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La rapina

(di D. Lichtenstein con K. Costner e K. Russell)

 

 

Michael è appena uscito di prigione. Ma come ogni rapinatore che si rispetti, il suo prossimo colpo è già pronto e progettato. Con la banda dello psicotico Murphy, figlio illegittimo di Elvis Presley, tenterà di svaligiare un casinò, proprio durante la settimana in cui tutti i sosia e gli imitatori di Elvis si danno appuntamento a Las Vegas.

 

Di recente Hollywood ha maturato un interesse davvero notevole per rapine e rapinatori. Tolto l'impegno produttivo, per il resto, La rapina è un film una spanna sotto la sufficienza. Nessuna trovata particolarmente originale, nessuna scena memorabile e nessun personaggio davvero carismatico. Prima e dopo c'è un film già visto molte altre volte, colorato qua è là da navigati professionisti della criminalità su grande schermo, con l'immancabile animazione computerizzata, le ovvie svolte alla Tarantino, la moltiplicazione inutile delle inquadrature.

 

Nonostante la ossessiva estrogenazione delle immagini, il film non sa inventarsi niente di diverso di una carneficina tra complici che litigano dopo l'esecuzione della rapina ed una fuga col malloppo di uno di essi insieme all'inevitabile involontario testimone. Che diventa la variabile decisiva per l'evoluzione dell'intreccio.

 

A conti fatti - coadiuvato in primis dalla verve di un Costner che proprio non riesce a non divertirsi e si cala ardentemente anche nei panni più stinti - Litchenstein mette in fila nell'arco delle due dilatate orette più tentativi di autoironia e esplosioni "ludiche" di quanto sia lecito aspettarsi da un "pubblicitario".

 

 

 

 

 

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