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Il nemico alle porte

(di J. Annaud con con J. Law e J. Fiennes)

 

 

1942, Unione Sovietica. Mentre le forze tedesche avanzano verso Mosca, l'ascesa del Terzo Reich sembra inarrestabile. Alle porte di Stalingrado, tuttavia, la guerra si blocca in uno stallo. Le truppe di Hitler pongono l'assedio ma Stalin non intende perdere la città che porta il suo nome.

 

Quale migliore opportunità per ridare morale alle truppe sovietiche che l'arrivo di un eroe? Vassili Zaitsev, grazie alle sue prodezze in battaglia, diventa eroe nazionale e la fama delle sue gesta giunge fino in Germania. I tedeschi mandano allora a contrastarlo il maggiore Konig. La città sotto assedio si trasforma nel luogo epico del loro duello.

 

Jean Jacques Annaud, il regista che ha portato sullo schermo Il nome della rosa, non è nuovo a sfide ciclopiche e nell'ambizione di rievocare l'epopea di Stalingrado trova pane per i suoi denti. Il nemico alle porte è, infatti, un lavoro produttivo monumentale e colossole che ricostruisce scene d'epoca dal forte impatto visivo e consente alle scene di massa e alle battaglie una magnificenza rara nel cinema europeo.

 

Tuttavia, nel voler spostare il confine della rappresentazione dal realismo della guerra all'epica del Mito, il film perde la strada maestra, cade nel patetico e il risultato è melodrammatico più che drammatico, magniloquente più che epico, sfarzoso più che solenne.

 

La sceneggiatura troppo spesso si perde in dialoghi scontati e riflessioni sull'onore, il valore e l'eroismo a buon mercato. E l'immancabile storia d'amore non arricchisce il racconto, anzi ha il sapore di un ulteriore depistaggio. Una nota di merito va comunque agli attori: bravi, seppure spesso al di sotto delle loro possibilità. Harris, superlativo come sempre, riesce a far rabbrividire pur senza aprire bocca per i primi dieci minuti durante i quali il suo personaggio viene introdotto.

    

 

 

 

 

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