi è un film ascetico come il suo regista, concentrato sul punto di vista del protagonista Giovanni. Un uomo ossessionato dall'etica marziale che gli impone di difendere il "principale" per cui "lavora" 25 ore su 24, un professionista delle armi e della battaglia, del confronto a viso aperto con la vita e con la morte, con l'avversario e con se stesso.

 

Olmi riesce ad appassionare con la passione che ha messo nell'evocare un personaggio forse realmente e oggettivamente appassionante. I valori estetici del film sono di un'evidenza assoluta. C'è un impasto di movimenti, di tagli, di staticità, di luci, di composizione dell'inquadratura, di sonoro, di recitazione e di direzione della medesima che fa gridare al miracolo. 

 

Circa il messaggio che Olmi intende trasmettere gli interrogativi sono legittimi. è un'impennata pacifista, un apologo o perfino un'invettiva contro la guerra e tutte le guerre? O solo contro chi combatte senza etica e senza per così dire spirito sportivo, senza render conto alla coscienza, senza onore e per una causa sbagliata?

 

Ma, in fondo, il film è una riflessione amara sulla guerra e sulla morte da parte di un uomo che non è interessato a coinvolgere emotivamente lo spettatore, ad affascinarlo con dei colpi di scena, a presentargli in superficie una tesi forte che regga e giustifichi il racconto.

    

 

 

 

 

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